Salvataggio greco o meno, l’Europa è nelle sabbie mobili. E l’Italia peggio

– Un fatto è certo: il salvataggio europeo (a guida tedesca) della Grecia segnerebbe un punto di svolta fondamentale nella storia dell’integrazione continentale. Le ripercussioni economiche ed istituzionali dell’eventuale violazione esplicita del Trattato UE, che imporrebbe il divieto di salvataggio finanziario di uno Stato membro da parte della Comunità e o di un altro Stato membro, potrebbero essere tanto pesanti quanto lo sarebbe stato il default greco.

Come ha sottolineato ieri il Wall Street Journal, l’intervento in favore della Grecia rischierebbe di dare ai mercati un messaggio contrastante: da un lato la volontà di garantire la tenuta dei conti di tutti i paesi a rischio (Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia, ma anche ad est c’è puzza di marcio), dall’altro l’impossibilità materiale di farlo davvero. Detto in altri termini, si darebbe un cattivo segnale ai governi di questi paesi, che potrebbero prendere il bailout ellenico come un sostanziale “liberi tutti” rispetto alle loro responsabilità fiscali. E contemporaneamente, i mercati potrebbero considerare la cosa come l’assunzione di un obbligazione impossibile da onorare.

D’altro canto, limitarsi al salvataggio della Grecia rappresenterebbe per l’Europa unita un messaggio di profonda iniquità politica  – nei confronti delle opinioni pubbliche dei paesi che responsabilmente hanno scelto piani di severità fiscale (l’Irlanda) – e di insensata discrezionalità economica. La popolarità della costruzione europea, già traballante per cento ed altre cento ragioni, verrebbe ulteriormente minata. Eppure l’esperienza americana dovrebbe insegnare qualcosa: il ricorso ad ingenti capitali pubblici per salvare banche, compagnie automobilistiche e quant’altro non ha evitato la recessione e non ne ha ridotto i tempi. Al contrario, ha trasferito sul conto dei contribuenti un onere che questi ultimi saranno costretti a pagare per molti anni.

Contemporaneamente, come non vedere i concreti rischi sistemici di un eventuale default di Atene?
Al punto in cui siamo, l’Unione Europea è davvero in un cul de sac, prodotto dalla decisione di aprire la moneta unica a paesi poco affidabili. In questo hanno ragione i “falchi” tedeschi. Dalle sabbie mobili si può uscire solo con una forte e profonda assunzione di responsabilità dei governi nazionali maggiormente interessati agli squilibri finanziari, quello greco ma anche quelli degli altri paesi “porcelli”, cui spetta il compito di porre in essere robuste e dolorose misure di rientro rapido del deficit. Alla riunione dei leader europei di ieri, si è scelta una soluzione interlocutoria, forse l’unica possibile in questo momento: si è chiesto alla Grecia di fare fino in fondo il proprio dovere, annunciando un impegno dai contorni sfocati a porre in essere “misure coordinate per il salvataggio della stabilità dell’area-euro”. Come a dire: la situazione è davvero brutta, ma per ora confidiamo sul fatto che i mercati sembrino applicare ai paesi europei criteri di tolleranza particolarmente generosi – che difficilmente userebbero con altri paesi – e speriamo che il governo Papandreu trovi da solo la forza politica necessaria per il piano di austerità. C’è davvero da fare il tifo perché ciò avvenga.

Dalla difficile situazione cogliamo due messaggi fondamentali.
Anzitutto, la crisi ha decretato il fallimento dell’Europa a trazione tecnocratica: qualunque siano le decisioni che verranno assunte, è ormai chiaro che queste non verranno prese a Bruxelles, ma a Berlino, dopo una telefonata a Parigi e qualche sms in giro per le capitali nazionali. Non che la soluzione possa essere l’accentramento (che fa rima con armonizzazione) delle politiche fiscali, ma è ormai evidente che il rilancio dell’esperienza comunitaria è possibile solo se si sceglie di dotare di legittimità democratica le istituzioni di Bruxelles. Se pure si vuole – ed il sottoscritto non valuta negativamente l’ipotesi – che l’Unione Europea sia una (con)federazione di stati in forte competizione fiscale tra loro, non si può eludere a lungo il problema del peso politico di chi la rappresenta.
Il secondo messaggio è un allarme per quei paesi che ancora non si trovano nella situazione greca, ma che rischiano di piombarci. Come scrive oggi Mario Seminerio sulle pagine de Il Secolo d’Italia, la classe politica italiana rischia di non percepire la pericolosità dello stato dell’economia nostrana: un rapporto debito-Pil così ingente ed una crescita stentata, inferiore all’aumento del costo del debito e inibita da una sempre maggiore pressione fiscale, non sono elementi sui quali dormire sonni tranquilli. Il dibattito pubblico italiano pare occuparsi d’altro, e questo è un segno davvero inquietante di apatico declino.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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