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Telefonica-Telecom, non è il passaporto del padrone a garantire l’interesse nazionale

– Nella vicenda Telecom – Telefonica si accavallano due dimensioni ben distinte: quella economica e quella politica. Dal punto di vista economico, l’operazione si può ovviamente discutere. L’impatto finanziario è enorme e la sua sostenibilità una sfida non trascurabile; la convenienza  industriale è tutta da dimostrare, e si ridurrebbe probabilmente ad un pur rilevante tema di dimensionamento globale del nuovo soggetto; infine, il merger chiuderebbe probabilmente alcune partite regolamentari, ma finirebbe per aprirne di nuove.
Tali considerazioni, però, dovrebbero turbare unicamente il sonno dei manager delle due società.
La faccenda si complica, tuttavia, se la inquadriamo dal punto di vista della politica. Secondo il vecchio schema “poliziotto buono – poliziotto cattivo”, o “premier liberista – ministro dirigista”, Berlusconi si affanna a precisare che il governo non intende metter becco nella questione, mentre gli altri esponenti dell’esecutivo non perdono occasione per ricordare il carattere strategico della rete che Telecom Italia porta in pancia.
Ci si può interrogare sui motivi di quest’approccio ambiguo, che ricorda per alcuni versi la reazione del governo Prodi agli abboccamenti dell’epoca tra Tronchetti Provera e la cordata Tex-Mex.

In tutta evidenza, alimentare l’incertezza è il modo più pulito per turbare il mercato. Certo, ci sarebbe la possibilità di ricorrere alla golden share: ma la sua applicazione, da un lato, è scoraggiata dall’Unione Europea e richiede la presenza di requisiti rigidamente disciplinati; e dall’altro sarebbe, mi pare, facilmente aggirabile qualora le innovazioni societarie riguardassero la controllante Telco, e non direttamente Telecom.
Molto più efficaci gli avvertimenti a mezza bocca e le velate promesse di provvidenziali interventi regolamentari.

Non sono solo i modi ad apparire criticabili, ma soprattutto i motivi.
L’insistenza sul tema dell’interesse nazionale all’italianità dell’infrastruttura tradisce l’adesione a categorie di pensiero ottocentesche: quasi si possa immaginare che lo straniero investa nel nostro paese per derubarci nottetempo dei doppini.
La verità è che l’unico interesse strategico da preservare è quello ad un mercato delle telecomunicazioni funzionante. Sul nodo gordiano della rete si concentrano le scelte degli operatori e dunque le prospettive di ammodernamento e sviluppo del settore. Per scioglierlo, dopo anni di discussioni fumose, è necessario l’intervento di un Alessandro Magno, ed il passaporto non è un discrimine utile. A ben guardare, l’estraneità di un operatore forestiero a certi meccanismi del capitalismo nostrano potrebbe anzi garantire a legislatore e regolatore una maggior indipendenza.

La politica, dal canto proprio, dovrebbe limitarsi a prevedere un quadro normativo stabile ed equilibrato, indipendentemente dalla nazionalità degli attori in campo. In altre parole, il Presidente del Consiglio dovrebbe per una volta far seguire alle dichiarazioni i fatti, attenendosi alle prerogative proprie di «un governo liberale in un regime di libero mercato».


Autore: Massimiliano Trovato

Nato a San Donà di Piave nel 1984, è laureato in Scienze giuridiche presso l'Università di Padova e si sta specializzando in Giurisprudenza presso il medesimo Ateneo. Nel 2008 è stato Koch Fellow presso il Mercatus Center at George Mason University, dove si è occupato di regolamentazione finanziaria. Nel 2006 è stato intern all'International Policy Network, dove ha svolto ricerca su proprietà intellettuale e software Open Source. Ha ottenuto nel 2008 il 2° premio all'Essay Contest dell'Institut de Recherches Économiques et Fiscales con il saggio "The threat of fiscal harmonization". E' Fellow dell'Istituto Bruno Leoni.

2 Responses to “Telefonica-Telecom, non è il passaporto del padrone a garantire l’interesse nazionale”

  1. Enrico Bianco ha detto:

    In Spagna (o meglio, Il Paìs) dà l’accordo per imminente…e lo dà come partita di scambio in seguito all’acquisizione, da parte di Mediaset, del pacchetto di controllo de La Cuatro, la tv del Grupo Prisa (l’editore del Paìs, che non è propriamente amico del nostro Presidente del Consiglio..). Per cui, via libera al merger tra le due compagnie!! ;) A parte gli scherzi, non ritengo che la separazione tra rete e servizio, così come ampiamente richiesto dalle Direttive dell’Unione, sia una una visione liberale ottocentesca…indubbiamente ci sono questioni di anni ed anni di investimenti, professionalità, know-how espresso sul campo, oltre che una questione di sovranità statuale delle “reti strategiche” che, pur nel quadro dell’UE oramai senza confini, dovrebbero rimanere sotto il controllo statale. Il compito dello stato, in quanto entità sovrana ancora esistente (e pure in un’ottica di sussidiarietà rispetto all’UE), dovrebbe essere quello di favorire l’accesso a più operatori e di garantire, senza inutili populismi di facciata, il migliore servizio ai cittadini, e authorities che funzionino bene; l’Italia, da questo punto di vista, è decisamente arretrata, nelle TLC così come nei trasporti ferroviari ad esempio. Sui trasporti aerei, stendiamo un velo pietoso… Garantire il miglior servizio al cittadino passa per la supervisione dell’attività di cessione del servizio stesso, e non per la deregulation nuda e pura, l’ideologia applicata alla realtà non porta da nessuna parte, e storicamente abbiamo visto quale è stata la sua parabola…

  2. Diego Menegon ha detto:

    Bravo Massimiliano! bel pezzo! Sull’ipotesi golden share.. brividi..

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