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Per le regionali, meglio tornare alla strategia ed abbandonare la tattica

– Ultimamente si fa un gran parlare di alleanze. Casini con il centrodestra in alcune regioni e con il centrosinistra in altre (forse); Di Pietro che alla fine rimane alleato del PD; il PDL che sembra pronto ad un’alleanza con Storace, e tutta una serie di partiti e partitini che invece decide di regione in regione con chi andare.

Per vincere le elezioni non basta avere l’alleanza che su carta disponga della percentuale più alta, anche perché come dimostra la realtà di ogni singola elezione, sono quasi sempre gli indecisi a fare la differenza. Ciò nonostante i partiti politici, sempre più attenti ai sondaggi di opinione, non sembrano tener conto di questo elemento. Se infatti in una fase pre-elettorale, quando il governo (nazionale o locale) è ancora in carica ma la campagna elettorale ancora non ha avuto inizio, i sondaggi di opinione offrono un quadro chiaro di quella che è la rappresentatività di ogni singolo partito, con l’apertura delle danze elettorali il cambiamento si inizia subito a palesare attraverso un costante aumento del numero degli indecisi.

Un primo fattore che potrebbe incidere sull’indecisione di parte dell’elettorato è senz’altro legato al leader candidato alla presidenza. Sembrerebbe innegabile una certa influenza di questa scelta sull’elettorato. Come affermano eminenti sociologi o politologi, si possono affermare diverse tipologie di leader e di leadership a seconda del periodo storico-politico che la società vive.

Altro elemento che potenzialmente incide sulla scelta finale dell’elettore è la coalizione partitica che affianca il candidato alla presidenza. Se è vero che molto spesso sono gli indecisi a fare la differenza, e se è vero che ogni elettore è un essere pensante, allora bisognerebbe chiedersi cosa porta quest’ultimo a votare per uno schieramento piuttosto che per un altro.
Come appena accennato, un primo elemento è la leadership del candidato alla presidenza. Leadership non necessariamente carismatica, burocratica, economica o di derivazione militare, ma soventemente rispecchiante il periodo storico che la società sta vivendo.

Un secondo elemento determinante nella valutazione dell’elettore “chiave” sta nella valutazione della coalizione che sostiene il leader. Nell’ambito di questa coalizione l’elettore pensante considera i partiti alleati sotto un profilo oggettivo e sotto un profilo soggettivo. Da entrambi i punti di vista egli valuterà quale siano i partiti compatibili con la coalizione, con il suo punto di vista politico e con il programma. Egli valuterà oggettivamente la compatibilità tra il programma e la coalizione che sostiene un candidato presidente, e soggettivamente quello che è il suo giudizio su ogni singolo partito facente parte della coalizione stessa.

Il nostro amato elettore valuterà poi quali siano i partiti incompatibili e dannosi per la coalizione sotto entrambi i profili. Se da un punto di vista soggettivo questa incompatibilità può essere intesa come disprezzo per un certo partito e per la sua classe dirigente, da un punto di vista oggettivo questa incompatibilità può essere vissuta come incompatibilità tra i programmi o i leader (proviamo ad immaginare un’alleanza tra PDL e PD).

Un elettore di centrodestra proveniente da una realtà in cui l’antifascismo è molto sentito difficilmente voterà una coalizione di centrodestra che includa di partiti come La Destra o Forza Nuova. Allo stesso modo un elettore simpatizzante per il centrosinistra farà valutazioni secondo quelli che sono i suoi parametri soggettivi, rifiutandosi, ad esempio, di votare la coalizione qualora ne faccia parte Di Pietro. Sia tuttavia chiaro che non vi è sempre coincidenza tra l’elemento soggettivo e quello oggettivo.

Un esempio interessante può essere quello delle elezioni comunali del 2007 nella città di Roma. In quell’occasione nonostante l’attuale dindaco fosse sfavorito dai sondaggi, uscì poi vincitore dalle urne. C’è chi attribuisce quella vittoria alla scelta coraggiosa del sindaco di escludere taluni partiti dalla coalizione (anche in fase di ballottaggio) e chi invece l’attribuisce alla debolezza del candidato Rutelli e alla disomogeneità della coalizione di cui era a capo. Probabilmente concorsero entrambi gli elementi al successo di Alemanno, che di fatto vinse alleandosi con diverse liste civiche ed un partito storicamente antifascista come il PRI, formazione di cui mi onoro di far parte.
Al di là di quelle che possono essere teorie su come l’elettore decida di votare, chi fa politica dovrebbe avere chiaro che l’elettore ha un cervello. Sono pochi quelli che ormai vivono l’appartenenza politica come si poteva vivere il legame con gli USA o con l’URSS ai tempi della guerra fredda. Se la guerra fredda era il periodo di una sorta di antitesi dualistica, questo è il periodo di una sorta di sintesi centrista in cui la moderazione sembra essere dominante.

Venendo all’attualità non v’è dubbio che chi voglia vincere le prossime regionali dovrà iniziare a fare scelte non più partendo da valutazioni tattiche, ma muovendo il proprio agire da considerazioni strategiche. Se è vero quanto ipotizzato sopra rispetto a leadership ed alleanza, pare altrettanto chiaro che a determinare la vittoria di una coalizione non sarà solo la sommatoria delle percentuali, ma la capacità di offrire una sintesi credibile ed una visione politica coerente. Sarà forse il caso che gli allenatori prima di decidere quale sia la squadra da mandare in campo facciano valutazioni prima qualitative e poi quantitative?

Io credo di si. Ad ogni modo i giochi sono aperti. Vinca l’Italia.


Autore: Vito Kahlun

Responsabile delle Politiche Giovanili del Partito Repubblicano Italiano, consultore della comunità ebraica di Roma, opinionista de "La Voce Repubblicana" e vicepresidente della Onlus Ben Yehuda

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