– da Il Secolo d’Italia del 6 febbraio 2010 –

Lo ammetto, non ho mai amato gli incentivi alla rottamazione delle auto, fin da quando, nel lontano 1997 la misura venne adottata dal Governo Prodi.  Mi si scuserà l’autocitazione da un comunicato di allora:

“Gli incentivi al consumo drogano e distorcono pesantemente i mercati. Creano discriminazioni tra consumatori e imprese penalizzandone alcuni e favorendone altri attraverso l’utilizzo di risorse – cioè imposte – di tutta la collettività. Gli effetti degli incentivi, a partire da quelli per l’auto non possono che essere perniciosi e deleteri per l’economia italiana”.

Non ho ragione di cambiare idea, neppure di fronte al fatto che altri paesi abbiano nel tempo seguito la medesima strada, aggravando il problema.

Io penso che l’unica ragione per cui, in Italia come altrove, si sono concessi incentivi – cioè si è messo a carico di tutti i contribuenti una parte del costo delle auto pagato da ciascun acquirente – risieda nella capacità di pressione del settore, sia dal fronte sindacale che da quello padronale. Non c’è altra ragione economicamente razionale. Le risorse pubbliche messe sul settore dell’auto, deve essere chiaro, sono state sottratte ad altri settori o all’intera economia, foss’anche solo attraverso la pressione fiscale o il costo del debito pubblico. Con buona approssimazione, si può sostenere che ogni posto di lavoro mantenuto artificialmente nel settore automobilistico sottrae risorse e quindi posti ad altri settori, magari con più prospettive.

Inoltre, gli incentivi distorcono anche il rapporto tra istituzioni, principalmente il Governo, e le aziende produttrici come la Fiat. Montezemolo ha ragione nel dire che tecnicamente i soldi degli incentivi vanno ai consumatori, ma le istituzioni ritengono con buone ragioni che quelle risorse pubbliche abbiano favorito la Fiat e quindi la Fiat debba rispondere socialmente delle sue decisioni produttive. Fiat risponde in modo inappuntabile che le decisioni sulle localizzazioni degli investimenti e degli impianti non possono che derivare da considerazioni industriali, altrimenti si mette a rischio non uno stabilimento, ma l’intera azienda; le forze politiche e sindacali si sentono così defraudate e si riparte.

Credo sia ora di dire “stop” e di fermare la giostra. Basta incentivi e ognuno torni a fare il proprio mestiere: la Fiat a produrre automobili che il mercato premi più di quelle dei concorrenti e il Governo ad occuparsi non di questo o quell’imprenditore, di questo o quel settore, ma di creare le condizioni migliori perché in Italia si investa e si crei occupazione vera, non sussidiata dai contribuenti (almeno nel settore privato). Come? Lavorando per avere un fisco più equilibrato e competitivo, un mercato del lavoro moderno, un sistema di welfare efficiente, un sistema di infrastrutture dignitoso, una burocrazia che agevoli e non ostacoli le imprese, un sistema di formazione e ricerca adeguato… insomma, le solite cose che tutti conosciamo.

Qualcuno dirà che così l’avrebbero vinta Marchionne e Montezemolo; sarà anche così, ma dobbiamo rassegnarci al fatto che alla fine l’ultima parola sarà comunque del Lingotto, visto che la Fiat è una società privata e quotata in Borsa (casomai, se fossi un piccolo azionista della Fiat, mi interrogherei sulla logica di un’azienda che distribuisce dividendi in presenza di un bilancio consolidato negativo).

Quanto a Termini Imerese, io non credo che si possa obbligare Fiat a rimanere a tutti i costi, se non mettendo pesantemente mano al bilancio dello Stato. Il Governo dovrebbe lasciare che la Fiat prenda la sua decisione e poi fare tutto il possibile perché non vi sia una desertificazione industriale dell’area (magari con riconversioni immobiliari),  grazie all’arrivo di altri investitori anche di altri paesi, magari dello stesso settore automobilistico. Questo potrebbe non fare piacere al Lingotto, naturalmente, ma ad ognuno le sue responsabilità. I lavoratori andranno aiutati con strumenti di welfare intelligenti volti alla riqualificazione e alla ricollocazione professionale.

Su Il Giornale di ieri il Prof. Francesco Forte rilanciava, proprio ragionando su Termini Imerese, una proposta su cui io penso si debba riflettere anche su scala più ampia: una “no tax area” per le imprese private che investano nei territori di addensamento della crisi economica. Una volta impediti comportamenti opportunistici e fraudolenti, per trarre beneficio dalle esenzioni fiscali bisogna creare valore ed occupazione, il che rende la rinuncia ad introiti fiscali, anche per periodi significativi, assai più ragionevole che il sistema perverso degli incentivi diretti, comunque congegnati.

[Di seguito, l’audio integrale dell’intervista che Alessio Falconio, di Radio Radicale, ha fatto a Benedetto Della Vedova sull’argomento]

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