– “La crisi economica sta causando la perdita di numerosi posti di lavoro e questa situazione richiede grande senso di responsabilità da parte di tutti: imprenditori, lavoratori, governanti”. Così ha parlato Benedetto XVI, causando la solita coda di commenti di chi crede che “L’ha detto il Papa, quindi Dio è con noi!”.

Lo pensano i sindacati, lo pensano i lavoratori di Termini Imerese e Portovesme. Che sono stati esplicitamente citati dal Pontefice: “Penso ad alcune realtà difficili in Italia – ha continuato il Papa – come ad esempio Termini Imerese e Portovesme, mi associo pertanto all’appello della Conferenza Episcopale Italiana che ha incoraggiato a fare tutto il possibile per tutelare e far crescere l’occupazione, assicurando lavoro dignitoso e adeguato al sostentamento delle famiglie”.

Questo discorso può essere letto e commentato sotto molto aspetti. Diplomatico: ha diritto il Papa a intervenire in una disputa sindacale di un Paese che non è il suo? Politico: ha diritto il Papa a condizionare le scelte del governo in una questione economica? E’ bene che i politici diano sempre ascolto al Papa? Economico: che diritto ha il Papa a suggerire una scelta a imprenditori e manager? Sindacale: è possibile che il Papa consolidi la vecchia posizione sindacale in difesa del lavoro, ovunque e in qualsiasi circostanza?

Tutte queste domande non hanno senso, se non si coglie l’essenza del messaggio di Benedetto XVI. Che non è diplomatica, non è politica, né economica, né sindacale. E’ un messaggio morale. E va affrontato in termini morali. La domanda vera da porsi è: il lavoro è un valore? Non licenziare dei lavoratori, giudicati improduttivi in base al conto economico della loro azienda, è un comportamento virtuoso? L’unico filosofo liberale che potrebbe rispondere in termini morali è una donna liberale e atea: Ayn Rand.

Per la Rand, il sistema capitalista è l’unico in cui gli uomini non si rapportano fra loro come padrone e schiavo, ma come individui indipendenti che scambiano beni, informazioni e servizi. Un lavoratore è un “mercante”, in senso economico, esattamente come un imprenditore e un negoziante: fornisce un servizio che può essere comprato o meno, a seconda dei bisogni della controparte. Un disoccupato che non trova lavoro è esattamente nella stessa condizione di un negoziante che non trova clienti o di un imprenditore che non riesce a vendere i prodotti e i servizi della sua azienda. Né più né meno.

E’ giusto che un uomo aspiri a trovare un lavoro? Certamente. E’ altrettanto giusto che qualcun altro gli fornisca il lavoro che richiede? No, esattamente come non sarebbe giusto imporre a un potenziale cliente di comprare il pane da un determinato panettiere. Ma il secondo esempio (sul panettiere) si coglie al volo, il primo (sul datore di lavoro) no. Eppure l’unica differenza fra i due è numerica. I lavoratori che reclamano un posto e uno stipendio sono una massa considerevole di individui. Se si aggiungono le loro famiglie, la massa diventa ancora più grande. Da qui nasce il discorso di “classe”: la “classe” proletaria è percepita come numericamente maggioritaria ed economicamente più svantaggiata.

Per evitare il conflitto, la posizione più “ragionevole”, per un politico, consiste nell’accontentare questo potenziale esercito di insoddisfatti per evitare un futuro conflitto civile. Ayn Rand, per descrivere lo Stato Sociale, usa giustamente la metafora di “guerra civile fredda”: lo Stato distribuisce soldi e benefici a una classe a scapito di altre per evitare che la guerra fredda diventi calda. Come in guerra, però, non vince il più giusto, ma il più forte e il più organizzato. Lo sa il Papa che sta legittimando la legge della giungla?
Ma il conflitto, viene da chiedersi, è inevitabile? Se un uomo ottiene un posto di lavoro e l’altro no, i loro due interessi sono in conflitto? Non necessariamente.

La guerra, fredda o calda che sia, non è inevitabile. La diventa se parliamo di persone irrazionali, che fanno prevalere il loro istinto. Se una persona è razionale, sa che la sua aspirazione ad avere lavoro non è in conflitto con quella dell’imprenditore, né di altri salariati che il lavoro l’hanno ottenuto. Una persona razionale deve tenere conto, secondo Ayn Rand, di quattro presupposti: realtà, contesto, responsabilità e impegno.

Realtà: “Il fatto che due persone aspirino allo stesso posto di lavoro non prova che ne abbiano diritto, o che lo meritino, né che gli interessi dell’una siano danneggiati dal fatto di non ottenerlo”.

Contesto: “Entrambe queste persone dovrebbero sapere che, se possono desiderare un posto di lavoro, questo scopo viene reso possibile solo dall’esistenza di un’impresa in grado di offrirlo”.

Responsabilità: “Nessuno dei due uomini ha il diritto di dichiarare di non voler neppure considerare tutto quanto abbiamo detto sinora e di volere semplicemente un posto di lavoro. Egli infatti non ha diritto ad alcun desiderio o ad alcun interesse senza la conoscenza di ciò che è necessario per rendere possibile la sua realizzazione”.

Impegno: “Chiunque ottenga il posto, se lo sarà meritato (purché chi lo offre abbia preso una decisione razionale). Questo beneficio è dovuto ai propri meriti, non al sacrificio dell’altra persona, che non ha mai avuto diritto a tale posto. L’impossibilità di concedere a una persona quello che non le appartiene non può certo essere definita come un ‘sacrificio’ dei suoi interessi” (Ayn Rand: “La Virtù dell’Egoismo”, Liberilibri, Macerata 1999, pag. 60).

Si dirà che pochi uomini sono razionali. E che la maggioranza vuole realizzare i propri desideri (soprattutto se ne va del mantenimento della famiglia) a qualunque costo, a prescindere a realtà, contesto, responsabilità e impegno. L’uomo, è vero, è fatto anche di istinti. Però la civiltà, che è una conquista rara nella storia dell’uomo, è fatta di leggi che reprimono certi istinti per consentire una coesistenza pacifica di tutti. L’uso della ragione permette la civiltà, anche a costo di reprimere l’istinto. E questo, Benedetto XVI, il Papa della ragione, dovrebbe saperlo meglio di me, di Ayn Rand e di chiunque altro.