La destra europea rifletta sull’Europa

– Le destre europee non hanno mai avuto un rapporto unico e coerente con il processo di integrazione europea. I motivi sono vari a seconda della tradizione storica del paese, del sostrato statale e dell’humus culturale, sui quali non mi soffermerò. C’è una radice comune, che va a ritroso nel tempo: la cultura conservatrice, come la conosciamo ora in tutte le sue gradazioni, si è formata sulle basi del patriottismo ottocentesco, che vedeva la nazione come un sentire comune basato su una lingua, su una genia, su una religione, su una terra e la difesa dei suoi confini. Tant’è che “l’internazionalismo”, la predicata unione transnazionale degli operai, fu una bandiera delle sinistre socialiste contrapposto al “nazionalismo borghese e capitalista”. Successe che quel concetto di cittadinanza internazionale e cosmopolita, che era stato originariamente un concetto liberale e kantiano, che affondava le sue radici nel desiderio di andare già oltre gli stati nazionali che si andavano costruendo, affinché si garantissero la pace internazionale e la realizzazione dell’individuo oltre le dimensioni statali o proto-statali, veniva preso e ribaltato dal marxismo, che lo trasformò in uno strumento per minare “l’ordine capitalista e borghese”.

Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale tutto questo cambiò. Le classi dirigenti cristianodemocratiche e liberali, che traghettarono l’Europa fuori dalle macerie postbelliche, si resero conto che era necessario disinnescare anche la mina del nazionalismo; il che comportava non solo la rimozione delle cause economiche della guerra, ma una vera e propria “riforma” dei valori nazionali e il recupero del cosmopolitismo liberale anche in contrapposizione all’internazionalismo comunista. Rimanendo sui paesi più grandi, questo processo si realizzò in diversi modi. In Germania attraverso la decentralizzazione della struttura statale, il bando di tutto quel sistema di valori germanici che era stato alimentato fin dall’epoca guglielmina, e la creazione di un patriottismo basato non più sui concetti di Heimat, Mund, Blut und Boden, (patria, lingua, sangue e suolo) ma su Freiheit, Einigkeit und Recht (libertà, unità, diritto) come valori portanti dell’essere tedeschi. In Italia, invece, ciò avvenne perché, nel bene e nel male le due forze principali erano state essenzialmente “antipatriottiche” ed internazionaliste. Per la Francia fu diverso, sia perché non era stata investita dell’ondata autoritaria e nazionalsocialista come gli altri due paesi fondatori, sia perché aveva vinto la guerra (anche se solo de iure), sia perché aveva una tradizione nazionale più consolidata. Nell’epoca postcoloniale, Charles De Gaulle cercò di rifondare un modo di sentire la patria. Cercò di proporre un modello di Francia che, in virtù della sua grandezza come modello giuridico, politico ed ideale, avrebbe dovuto traghettare l’Europa e il mondo intero verso un “modello francese” diverso dai modelli sovietico e statunitense.  In questi nuovi patriottismi, era comunque compresa la volontà di creare, nel lungo termine, un’Europa unita e coesa. La divisione era soprattutto sul come: criterio federalista o criterio intergovernativo.

Ora, specialmente in seguito a questa crisi e alle tensioni che ha provocato, sembra che il centrodestra europeo abbia perso la bussola e sia meno coeso che mai. Se suddividessimo i vari partiti di centrodestra in Europa secondo uno spettro che va dai federalisti ai sovranisti, noteremo che c’è una discrepanza molto elevata. Le forze più liberali si porrebbero nella metà più federalista dello spettro, mentre invece le forze più conservatrici si porrebbero a metà: talvolta si spostano verso il federalismo, talvolta verso il sovranismo. Tranne alcune importanti ma sparute eccezioni, il più delle volte è quest’ultimo a prevalere. Fanno eccezione le forze conservatrici ceche e britanniche, che hanno invece optato in pieno per la difesa della sovranità statale e l’avversione alla costruzione europea, federale o intergovernativa che sia.

