Riflessioni libertarie sul pluralismo

– Recentemente la Corte Suprema americana ha deciso che le persone giuridiche potranno finanziare senza limitazioni la politica. Da un lato si riconosce da alcune parti che questa decisione rischia di far degenerare la democrazia nel dominio delle lobby (cosa che è già largamente vera), dall’altro si ritiene, come Somin, che questa sia una vittoria della libertà di espressione.
La realtà è probabilmente più complessa, come riconosciuto dal professor Mario Rizzo sul suo blog, e spinge a porsi questioni di teoria politica che hanno ricevuto risposte molto diverse nel corso della Storia. Ad esempio, negli anni ’20 gli ordoliberali tedeschi, osservando la caduta della Repubblica di Weimar, si lamentarono del pluralismo sociale e della degenerazione dello Stato verso il corporativismo delle lobby e dei gruppi di pressione: questa idea è stata criticata da alcuni (come Megay) in quanto anti-pluralista. Probabilmente la diagnosi degli ordoliberali era errata, in quanto è difficile credere che i problemi delle democrazie contemporanee sorgano dalla loro debolezza (cosa che forse loro erano autorizzati a pensare osservando Weimar), ma nonostante ciò il problema del pluralismo è ancora aperto.

Da un punto di vista, diciamo, “libertarian”, il problema del pluralismo si pone in questi termini: la concorrenza è un bene, in genere, perché costringe i produttori a sottomettersi alla volontà dei consumatori e perché favorisce il benessere di tutti; ma è sempre un bene, in qualsiasi ambito e in qualsiasi condizione? La concorrenza in politica non funziona come sul mercato: è la lotta per acquisire il diritto di imporre la propria volontà sugli altri, è quindi la lotta per l’acquisizione di diritti di coercizione sul resto della società. Non è difficile vedere come questa specificità della politica rispetto al mercato renda la concorrenza potenzialmente pericolosa.

Lo Stato – diceva Bastiat – è la grande finzione mediante la quale tutti pensano di vivere a spese degli altri”: in termini di public choice, è una procedura decisionale che spinge a chiedere dei benefici senza tener conto dei costi. Questa esternalità, come la definirebbero gli economisti, è evidente quando si cerca di spostare i problemi al futuro (perché le future generazioni non votano), quando si cerca di nascondere i costi delle politiche e diffonderli tra milioni di persone in modo che nessuno si accorga delle inefficienze, e quando al contrario si danno benefici a gruppi specifici e ben piazzati politicamente per ottenere voti.

Il problema è capire se questo sistema possa funzionare ragionevolmente bene e se non debba essere al contrario vincolato da determinate procedure e limitazioni (come il liberalismo ha sempre sostenuto: il problema principale della politica è vincolare il potere, non decidere chi deve governare). I pluralisti sostengono in sostanza che la concorrenza senza restrizioni tra gruppi di interesse porta, magari per vie traverse, a risultati che sono compatibili con il “bene comune”, mentre gli anti-pluralisti ritengono che la concorrenza per l’accesso alla coercizione pubblica sia fondamentalmente una tragedia dei beni comuni e quindi una “corsa verso il fondo” anziché verso la cima.

Se i pescatori in un lago di proprietà comune non si mettono d’accordo, ognuno avrà incentivo a pescare prima degli altri, e alla fine il lago rimarrà senza pesci. Questo è un esempio di concorrenza con conseguenze negative, tant’è che un accordo (un cartello) tra i pescatori o un monopolio sarebbero probabilmente una soluzione migliore per tutti. La politica a quale dei due casi assomiglia maggiormente? È una tragedia dei beni comuni oppure è una concorrenza costruttiva, come quella che normalmente si ha sul mercato?

Finché avremo uno Stato dal potere enorme, avremo enormi incentivi da parte dei gruppi di pressione di sfruttarlo a proprio vantaggio. Se non vogliamo questo, dobbiamo ridurre (razionare) l’accesso alla coercizione pubblica impedendo alle lobby organizzate di difendere i propri interessi, cosa che però costituisce una limitazione con la libertà di organizzazione e di espressione; oppure dobbiamo sperare che dalla concorrenza per l’accesso alla macchina erogatrice di privilegi, lo Stato, escano fuori dei risultati socialmente accettabili e non il bellum omnium contra omnes del conflitto tra gruppi di interesse; in alternativa, dobbiamo vincolare, limitare e controllare la macchina che genera questo problema istituzionale, e cioè lo Stato interventista. Finché la democrazia illimitata sarà una realtà, ci saranno lobby che sfrutteranno tutti i loro mezzi per ottenere vantaggi a spese altrui. La Storia ci dirà se la decisione della Corte Suprema aumenterà la libertà di espressione e di organizzazione, o aumenterà le pressioni che spingono naturalmente le democrazie verso il corporativismo dei privilegi, pressioni che noi italiani conosciamo benissimo, e che sono già da tempo all’opera negli USA con le banche, con i produttori di automobili e di acciaio (e i rispettivi sindacati) e con gli agricoltori. I liberali dovrebbero perlomeno porsi dei dubbi.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

2 Responses to “Riflessioni libertarie sul pluralismo”

  1. Marianna Mascioletti ha detto:

    Corretto, spero bene!

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