I massacri delle foibe, una voce non neutrale.
Aprendo su Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Massacri_delle_foibe#cite_note-11 la voce “massacri delle foibe” appare un avviso:
Questa voce o sezione di storia è ritenuta non neutrale. Motivo: Voce che presenta una sovrapposizione di numerosi edit di utenti dai punti di vista contrastanti; a rimetterci è la neutralità della voce, la linearità del discorso e la completezza d’informazione…
Che follia. E’ un vizio tutto nostro, quello di confondere la storia con la propaganda. La storia può servire come arma di offesa o di difesa, e gli storici nel nostro paese non si sono mai sottratti a questo giochetto inconcludente. Forse la ricerca è meno noiosa e più stimolante se diventa una ricerca di prove a carico o a discarico, conferme piuttosto che fatti. Il lavoro dello storico è stato paragonato a quello del giudice http://www.italialibri.net/opere/giudiceelostorico.html, io lo paragonerei, almeno nella sua variante polemica nostrana, a quello dell’avvocato. E quindi siamo ancora qui, 65 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, a discutere di responsabilità, a sbatterci addosso reciprocamente meriti e colpe, a ingolfare addirittura Wikipedia di ideologia e pregiudizi.
Come se la responsabilità degli eventi che hanno incendiato il nostro continente tra il 1939 e il 1945 (prologhi ed epiloghi compresi) non fossero già state pacificamente attribuite, ovunque in Europa, a chi ha dato fuoco alle polveri. A chi ha fatto germogliare nelle città e nelle arcaiche civiltà contadine dell’est e dell’ovest il seme della diffidenza, dell’odio etnico e razziale, della violenza e della vendetta. E che questo seme fosse già abbondantemente incubato, specie nelle terre di confine, particolarmente fertili, poco toglie e poco aggiunge alla discussione, anzi è un’altra discussione, ancora più complessa, assai poco adatta a chi persevera nel gioco sterile e pigro della semplificazione propagandistica.
Non dovrebbe essere quindi necessario ricordare come il discorso (e le politiche conseguenti di italianizzazione forzata che si sono protratte per un ventennio) tenuto a Pola da un rampante Benito Mussolini contribuisca a spiegare molto di ciò che è accaduto in seguito, foibe comprese:  “di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. […] I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”. E se qualcuno ha la coda di paglia, peggio per lui, farebbe bene a tenere il sedere lontano dal fuoco.
Ma altrettanta cautela dovrebbe essere usata da chi, per mezzo secolo, ha rivendicato ed esercitato spudoratamente il monopolio della memoria, in una logica deterministica che attribuisce anche alla storiografia il ruolo militante di concorrere alla jihad per il socialismo. Oggi non siamo ancora capaci di ricordare serenamente gli esseri umani massacrati orrendamente nelle foibe, non riusciamo a festeggiare con orgoglio e dignità il 25 aprile e ci avviciniamo al 150° anniversario dell’Unità d’Italia con fastidio e imbarazzo http://www.corriere.it/editoriali/10_febbraio_07/della-loggia-nemici-unita-italia_6fbeab14-13c3-11df-8835-00144f02aabe.shtml. E quando parliamo del nostro passato corriamo subito con la mano al fodero della pistola, o cambiamo discorso.

– Aprendo su Wikipedia la voce “massacri delle foibe” appare un avviso:

Questa voce o sezione di storia è ritenuta non neutrale. Motivo: Voce che presenta una sovrapposizione di numerosi edit di utenti dai punti di vista contrastanti; a rimetterci è la neutralità della voce, la linearità del discorso e la completezza d’informazione…

Che follia. E’ un vizio tutto nostro, quello di confondere la storia con la propaganda. La storia può servire come arma di offesa o di difesa, e gli storici nel nostro paese non si sono mai sottratti a questo giochetto inconcludente. Forse la ricerca è meno noiosa e più stimolante se diventa una ricerca di prove a carico o a discarico, conferme piuttosto che fatti. Il lavoro dello storico è stato paragonato a quello del giudice, io lo paragonerei, almeno nella sua variante polemica nostrana, a quello dell’avvocato. E quindi siamo ancora qui, 65 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, a discutere di responsabilità, a sbatterci addosso reciprocamente meriti e colpe, a ingolfare addirittura Wikipedia di ideologia e pregiudizi.

Come se la responsabilità degli eventi che hanno incendiato il nostro continente tra il 1939 e il 1945 (prologhi ed epiloghi compresi) non fossero già state pacificamente attribuite, ovunque in Europa, a chi ha dato fuoco alle polveri. A chi ha fatto germogliare nelle città e nelle arcaiche civiltà contadine dell’est e dell’ovest il seme della diffidenza, dell’odio etnico e razziale, della violenza e della vendetta. E che questo seme fosse già abbondantemente incubato, specie nelle terre di confine, particolarmente fertili, poco toglie e poco aggiunge alla discussione, anzi è un’altra discussione, ancora più complessa, assai poco adatta a chi persevera nel gioco sterile e pigro della semplificazione propagandistica.

Non dovrebbe essere quindi necessario ricordare come il discorso (e le politiche conseguenti di italianizzazione forzata che si sono protratte per un ventennio) tenuto a Pola nel 1920 da un rampante Benito Mussolini contribuisca a spiegare molto di ciò che è accaduto in seguito, foibe comprese:

“di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. […] I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.

Se qualcuno ha la coda di paglia, peggio per lui, farebbe bene a tenere il sedere lontano dal fuoco. Ma altrettanta cautela dovrebbe essere usata da chi, per mezzo secolo, ha rivendicato ed esercitato spudoratamente il monopolio della memoria, in una logica deterministica che attribuisce anche alla storiografia il ruolo militante di concorrere alla jihad per il socialismo. Oggi non siamo ancora capaci di ricordare serenamente gli esseri umani massacrati orrendamente nelle foibe, non riusciamo a festeggiare con orgoglio e dignità il 25 aprile e ci avviciniamo al 150° anniversario dell’Unità d’Italia con fastidio e imbarazzo. E quando parliamo del nostro passato corriamo subito con la mano al fodero della pistola, o cambiamo discorso.