– Ad un anno dalla morte di Eluana Englaro, penso che occorra rendere merito ai suoi genitori di avere condotto, in sua vece, una battaglia aperta, con gli strumenti e in nome del diritto, senza sotterfugi e ipocrisie. A loro, a cui Eluana manca certo di più che a chiunque altro, va un pensiero affettuoso e riconoscente.

Il ricordo del suo caso drammatico dovrebbe consigliare di disarmare la contesa, di non coltivare quest’idea grottesca della rivincita di un “partito della vita” contro un fantomatico “partito della morte”, e di riconoscere che il fine vita di chiunque appartiene alla sfera più intima degli affetti personali e familiari.

Su questi temi, la legge migliore sarebbe quella più condivisa, che consentisse a ciascuno di riconoscersi e di non venire “giudicato” per come sceglie di affrontare o di rifiutare le cure. Le stesse divisioni che attraversano sempre più pesantemente il mondo cattolico, contro una legge che fa dello Stato un “monopolista etico”, consigliano di abbandonare il testo Calabrò e di andare verso una soft law, che riconsegni tutta la materia al rapporto tra medico e paziente, in base a quanto già previsto dal codice di deontologia medica.