Morire non è un diritto, vivere non è un dovere. Il cattolico Possenti boccia la legge sul fine vita

– “Se non esiste un dovere di continuare ad esistere che sia esigibile dallo Stato, non sussiste un dovere assoluto di imporre sempre idratazione e nutrizione”.  A scriverlo è il Professor Vittorio Possenti, filosofo della politica cattolico e componente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che in un articolo pubblicato da Paradoxa, rivista trimestrale della Fondazione Nova Spes, smonta i presupposti, l’impianto e gli esiti normativi della proposta di legge sul fine vita approvata dal Senato e oggi in discussione presso la Commissione affari sociali della Camera dei Deputati.

Possenti non è filosofo sospettabile di cedimenti alle derive “catto-nichiliste”. Ancorato ad un personalismo cristiano ostile alle declinazioni “libertiste” dell’individualismo liberale e teorico di un post-liberalismo “dignitario” e anti-libertario, è tutto, in termini politici e dottrinari, fuorché un cattolico disallineato. Sull’aborto, sull’eutanasia, sulla ricerca bio-genetica, Possenti è stato e rimane un cattolico ancorato, senza tentennamenti, a quella “cultura della vita” che ha condotto la Chiesa e una parte del mondo cattolico ad una vera e propria guerra di resistenza contro i maggiori “scandali” bio-etici della modernità.

Il fatto che le posizioni di Possenti entrino in rotta di collisione con quelle ribadite, in modo tetragono, dai vertici dell’episcopato italiano e dalla Segretaria di Stato vaticana chiarisce come sul fine vita le divisioni che attraversano il mondo cattolico e le sue elite intellettuali e politiche siano profonde e non riconducibili allo schema “catto-progressisti versus catto-tradizionalisti”.

La critica di Possenti è radicale, a partire dal tentativo di fondare una disciplina normativa sul principio “di una assoluta indisponibilità della propria vita”, che “non trova un’adeguata giustificazione razionale”. Diverso è il “caso della fede che presenta la vita come un dono di Dio che a lui appartiene e di cui il soggetto non ha disponibilità: un discorso che non possiamo dare come cogente per tutti”. Infatti, prosegue Possenti, “il criterio dell’indisponibilità assoluta della propria vita si autonega appena entra in campo il consenso informato e/o la rinuncia alle cure”.

Ricordando come l’articolo 32 della Costituzione faccia inequivocabilmente coincidere il rispetto della persona umana e della sua dignità con la necessità di un’adesione volontaria alle cure proposte, Possenti afferma senza mezzi termini che “la facoltà di rinunciare o di rifiutare una cura può essere inserita tra i diritti inviolabili dell’uomo”. E’ interessante notare come il radicalismo della tesi di Possenti non derivi da una visione assolutistica dell’autodeterminazione individuale, per cui la persona “è soltanto libertà”, ma da un’idea della libertà terapeutica concreta e individuale, legata alle circostanze reali in cui la volontà dei malati si esprime e trova riscontro nella valutazione di quanti devono provvedere alla loro cura. Nelle situazioni estreme, ogni decisione dovrebbe essere “una codecisione, in cui contino la volontà del paziente, il medico, la famiglia e altre eventuali figure abilitate a ciò”.

La volontà del paziente non può non rilevare in decisioni che lo riguardano, anche quando egli si trovi in condizioni di incapacità: “se la mia vita mi è totalmente sottratta, fatalmente sarà posta completamente nelle mani di altri”. Il problema, dunque, non è costituito dalle conseguenze delle scelte di cura, ma dalle circostanze in cui queste maturano: “I casi di Eluana e Welby sono diversissimi”. Se nel caso di Eluana il problema era rappresentato dall’incertezza circa una volontà non espressa direttamente, ma indirettamente ricostruita, nel caso di Welby è stato “interrotto il trattamento su richiesta del paziente cosciente”.

Comunque, per Possenti “l’indisponibilità assoluta della propria vita” non chiama in causa “valori non negoziabili”. “Non fa parte di tale ambito e non potrebbe essere imposta dalla legge” a differenza del “divieto di aborto che è razionalmente fondato in maniera cogente”. La libertà di cura non scivola bio-eticamente verso l’eutanasia e continua logicamente a distinguersene: “Se non c’è un ‘diritto di morire’, che darebbe luogo ad un assurdo ‘dovere di uccidere’, vi è un ‘diritto a non curarsi e a lasciarsi morire’”.

Non manca infine nelle parole di Possenti, una dichiarata diffidenza verso l’iper-regolamentazione legislativa: “Dinanzi all’estrema varietà di casi concernenti la fine della vita, la legge e in specie una legge molto analitica è uno strumento poco idoneo e perfino grossolano”. E’ un approccio che lo avvicina a quanti lavorano ad una soluzione di compromesso, mediante una soft law o una legge ampiamente condivisa, che non rivoluzionino e stravolgano i principi della deontologia medica.

Nel complesso, ci pare che la posizione che Possenti articola in termini teorici non abbia praticamente alcun punto di contatto con la legge che la maggioranza e le gerarchie ecclesiastiche difendono come obiettivo non rinunciabile. Sembra assai più consonante con le posizioni che, all’interno e all’esterno del mondo cattolico, cercano una mediazione che disarmi una contesa insensata, improntata ad uno sconclusionato massimalismo dottrinario e ad un’imbarazzante opportunismo politico.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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