Pubblichiamo oggi la prima parte di un interessante dossier in due puntante di Masini sulla questione ogm. Una risposta di buon senso, come si dice nel titolo, all’opposizione ideologica capeggiata da Carlo Petrini di Slow Food – E’ interessante l’inchiesta di copertina sugli Ogm (Organismi Geneticamente Modificati) apparsa sull’ultimo numero dell’Espresso, ed è sicuramente un fatto positivo che la questione sia tornata in primo piano. Abbastanza orientata ideologicamente, l’inchiesta offre però degli spunti interessanti di discussione partendo da un dato: sulle tavole degli italiani gli Ogm sono presenti in abbondanza.

Protetti dalle concentrazioni minime che non obbligano a dichiararli in etichetta. O trasformati in proteine nei gelati del futuro che non si scioglieranno mai. Occultati tra farine e bevande di soia, le stesse che ogni giorno passano i confini schivando i controlli. E soprattutto serviti quotidianamente nelle stalle, dove il menù di mucche, maiali, polli e tacchini è sempre più Ogm: geneticamente modificato. Ogni anno negli allevamenti italiani si consumano quasi 4 milioni di tonnellate di soia transgenica, un quarto del fabbisogno totale.
(…) Tutto secondo le regole, beninteso. La soia RR o il mais Mon 810 hanno i documenti a posto. Hanno superato i test dell’Efsa di Parma, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, per cui possono varcare le frontiere. E finire nelle mangiatoie: dalle stalle produttrici del latte, ai prosciuttifici. Senza l’obbligo di esplicitarlo sulle etichette del prodotto finale.
(…)”Produrre i mangimi convenzionali è costosissimo. Ecco perché l’Ogm è diventato indispensabile anche nelle filiere che producono Dop”, dicono all’ Assozoo, che riunisce i maggiori produttori italiani di mangimi.

La situazione è questa: i consumatori italiani si ritrovano nel piatto prodotti che agli agricoltori italiani è proibito coltivare. Infatti gli Ogm, come sottolinea giustamente Tommaso Cerno, autore dell’inchiesta, arrivano sulle nostre tavole dall’estero, attraverso la soglia minima dello 0,9 percento, o attraverso i mangimi. All’estero gli Ogm si coltivano, eccome. E non solo negli Stati Uniti, in Brasile e Argentina, dove queste colture hanno risollevato il comparto agricolo, abbattendo i costi e alzando le rese, ma anche nell’Unione Europea, soprattutto nella Spagna dell’idolo progressista Zapatero, dove il mais Gm (Geneticamente Modificato) è coltivato dal 1998 e che da sola occupa il 73,6 per cento della superficie agricola coltivata con Ogm in Europa (secondo i dati forniti dall’Espresso).

Di fronte a queste cifre, continuare a difendere la purezza ariana delle nostre produzioni autarchiche sembra essere un’impresa sciocca e destinata al fallimento. Oltre che ipocrita, dal momento che si racconta ai consumatori che in Italia gli Ogm non ci sono, mentre invece ci sono. Se non ci sono perché dannosi per la salute, come si continua a sostenere, perché li si può importare? E se non sono così dannosi per la salute, perché non li si può produrre? E’ una contraddizione destinata a sbriciolarsi in breve tempo, se le argomentazioni che la sostengono sono quelle di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, che sull’Espresso esprime i suoi “no” agli Ogm, che sono poi gli stessi “no” del ministro Zaia, della Coldiretti e del movimento no-global: la coesistenza tra colture Gm e convenzionali, il principio di precauzione, la proprietà dei semi, la difesa della biodiversità, l’ecocompatibilità dell’agricoltura, il modello di sviluppo.

