Sarò cinico e insensibile, ma la Morgan-story non mi commuove. Mi disgusta questa commedia sulla tragedia, questo pessimo reality di una realtà già di suo ostinatamente cattiva, questo sfruttamento mediatico e politico di un uomo alla deriva, che il giorno prima fa professione di “maledettismo” e il giorno dopo va a pentirsi in pubblico, col 28% di share, alla presenza di ministri ed ex ministri della Repubblica, Meloni e Turco e del ministro della TV pubblica, Bruno Vespa.

Di questa vicenda Morgan è forse quello che ha più colpe (di debolezza, dissolutezza, autolesionismo), ma meno responsabilità, perché lui fa la Tv, ma non è un domatore, bensì una bestia del circo mediatico.

La droga è una cosa seria e terribilmente cattiva. Uscirne è ancora più serio e difficile, oltre che straordinariamente buono. Gli antiproibizionisti ritengono (a ragione, per chi scrive) che il costo di questa esperienza sia così pesante che, in vista del dopo e a garanzia del durante, non occorra aggiungervi il sovrapprezzo proibizionista, per cui le droghe – spinte da una legge criminogena –  “drogano” tutto e tutti, anche chi non le consuma, e ai costi umani e morali si aggiungono quelli civili, economici, criminali e politici.

I proibizionisti invece ritengono (a torto, per chi scrive) che senza la deterrenza penale verrebbe meno un incentivo a salvarsi, sia per chi è già infognato, sia per chi rischia di infognarsi e che la legalizzazione finirebbe per accrescere il fatturato di quanti vendono la droga e la schiavitù di quanti la comprano.

Che la si guardi con occhi proibizionisti o antiproibizionisti, c’è però qualcosa di insopportabilmente falso nella “rottamazione” di Morgan, che entra vecchio e esce nuovo dal lavacro televisivo, che si butta via come testimone della droga e si ricicla come protagonista dell’anti-droga, con l’identico narcisismo e la stessa spudoratezza.