Nel PdL è centrale la leadership e occorre parlarne anche al futuro

Penso che Sandro Bondi, nel suo intervento pubblicato mercoledì scorso sul Giornale, abbia detto una cosa sacrosanta: è necessario legare il futuro del Pdl ad una leadership forte, valorizzando il contributo e la forza di novità che Berlusconi ha portato nella politica italiana.

Condivido con Bondi la convinzione che il successo della nostra scommessa dipenda dalla capacità di consolidare il quadro bipolare: il solo che consenta e di fatto imponga, nei due versanti del sistema politico, l’esistenza di grandi country party animati dall’ambizione di rappresentare, in modo inclusivo, il complesso della società italiana e non invece, in modo divisivo, specifiche “nicchie di interesse” culturale, economico e civile. La debolezza del Pd e lo smottamento elettorale democratico verso le posizioni “resistenziali” suggerite dall’alleato dipietrista assegnano, da questo punto di vista, al PdL una responsabilità ancora più forte.

Rispetto al problema della leadership, l’alternativa che il Pdl ha dinanzi non è quella tra il berlusconismo e l’anti-berlusconismo, ma tra i diversi modelli di “funzionamento” che dovranno supportare la vita politica del partito nel futuro post-berlusconiano del Paese. La scommessa del PdL, come hanno sottolineato da tempo numerosi analisti, non è dissimile da quella che vide impegnata la Francia gollista in vista del dopo-De Gaulle. Dopo avere vissuto la straordinarietà di una leadership fondativa, il PdL deve organizzare il passaggio alla normalità, che non significa affatto il “ritorno al passato”. Da partito “prodotto” da una leadership eccezionale, deve divenire partito capace di “produrre” una leadership riconoscibile e riconosciuta da parte di un popolo che, nei suoi caratteri politici di fondo, continuerà ad esistere ben oltre il termine di questa legislatura.

Da questo punto di vista, il PdL sarà destinato a divenire un partito più simile alle grandi forze politiche del PPE, ma non per questo più scialbo e incolore di oggi. Il modello dovrà essere quello della CDU della Merkel, e dell’UMP di Sarkozy (o, per altro verso, dei Conservatori inglesi di Cameron), leader vincenti prodotti da partiti vitali, capaci di grandi scontri e di grandi compromessi, di grande senso della tradizione e di forte capacità di innovazione.

Questo sforzo comporterà un cambiamento delle modalità di funzionamento e del profilo ideale e politico del PdL? E’ probabile e anche auspicabile. La scommessa del PdL si può perdere nel giro di poco tempo (la vicenda del Pd, da questo punto di vista, è un monito da tenere a mente). Ma si potrà vincere solo nel giro di qualche lustro, ed è questo l’orizzonte a cui la sua classe dirigente deve guardare.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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