Categorized | Capitale umano

Perché disincentivare l’immigrazione qualificata costa più agli italiani che agli stranieri.

– Da tempo mi chiedo perché l’Italia manifesti una così scarsa attrattività per gli Investimenti Diretti  Esteri (IDE) e una presenza così limitata di personale altamente qualificato straniero o formatisi all’estero, in rapporto a quanto avviene in Paesi a noi economicamente comparabili come la Francia. Inoltre gli investimenti esteri dovrebbero essere distribuiti meglio sul territorio, e non concentrati per oltre il 50% in Lombardia: in tal caso dolorose scelte aziendali (ad esempio Alcoa in Sardegna e il centro ricerche GSK  di Verona ) sarebbero meno pesanti per la collettività e sarebbe anche meno complessa e emergenziale la loro “gestione politica”. Ho formulato varie ipotesi al riguardo e ne illustrerò, in ordine casuale, una che ha a che fare con la gestione del “dossier migratorio”, anche perché ritengo che rispetto a questo problema non esista “una” causa, ma un conglomerato di concause.

Se ci sono così pochi stranieri “high skills” non sarà forse perché i pochi manager extracomunitari che desiderano entrare in Italia sono sottoposti ad una trafila burocratica allucinante, come se fossero i meno desiderabili tra i  “migranti da offerta”? ( vedi  Dazio burocratico per i “talenti” extracomunitari – Le pratiche si arenano agli sportelli)
Eppure il personale altamente qualificato proveniente dall’estero, conosciuto con il nome di “expats”,  è assolutamente necessario per la nostra economia, anche e soprattutto direi in questi momenti di crisi economica pesante. E non è pensabile che il fattore produttivo “lavoro” viaggi a una velocità così ridotta, quando è agganciato a quello del “capitale” nell’organizzazione d’impresa.
Nel sito dell’istituzione governativa che si occupa di immigrazione  nel Regno Unito “Trade & Invest” è riportata la seguente frase: “Secondo il Financial Times il bagaglio di conoscenze ed esperienze che un lavoratore specializzato può apportare all’economia del paese è dieci volte superiore a quello generato da un individuo non specializzato.”

Dal sito www.blacks-out.com e dall’omonimo libro del giornalista di Repubblica Vladimiro Polchi risulta che i datori di lavoro immigrati  sono ormai 250.000 in Italia e che danno lavoro a 500.000 persone ( tra i quali certo molti Italiani, ma anche un gran numero di stranieri assunti dai loro compatrioti, parenti, affini, ecc). E cosa dire allora del fatturato complessivo generato dagli  investimenti diretti esteri ( le malefiche, per alcuni, “multinazionali padrone del mondo”, viste come il fumo negli occhi da chi ha un’idea distorta della ,altrimenti sacrosanta, difesa dell’identità nazionale) e da joint ventures tra  imprese estere e imprese italiane e del numero dei posti di lavoro che queste  creano?

Secondo uno studio del marzo 2004 di Marco Committeri: Investire in Italia? Risultati di una recente indagine empirica,  già nel lontano 2001  ammontavano ad oltre 4 milioni  i posti di lavoro creati in Italia da tali imprese, tra diretti ed indiretti. Posti per la stragrande maggioranza occupati da Italiani, ricoprendo comunitari ed extracomunitari in genere solo posizioni apicali o ruoli di alta specializzazione. La loro presenza in Italia di per sé crea inoltre un indotto non trascurabile conosciuto a livello internazionale come “Relocation” (sull’indotto italiano si veda l’articolo di Valentina Orlandi pubblicato sul numero 52 del  settembre 2009 della rivista Persone & Conoscenze – Este Editore: Come trasferire vite e persone – Il mercato della Relocation)

Consapevole della “specificità” dell’immigrazione “high skills” il governo nella  legge 94 del 15 luglio 2009, recante “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” conosciuta come “pacchetto sicurezza” ha previsto l’introduzione di sostanziali semplificazione burocratiche per i manager extracomunitari.

L’art. 1, comma 22, lettera r) di tale legge  prevede infatti che al testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286  all’art. 27 , dopo il comma 1-bis,  siano inseriti i seguenti commi:

