Protezione civile, il formaggio dell’emergenza e i topi del malaffare

Delle polemiche che hanno investito in questi giorni i vertici della Protezione civile rimarrà comprensibilmente ai più l’interesse di sapere se e quanto il sistema funzioni, non solo per rispondere ai bisogni delle popolazioni colpite dai disastri e dalle calamità naturali, ma per impedire che il formaggio dell’emergenza finisca in pasto ai topi del malaffare. Non è dunque elusivo, ma pertinente ragionare su alcuni aspetti “di sistema” che lo scandalo – ma non solo lo scandalo – propone all’attenzione del decisore politico.

Il primo è quello della natura e dell’origine dell’infiltrazione criminale del mercato delle opere gestite dalla Protezione civile. La polemica contro la Protezione civile Spa parte dall’assunto che la privatizzazione favorisca la malversazione e che l’argine al malaffare sia costituito da un gestione pubblica, anzi “più pubblica”, del mercato della ricostruzione.

I fatti dimostrano piuttosto il contrario: la discrezionalità amministrativa e operativa del soggetto pubblico è stato il buco attraverso cui sono passati, vedremo in che misura, i “topi” e quindi, in termini politici, bisognerebbe ragionare su come sostituire la logica del “più stato e meno regole” che ha dominato, da ben prima dei governi Berlusconi, la cultura della Protezione Civile, con quella del “più regole e meno stato”.

E’ di per sé criminogena la situazione in cui un dirigente del Dipartimento possa discrezionalmente decidere l’affidamento di lavori milionari, sotto la spinta dell’emergenza e in una situazione di sostanziale irresponsabilità politica ed economica. Ed è criminogena anche se il dirigente e il suo vertice politico non hanno alcuna attitudine né intenzione criminale. Da questo punto di vista, importa assai poco che chi “firma” l’affidamento dei lavori dipenda da un dipartimento della Presidenza del Consiglio, da un Spa a capitale pubblico o da una Agenzia Governativa o che sia stato assunto per concorso pubblico o privatamente, intuitu personae.

Per questo, più che difendere la Protezione civile Spa così come è stata concepita, bisognerebbe prestare contemporaneamente orecchio a chi propone una ben più radicale e diversa “privatizzazione” e a chi ammonisce il legislatore sulla necessità di evitare, in nome della privatizzazione , l’istituzione di un nuovo carrozzone pubblico opaco e irresponsabile.

La seconda considerazione generale riguarda il ruolo della Protezione civile nel sistema delle opere pubbliche. Lo scandalo è partito da fatti che riguardavano l’organizzazione del vertice G8 della Maddalena. Un evento per cui la Protezione civile è stata usata come una sorta di “Pronto soccorso grandi opere” e non per rimediare agli effetti di un disastro ambientale o di una calamità naturale. Anche questo è tutt’altro che “normale”, come non è logico che la ricerca dell’efficienza nella partita delle opere pubbliche e infrastrutturali passi attraverso l’istituzione di procedure eccezionali e privilegiate, anziché attraverso la riforma delle procedure ordinarie. Per fare marciare speditamente la macchina dei lavori pubblici bisogna rendere efficienti le regole, non istituire il principio della deroga permanente alle regole inefficienti. Non sarebbe comunque migliore nè più “riformata” un’Italia in cui per fare qualcosa di “grosso” bisognasse ogni volta istituire un’emergenza anche dove non c’è e muovere la macchina della Protezione civile.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Protezione civile, il formaggio dell’emergenza e i topi del malaffare”

  1. Ben vero.Ove, infatti, le opere anziché essere “pubbliche” fossero “private” esse sarebbero agganciate e strettamente correlate ad un sistema di benchmarking e di auditing che consentano al contempo un livello ottimale di resa qualitativa e quantitativa e di ottimizzazione della spesa sia in termini, anch’essa, di qualità che di quantità. E nel sistema di benchmarking di una qulasivoglia impresa privata non ci sono solo i costi unitari per singola categoria di opere e le qualità delle forniture e delle esecuzioni dei lavori ma anche i cronoprogrammi ed in quello di auditing non vi sono solo le verifiche ex ante ed ex post ma, sopratutto, quelle in itinere.
    Tutto questo non lo si ottiene attraverso una produzione legislativa, sia pure di testo unico, come auspicabile, frutto di mediazioni fra lobbies e visioni ideologiche contrastanti ma con un quadro di norme essenziali e secche, non interpretabili ma solo applicabili, che fissino i criteri di benchmarking e di autiting ed i loro meccanismi applicativi.
    Ciò, purtroppo, nel quadro italiano è pura utopia.

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