– C’era una volta Emma Bonino, la pasionaria che, predicando il liberismo, seppe portare i radicali alla vetta dell’8,5 per cento. Era il 1999, Emma parlava al Nordest produttivo e prometteva meno tasse e più concorrenza.
Oggi si fa strada un’altra Bonino: sussiegosa e petulante, solletica la peggio Roma per dire che no, i privati no pasaran. L’esercizio di libera arrampicata sugli specchi che ha distillato pochi giorni fa sul Sole 24 ore non può essere scambiato per un banale peccato elettorale. E’ molto più e molto peggio: è – chiamiamolo col suo nome – una tangente politica alle frange più ideologizzate e cocciute della sua coalizione, agli interessi più piccini e meschini del suo potenziale elettorato.
Certo, Emma dà un colpo al cerchio della coerenza, dice che non c’è ragione per cui i comuni debbano tenere le mani nella marmellata dei servizi in concorrenza. Ma il colpo alla botte dell’ideologia e del populismo è più forte e più sonoro. Nella sua faretra ci sono tre frecce.

Primo: la politica detti una strategia industriale, “le decisioni di tipo societario devono venire dopo“. Emma è troppo intelligente e troppo scaltra e navigata per non sapere che, in italiano corrente, questo significa: campa cavallo. Non c’è processo di privatizzazione o liberalizzazione, in questo paese, che non abbia dovuto scontrarsi con le richieste untuose di chi “chiedeva un piano”. Il compito dei pubblici amministratori, però, non è quello di redigere piani industriali. E’ quello di far funzionare le rispettive amministrazioni. Ai piani industriali, può pensarci il mercato. Se non gli si sbatte la porta in faccia.

Secondo: specificamente sull’acqua, “mi sembra francamente discutibile che il sindaco di Roma voglia correre verso la privatizzazione senza liberalizzazione”. Queste parole sibilline vanno messe a sistema coi manifesti del Pd che tappezzano Roma, quelli contro la “privatizzazione dell’acqua” e la vendita di Acea. Quei manifesti, e l’obliquità della candidata, sono senza dubbio facile polemica politica. Tuttavia, per chi abbia un minimo di memoria storica – davvero, un pizzico soltanto – hanno il sapore acido dell’autogol. Da ministro del governo Prodi, Emma Bonino fu tra i più convinti difensori del tentativo (fallito) di liberalizzare i servizi pubblici locali e indurne la privatizzazione (acqua compresa). Bonino sa (ma non dice) che quella in discussione non è una “privatizzazione” di Acea, per la semplice ragione che da un lato la società è (formalmente) già di diritto privato, dall’altro perché il comune non rinuncerà al controllo, pur volendo cedere una rilevante tranche azionaria. Quanto alla liberalizzazione, Bonino non ha tutti i torti, ma se questa fosse la sua preoccupazione avrebbe scritto un articolo diverso: chiedendo chiarezza sulle modalità di affidamento del servizio idrico. Non sarebbe scesa in campo dalla parte dello status quo.

Terzo: “ritengo sbagliato che su una partita simile il comune di Roma giochi da solista… Il futuro di una delle più importanti imprese italiane del settore energetico e idrico deve essere concertato tra comune, provincia e regione”. Qui, davvero, più che un’obiezione sorge una domanda: se il comune vuole cedere una parte delle quote che esso stesso detiene, per quale ragione al mondo dovrebbe “concertare” con provincia e regione? Anche questa volta, l’argomento di Bonino si riduce a una indifendibile difesa della proprietà pubblica e del socialismo municipale. Va bene che tutti teniamo famiglia, compresa la candidata radicale. Va anche bene che la politica procura strani compagni di letto. Strappa un sorriso, però, che sia proprio Emma, genuflessa verso la Mecca del massimalismo statalista, a celebrare la metamorfosi della sinistra volenterosa del “ma anche” nella sinistra conservatrice del giammai.

PS Questo articolo si applica, in maniera quasi perfettamente speculare, a Renata Polverini, che ha preso posizioni praticamente identiche a quelle di Emma Bonino. Con una differenza: vista la sua storia, la mela di Polverini è caduta vicina all’albero. Come uno studente che – avendo preso sempre 4 in politica economica – svolge male l’ennesimo compito in classe, non lascia perplesso l’insegnante, che magari lo gratifica di un 4+ di incoraggiamento.
Quello che sconforta, nel caso Bonino, è invece che la mela si sia allontanata dal tronco, sospinta da un ventaccio elettoral-populista. Come uno studente che, avendo la media dell’8, consegni improvvisamente un compito malfatto. Poiché il disimpegno non è un alibi, ma un aggravante, il suo compito, pur valendo 4, viene valutato 3 e mezzo.