1-ter. Il nulla osta al lavoro per gli stranieri indicati al comma 1, lettere a), c) e g , è sostituito da una comunicazione da parte del datore di lavoro della proposta di contratto di soggiorno per lavoro subordinato, previsto dall’articolo 5-bis. La comunicazione è presentata con modalità informatiche allo sportello unico per l’immigrazione della prefettura-ufficio territoriale del Governo. Lo sportello unico trasmette la comunicazione al questore per la verifica della insussistenza di motivi ostativi all’ingresso dello straniero ai sensi dell’articolo 31, comma 1, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394, e, ove nulla osti da parte del questore, la invia, con le medesime modalità informatiche, alla rappresentanza diplomatica o consolare per il rilascio del visto d’ ingresso. Entro 8 giorni dall’ingresso in Italia lo straniero si reca presso lo sportello unico per l’immigrazione, unitamente al datore di lavoro, per la sottoscrizione del contratto di soggiorno e per la richiesta del permesso di soggiorno.
1 -quater. Le disposizioni di cui al comma 1-ter si applicano ai datori di lavoro che hanno sottoscritto con il Ministero dell’interno, sentito il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, un apposito protocollo di intesa, con cui i medesimi datori di lavoro garantiscono la capacità economica richiesta e l’osservanza delle prescrizioni del contratto collettivo di lavoro di categoria…”;

Sono passati ormai più di 6 mesi dall’entrata in vigore di questa legge dello Stato, quando si decideranno ad implementarla?
Ho posto il quesito al prefetto “generalista”  Mario Morcone, attuale  Capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno, nel corso della video chat «Mai più un’altra Rosarno in Italia»  condotta su Corriere.Tv da Fiorenza Sarzanini il 25 gennaio scorso: “Egregio Signor Prefetto desidero sapere quando verrà implementata la normativa che esenta alcune figure fuori flusso ex. art 27 dalla richiesta di nulla osta al lavoro, sostituita da una dichiarazione delle aziende che hanno stipulato un apposito protocollo con il Ministero? Giovanni Papperini/Ciiaq”

Non mi ha mica risposto! Visibilmente risentito si è limitato ad ammettere, bontà sua, che in precedenza il personale altamente qualificato aveva scontato grosse difficoltà di natura burocratica nell’ottenimento delle varie autorizzazioni e permessi ( il che di per sé è un’affermazione di una gravità assoluta, perché significa che nel passato era considerato “normale” trattare a pesci in faccia il personale altamente qualificato proveniente dall’estero) , ma che nel frattempo tutto è cambiato, e chi non se ne è accorto … “evidentemente non è aggiornato…”(sic!)……

Certamente in questo momento le pratiche per il personale “fuori quota” vengono più celermente trattate dalla maggior parte degli Sportelli Unici per l’Immigrazione rispetto al passato. Ma cosa accadrà quando finirà l’attuale “moratoria” dei flussi d’ingresso per la massa degli immigrati e nuovamente gli Sportelli Unici saranno sommersi da centinaia di migliaia di pratiche? Perché non si dà attuazione alla legge prima che accada?

E’ necessario precisare infatti che l’aspetto normativo è solo una parte del problema. E’ altrettanto fondamentale la concreta prassi applicativa delle norme da parte del Ministero dell’Interno e degli Sportelli Unici per l’Immigrazione. A tal riguardo vi sono dei grossi problemi di comunicazione e di collaborazione con gli uffici  sia da parte delle associazioni che tutelano la generalità  degli immigrati, sia quelle, come il Ciiaq, che si occupano in particolare dell’immigrazione altamente qualificata (vedi: Il Ciiaq per  una effettiva tutela dei “distaccati” comunitari ed extracomunitari in Italia) .

Sono problemi che derivano dall’impossibilità  di avviare programmi di collaborazione a lungo termine con la dirigenza e la struttura degli uffici. Tutto questo – come non mi stanco di ripetere –  dipende innanzitutto dal fatto che il Dipartimento libertà  civili e immigrazione è affidato a Prefetti “generalisti”  – mentre prima  dello “spacchettamento” delle competenze in tema di immigrazione del 2001 ad occuparsi del settore immigrazione del Ministero dell’Interno erano per lo più prefetti “tecnici”, sia pure con la limitata ottica della gestione della Pubblica Sicurezza –  Prefetti “generalisti” che, come indica il nome, sono destinati a svolgere durante la loro carriera, brillante quanto si vuole, molteplici funzioni in varie parti d’Italia ed in settori completamente diversi,  dalla gestione dei Vigili del Fuoco a quella dell’Immigrazione.

A dire la verità  un minimo di continuità  gestionale si sta consolidando, soprattutto  a livello di organi  esecutivi del Dipartimento libertà  civili e immigrazione , ma l’equilibrio è sempre instabile. Molto più grave è l’eccessivo “turnover” dirigenziale a livello di “Sportelli Unici per l’Immigrazione”, e questo in mancanza di effettivi percorsi di carriera all’interno della struttura.

Sia rispetto agli aspetti organizzativi che a quelli normativi rimane comunque un problema di fondo: dietro la diffidenza e resistenza per l’immigrazione di qualità, non ci sarà una tentazione anticoncorrenziale e una malintesa difesa dell’italianità, come se per il nostro Paese e per il suo sistema produttivo fosse di per sé preferibile avere dirigenti “nativi” piuttosto che “stranieri”?


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

Comments are closed.