I problemi legati alla contaminazione delle colture convenzionali da parte di quelle Gm sono stati già risolti dalla scienza e dal diritto. La prima ha dimostrato che varietà selezionate in laboratorio sono assai meno persistenti, cioè meno resistenti nell’ambiente, di varietà prodotte dalla selezione naturale. Una prova si è avuta nel caso del mais Gm Starlink, tolto dal commercio nel 2001 perché considerato allergenico e il cui DNA era semplicemente sparito dall’ambiente già nel 2005 nonostante qualcuno già evocasse scenari apocalittici. Allo stesso modo le società che producono sementi geneticamente modificate pagano multe salatissime mettendo in commercio varietà in grado di ibridare significativamente colture circostanti. E’ successo recentemente alla Bayer, che ha dovuto pagare un milione e mezzo di dollari ciascuno a due agricoltori del Missouri che hanno dimostrato che i loro campi di riso erano stati contaminati da una coltivazione Gm proveniente da un campo sperimentale. Va comunque ricordato che la parola “contaminazione”, che evoca nel nostro immaginario luci rosse lampeggianti, sirene spiegate e disinfestatori in tuta sterile e maschera antigas, significa semplicemente che, attraverso l’impollinazione, una varietà Gm (comunque innocua per la salute) può incrociarsi con una varietà convenzionale provocando modificazioni al DNA dei semi prodotti da tale incrocio. Ma se è giusto preoccuparsi di quanta strada possono fare i pollini degli Ogm portati dal vento, sarebbe altrettanto corretto chiedersi quanti diserbanti, insetticidi e fitofarmaci in genere, la cui tossicità è già abbondantemente dimostrata, vengono trasportati dallo stesso vento dalle colture convenzionali a quelle Gm, che ne usano molti meno, a quelle biologiche, che non ne usano affatto, o più semplicemente nei nostri polmoni. Se vale il principio della tutela di ciò che è più sano, dovrebbero essere gli agricoltori convenzionali a dover rispettare delle distanze minime dalle colture Gm e bio, non il contrario.

Petrini sostiene poi che trent’anni di studi e ricerche sono un periodo troppo breve, e che oggi non siamo quindi ancora certi che gli Ogm non facciano male alla salute. “Questa scienza”, afferma, “è ancora rudimentale e in parte affidata al caso”. Sorvolando sul paradosso che in Italia è impossibile qualsiasi surplus di sperimentazione, in quanto è vietata anche la ricerca sugli Ogm, non solo la loro coltivazione,  voglio raccontare la storia del Creso, la varietà di grano duro più diffusa in Italia, che non molti conoscono. Il grano duro Creso è un Ogm, di fatto se non di diritto. Lo è di fatto perché il suo DNA è stato modificato artificialmente, non lo è di diritto perché non è frutto dell’ingegneria genetica, dato nel suo genoma non sono stati inseriti geni di altri organismi. La mutazione genetica che ha dato vita al Creso è stata indotta, nel 1974, sottoponendo la varietà originaria ad un “bombardamento” di neutroni. E’ stata creata in questo modo, per approssimazioni, una varietà molto produttiva, molto resistente e diffusissima. Eppure per il Creso non è stato invocato il principio di precauzione. Nonostante la tecnologia che lo ha prodotto fosse enormemente più rudimentale della moderna ingegneria genetica, che agisce su specifiche molecole, e i cui risultati, quelli sì, fossero affidati prevalentemente al caso. Così come non viene invocato lo stesso principio prima di autorizzare la diffusione nell’ambiente di questo o di quel pesticida, o l’iscrizione di un farmaco nel ricettario del Servizio Sanitario Nazionale. Con gli Ogm si pretende un inversione dell’onere della prova la cui logica sfugge: si dà per scontato che siano dannosi a prescindere, e il loro uso verrà autorizzato se e quando sarà dimostrato il contrario. A differenza di tutti gli altri prodotti della tecnologia umana, che sono liberi a meno che non se ne dimostri la pericolosità. Ma probabilmente si sarebbe dovuto invocare il principio di precauzione anche prima di importare patate e pomodori dalle Americhe…