Regioni e nucleare: competenze senza responsabilità

– Il parere negativo delle regioni al decreto che segna il ritorno all’atomo non manderà all’aria i programmi del Governo, ma conferma un quadro poco incoraggiante che già ha visto undici regioni impugnare la legge delega sul nucleare e molte altre amministrazioni approvare ordini del giorno, mozioni, piani energetici e leggi in cui viene affermata l’indisponibilità del territorio a ospitare impianti di produzione di energia da fonte nucleare.

La maggioranza ha il dovere di procedere per il rispetto degli impegni presi dinanzi agli elettori due anni fa, quando fu inserito nel programma di governo e manifestata  la volontà di riaprire il capitolo nucleare.
Rimane il fatto che il dialogo con le regioni si fa difficile; complice, oltre alla maggior presa che esercita la sindrome Nimby nelle amministrazioni decentrate e soprattutto in campagna elettorale, anche un quadro normativo che affida alle regioni competenze normative senza imputare alle stesse le conseguenti responsabilità in materia di energia.
Ogni richiamo all’interesse nazionale e alla responsabilità rischia di cadere nel vuoto se non si corregge l’attuale bilanciamento dei poteri.

Le amministrazioni regionali e locali non hanno adeguati incentivi ad accettare la realizzazione di impianti di produzione energetica. L’attuale regime dei prezzi remunera i produttori in base all’incontro tra la domanda e l’offerta che si registrano nel mercato interregionale, mentre i consumatori pagano in genere lo stesso prezzo in tutto il territorio nazionale. La costruzione di un impianto è appetibile perché crea occupazione, ma solleva nel territorio l’opposizione dei competitor già presenti e dei cittadini, che non vedono concentrati i benefici tratti dall’aumento di produzione efficiente, mentre i costi derivanti dal deficit energetico di una regione sono spalmati tra i consumatori delle altre regioni.

La riforma del titolo V del 2001 non ha risposto alle richieste di responsabilizzazione delle amministrazioni regionali che un vero federalismo fiscale avrebbe portato con sé, ma ha creato confusione nella ripartizione delle competenze legislative. La Costituzione annovera l’energia tra le materie a competenza concorrente: in relazione a queste, allo stato spetta la definizione dei principi e delle norme quadro, mentre alle regioni è affidato il potere di dettare la normativa di dettaglio. La vaghezza dei contorni che delimitano le attribuzioni dello Stato e delle regioni è la fonte di un conflitto permanente tra livelli di governo.
Lo scontro è acuito, nel caso in specie, dalla necessità descritta nel decreto nucleare di concertare costantemente con le regioni il processo decisionale in materia, unita all’assenza di meccanismi che riconoscano alle regioni giusti incentivi e responsabilità.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

2 Responses to “Regioni e nucleare: competenze senza responsabilità”

  1. Il quadro energetico italiano, nella sua complessità e nella sua lunaticità(nel senso inglese del termine), ben mostra, con tutta le sua tremenda evidenza sui conti pubblici e privati, quanto sia vero l’assunto di come a generare mostri sia il sonno della ragione.
    Sonno della ragione che pertiene a chi nei decenni ha appaltato la politica energetica a manager pubblici e privati deresponsabilizzati sul piano generale e rispondenti solo a logiche di bottega pubbliche o private.
    Sonno della ragione che pertiene a chi ha promosso, propagandato, generato il brodo demagogico in cui è maturato l’infame, irresponsabile referendum che ci portò fuori dalla razionalità energetica e da un settore industriale primario e di eccellenza, nel quale eravamo ottimamente posizionati.
    Sonno della ragione che pertiene a chi ha generato il caos amministrativo ed il blocco decisionale derivante dalla modifica del titolo V imposta a suon di pochissimi voti di maggioranza al solo scopo di mettere in difficoltà il nemico berlusconiano del dialogo con le regioni ed impedirgli di realizzare il suo programma.
    Sonno della ragione che pertiene a chi nei decenni ha permesso e fatto, anzi, di tutto perché la struttura della Cosa pubblica fosse così organizzativamente (e legislativamente) irrazionale da essere paragonabile ad un immenso nodo di Gordio che strangola la società civile ed il mondo della economia.
    Sonno della ragione che pertiene a chi nulla fa per far comprendere al colto ed all’inclita la verità sulle evidenze scientifiche e tecniche contrapposte alle caciarate becere e folli di tutte quelle pecore matte che scambiano i loro onanismi mentali con il bello ed il meglio e li gabolano per un futuro migliore per tutti.
    Il nodo di Gordio, purtroppo, non lo si può sciogliere. Lo si deve tagliare.

  2. Leogan ha detto:

    Molte parole….
    Il fatto incontrovertibile e’ che OGGI non abbiamo ancora individuato un sito per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi di media attività. Che OGGI non abbiamo ancora smantellato le 4 centrali nucleari che avevamo (200 Milioni di euro all’anno alla SOGIN pagati sulle bollette ENEL…)
    Che una centrale costa 4-5 Miliardi di euro
    che sara’ costruita in 10-15 anni (se va bene, essendo noi in Italia)
    Che i costi dello smantellamento saranno posti a carico della comunita’
    Che il costo dell’Uranio come combustibile e’ destinato a salire

    Potrei continuare, ma gli unici a guadagnare saranno i costruttori
    (colate di cemento) per costruire cattedrali che non entreranno in funzione.

    Infine: c’e’ stato un referendum in passato, e gli italiani si sono espressi.
    C’e’ bisogno di un altro referendum per farli riesprimere di nuovo?
    Dov’e’ il rispetto della volonta’ popolare invocato ad nogni pie’ sospinto in altre circostanze?

Trackbacks/Pingbacks