Qual è il punto ? Il fatto che il pensiero della destra europea liberale, moderata e popolare, che ha sostenuto la marcia verso la creazione dell’Unione Europea, sia stato e sia tuttora incapace o nolente di pensare ad un concetto di identità europea, che vada oltre i confini e le dimensioni nazionali. Non è stato in grado di concepire e strutturare un sentire comune europeo come, nel caso italiano, furono in grado di fare i grandi autori risorgimentali. E’ la riproposizione dell’antico principio volontaristico dell’essere nazione: attraverso il risorgimento gli italiani, che in quel momento ancora non avevano coscienza di sé, affermarono la volontà di essere popolo italiano.

Come affermò più volte Benedetto Croce, se infatti una persona è parmigiana (come lo sono io) o di qualsiasi altra città in Italia, ciò non esclude che possa sentirsi anche Italiano e sentire “un qualcosa” in comune con un veneto o un siciliano. Lo stesso fatto di essere italiani non esclude il fatto di potersi sentire anche europei. Per anni si è cercato di insegnare alla generazione di italiani nata dopo il Trattato di Roma, il principio “sono italiano, quindi sono anche europeo”. Anche in tutti gli altri paesi europei dove c’è stata questa volontà politica lo si è fatto, ma forse non è bastato.

Da alcuni mesi, in Francia è stato dato al via un dibattito sull’identità nazionale. Ma poco è stato detto su come si inserisce o si debba inserire l’identità francese all’interno dell’identità europea. Sarkozy e l’UMP (salvo alcune eccezioni) sono tuttora fra i principali sostenitori dell’integrazione, ma in casa, al proprio elettorato si continua a parlare di patriottismo francese, di identità francese, di “achetez français” e patriottismo economico francese. Lo stesso problema dell’integrazione e della cittadinanza degli extracomunitari viene trattato come un problema che coinvolge essenzialmente la République, non come di un problema di dimensione europea che coinvolge lo stesso principio di cittadinanza europea.

Per questo, dispiace leggere affermazioni quali: “Significa continuare a subire l’Europa unita (perché l’abbiamo subita, non voluta) senza cedere all’appiattimento che l’Ue vuole imporre a tutti i popoli europei per formarne un altro, gigantesco e astratto, senza radici e senza coscienza di sé” come ha scritto Giordano Bruno Guerra su Il Giornale alcuni giorni fa, parlando del dibattito sull’identità nazionale. In quella frase, non solo sembra mistificato il progetto europeo, ma rischia di essere sminuita l’eredità storica della destra italiana che, fin da Einaudi e De Gasperi, ha avuto come obiettivo la costruzione di un’Europa unita; nella quale l’Italia avesse un suo giusto spazio e nella quale ogni italiano si sarebbe potuto sentire a casa sua in Bassa Sassonia così come in Belgio o in Provenza, senza essere oggetto di odio o di aggressioni come fu in più di un’occasione.

Se vogliamo creare veramente una forza europea che sia liberale e popolare, dobbiamo soprattutto impegnarci a creare un’identità europea che integri le identità nazionali, le accomuni e le apparenti più di quanto non lo siano già. Il risultato non sarà un minestrone, come qualcuno ci vuol far credere, ma un’Europa dove un italiano ed ogni altro europeo si possa sentire cittadino a casa sua; in Lettonia così come in Portogallo e possa realizzare la propria vita nella sua pienezza, senza costrizioni o limitazioni di natura etnica o nazionale.


Autore: Francesco Violi

Nato nel 1988, è studente di Economia e Finanza presso l'Università di Parma. Nel 2009 ha vinto una borsa di studio offerta dalla Fondazione Einaudi per una tesina su "Le nuove prospettive liberali per l'integrazione Europea"ed è successivamente diventato coordinatore della Scuola di Liberalismo di Parma.

2 Responses to “La destra europea rifletta sull’Europa”

  1. Giorgio ha detto:

    Vier zutaten!
    Che cos’è la “destra europea,liberale,moderata e popolare”?

  2. marcello ha detto:

    Nel 900 la destra ha ridimensionato il ruolo dello stato, avendo esaltato il liberismo. Ma anche nell’800 comunque esisteva una destra liberale che teneva a distanza la religione. Cavour parlava di una libera chiesa in un libero stato. Ora almeno in Italia con poche eccezioni non si vuole inspiegabilmente prescindere dal Vaticano nel programmare l’attività politica, ben sapendo che molti elettori di destra sono autonomi da quei dettami.

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