– da il Secolo d’Italia del 13 febbraio 2010 – Non mi ha mai appassionato lo scontro politico laici-cattolici, né tra gli schieramenti né al loro interno. Non ho mai pensato che la religione debba essere confinata entro le mura domestiche e non “invadere” lo spazio pubblico. Al contrario, e spesso in controtendenza, ho salutato come un dato di laicità la stagione ruiniana dell’interventismo diretto della Chiesa fin nei dettagli della politica italiana: il confronto a viso aperto nell’agorà, che implica l’essere soggetto ma anche oggetto di critica e di polemica, fa crescere la discussione pubblica, a differenza del lavorio di corridoio. Non deve e non può “fare paura” una Chiesa che parla a voce alta di ciò che le sta più a cuore e si sottopone così alla valutazione pubblica di fedeli e di non fedeli.

La politica, questo sì, non può e non deve venire meno alla autonomia che le è propria in un regime democratico costituzionale come il nostro, dove il Governo e la Legge hanno la missione inclusiva di consentire a tutti di potervisi riconoscere.
Questo vale ad esempio sulle cosiddette questioni eticamente sensibili, dove invece, a mio avviso almeno, nel centrodestra si scivola troppo spesso sulla china della subalternità al pensiero forte delle gerarchie.
E questo è tanto più visibile, sempre a mio avviso, quanto più, il centrodestra manifesta invece la più completa ed intransigente autonomia di pensiero e di iniziativa politica sul tema dell’immigrazione.

Ieri, ad esempio, il più autorevole Ministro del governo Berlusconi sosteneva che in Piemonte ci vorrebbero “più Tav e meno immigrati”, nel giorno in cui un documento ufficiale della Santa Sede ribadiva il “contributo positivo alla società” assicurato dagli immigrati. E ancora, si legge nel documento del Pontificio Consiglio: la Chiesa “deve aprire le braccia a tutti i migranti, qualunque sia la loro età, il loro credo o convinzione” e deve fare di più, anche in campo mediatico, “per sottolineare il contributo positivo dei migranti alla società”.

Qualcuno potrebbe obiettare che, in fondo, su temi come la famiglia o il fine vita la Chiesa “pretenda” mentre sugli immigrati si limiti a “predicare”. Io penso che le cose vadano viste in modo diverso e ritengo debba essere valorizzata l’autonomia che il centrodestra sa mettere in campo rispetto alle gerarchie quando in gioco ci sono la propaganda e la politica rispetto agli immigrati. E lo dico anche se penso che su questo tema la Chiesa spesso suggerisca una via più liberale e lungimirante, nell’interesse di un paese che non può costruire un futuro solido cavalcando le emozioni e le paure, nemmeno quando queste siano diffuse e abbiano giustificazioni sociali. Ecco il punto: il dialogo laici-cattolici, se lo vogliamo chiamare così,  va fondato sulla necessità di un fecondo confronto argomentativo con le posizioni della Chiesa e non sul riceverle “ex Cathedra”.