– da Il Secolo d’Italia del 3 febbraio 2010 –

Sulla questione del burqa e del niqab sembra che il Parlamento francese abbia scelto di rompere gli indugi e di proporre una misura – quella del bando al velo integrale negli uffici pubblici – che è coerente con l’ideologia repubblicana e con un modello di integrazione “assimilazionista”.

Il tempo dirà se questa scelta sarà davvero compiuta, se porterà ordine o disordine sul piano civile e se contribuirà ad aggravare il senso di estraneità o a contenere l’ostilità politica delle minoranze islamiche più oltranziste.

Nel 2004 la Francia aveva adottato un provvedimento solo in apparenza simile, che vietava l’ostensione di simboli religiosi (il velo islamico, la kippah ebraica, la croce cristiana…) da parte degli studenti nelle classi scolastiche. In realtà, in quel caso l’obiettivo rispondeva ad un discutibile disegno di pedagogia sociale, per affermare la cittadinanza laica come “spoliazione” dalle simbologie del sacro. Oggi, l’obiettivo sembra essere quello, assai più condivisibile, di impedire che il principio della libertà religiosa arrivi paradossalmente ad autorizzare la discriminazione di genere e la “spoliazione” dell’identità civile delle donne musulmane.

La legge del 2004, che vieta nelle scuole “segni o abbigliamenti attraverso i quali gli alunni manifestino ostensibilmente un’appartenenza religiosa”, può considerarsi una estensione logica della legge che nel 1905 mise al bando i simboli religiosi in tutti gli spazi e luoghi pubblici, a eccezione dei luoghi di culto, dei cimiteri e dei musei. Al contrario, una norma – come quella anti-burqa – che impedisce la “mutilazione simbolica” del corpo e del volto delle donne non attiene alla dimensione del rapporto tra Stato e religioni, ma a quella, ben più generale, della tutela dell’uguaglianza giuridica dei cittadini.

E’ chiaro che in questo caso l’obiettivo di principio deve misurarsi con la natura di una scelta – quella di indossare il burqa o il niqab – che in teoria potrebbe essere rivendicata dalle donne musulmane come volontaria, libera e consapevole. Ed è altrettanto evidente che l’obiezione non può essere contrastata in maniera puramente logica, denunciando la contraddizione, pure evidente, tra la condizione di fatto e la rivendicazione di diritto, tra una libertà religiosa orgogliosamente reclamata e un modello di relazione, familiare e tra i sessi, che ne neghi il presupposto, cioè la libertà civile.

Se può quindi apparire controversa la scelta di vietare per legge il burqa, non è neppure possibile consentire che il sistema della cittadinanza venga disgregato da un uso separatistico di principi universalistici e che il contenitore della libertà religiosa si gonfi del contenuto velenoso della segregazione femminile, sia pure, in teoria, liberamente consentita da donne che in realtà non sono in grado di consentire né di rifiutare liberamente alcunché.

L’errore di un approccio “garantista” è presumere che nell’idea proprietaria del corpo delle donne vi sia uno spazio, ancorché residuale, per la libertà femminile. Vi è un equivoco di fondo nell’interpretazione occidentalistica di questa forma di devozione: si ragiona come se il burqa non fosse un’invenzione tipicamente maschile, che risponde ad un’esigenza di controllo esclusivamente maschile, ma costituisse al contrario una forma peculiare di pietà religiosa femminile.

Il burqa custodisce l’esclusione delle donne da una società politicamente “monosessuale”, quale era quella tribale che ha consegnato e trasmesso ad una parte (minoritaria) della cultura islamica questa poco venerabile consuetudine. Ed il paradosso è che sia i fanatici islamici che quelli anti-islamici abbiano finito per identificare il vero Islam con un “attrezzo” che non appartiene originariamente né alla dottrina né alla tradizione islamica.

A identificare l’Islam con il burqa e il burqa con l’Islam sono quanti non hanno a cuore né il pluralismo religioso né la “differenza islamica”, ma vogliono, al contrario, disseminare di mine il campo del dialogo interreligioso e consegnare la rappresentanza dell’Islam europeo a chi ne predica la radicale opposizione antropologica alle forme politiche e giuridiche della modernità “occidentale”. Il fondamentalismo islamico e quello anti-islamico sono in questo obiettivamente alleati, proprio perché irriducibilmente nemici e, in uguale misura, interessati a fare saltare un modello che assicuri, insieme, la libertà religiosa e l’uguaglianza civile.

Dal punto di vista storico, quella contro il burqa non è però una posizione anti-islamica, ma sempre più chiaramente intra-islamica. Il fatto che le massime autorità religiose dell’Islam, come il rettore dell’Università Al Azhar del Cairo, Mohammed Said Tantawi, abbiano esplicitamente denunciato il carattere “non islamico” di questa usanza tribale diffusa dall’ideologia salafita non è interessante solo dal punto di vista dottrinario, ma anche politico.

Anche per questo, è assurdo identificare nel burqa l’unità simbolica dell’Islam ed è insensato che lungo quella linea possa essere fatta correre la frontiera che separerebbe irrimediabilmente i destini degli islamici da quelli dei popoli europei.

In Italia, le riserve contro un intervento normativo che renda esplicito il bando al velo integrale uniscono una sinistra elusiva – rifugiata, ad eccezione dei radicali, nel consueto: “…il problema è un altro…” – e una destra “realista”, a cui ha dato voce il Ministro degli esteri Frattini, tradizionalmente agnostico sulle questioni di diritto e preoccupato dal ginepraio di polemiche che una decisione di questa natura scaricherebbe sulla Farnesina.

L’indirizzo francese ha invece suscitato il prevedibile entusiasmo della Lega e di una parte del centro-destra, disposti a plaudire ad un provvedimento che, in altro contesto, avrebbero definito oltraggiosamente “laicista”, pur di dare voce ad uno spirito revanscista che non è né cristiano né nazionale, ma solo anti-islamico e anti-straniero.

Come dovrebbe però essere chiaro, sollevare la questione del burqa non può significare punire chi lo indossa, né trasformare l’oppressione che esso rappresenta in un illecito, di cui –  come propone il Carroccio –  siano chiamate a rispondere direttamente le oppresse. Prevedibilmente, la persecuzione giudiziaria non ne favorirebbe l’emancipazione sociale, ma le ricaccerebbe in una più serrata cattività familiare. Il burqa non è un pericolo per “noi”, ma una violenza contro di “loro”. Dunque, giustificarne la proibizione per ragioni di ordine pubblico – poiché l’indumento preclude l’identificabilità delle donne che lo indossano – perpetuerebbe, su basi giuridicamente incerte, l’equivoco che identifica nelle donne islamiche un potenziale pericolo per la società e non nel burqa un oltraggio alla loro identità civile.

Non si può vietare il burqa contro le donne che lo indossano. A loro va offerta un’alleanza, altrimenti il divieto diverrebbe un modo ancora più subdolo e sleale per abbandonarle al loro destino. Una legge contro il burqa si può fare solo per le donne islamiche. E offrendo loro protezione, come ha detto con grande ragionevolezza il Ministro Carfagna, distinguendosi dalle ciance di una sinistra impotente e tartufa e di una destra stupidamente cattiva.