– Massimo Mucchetti è uno dei migliori giornalisti economici italiani; ma ultimamente sembra proprio aver deciso di sposare la causa della Fieg (La Federazione italiana degli editori dei giornali) contro Google, e lo fa con argomenti che sono quantomeno contestabili. Nell’articolo pubblicato il 28 gennaio sul Corriere della Sera, Mucchetti critica Mountain View per una questione fiscale:

“Google non fattura quanto ricava in Italia dall’Italia, ma da Dublino. Ed è dunque un problema riconciliare le rilevazioni di mercato, della Nielsen o di altri, con le evidenze ufficiali dei bilanci. La filiale italiana, Google Italy, dichiara ricavi inferiori ai 20 milioni per lo più derivanti da servizi resi a Google Ireland che, per conto del quartier generale di Mountain View, coordina le attività in Europa, Nord Africa e Medio Oriente. La Guardia di Finanza di Milano aveva ipotizzato l’evasione fiscale partendo da indagini secondo le quali Google Italy rappresenterebbe una stabile organizzazione della multinazionale in Italia e non solo un punto di appoggio. Il pm Carlo Nocerino non ha condiviso l’impostazione, e ha chiesto l’archiviazione”.

Sul punto, inutile dirlo, Mucchetti ha le sue ragioni: Google fa pubblicità in Italia, che è rivolta al mercato italiano, e i percettori di reddito condiviso sono italiani. Sembra piuttosto logico che paghi il dovuto al paese che lo ospita, come del resto sta succedendo in Francia per mezzo di una legge che però l’Italia non ha ancora varato. Anche se è chiaro che una legge del genere dovrà poi valere anche per le altre multinazionali che fanno dumping attraverso Dublino o altri paesi ancora più “aperti” sulle questioni fiscali. A quel punto, il contraltare automatico sarà che qualcuno, dopo essersi fatto due conti, deciderà di andarsene dall’Italia, per lo meno formalmente, con tutto ciò che questo comporterà dal punto di vista dell’occupazione. Ma pazienza. Quel che è giusto è giusto.

Quello che non è giusto, però, è che Mucchetti continui a confondere mele con pere, accusando la Big G di essere anche un editore, e chiamando in causa la legge Gasparri e il famigerato Sistema integrato delle comunicazioni (SIC):

“Il Sistema integrato delle comunicazioni, altrimenti detto Sic, è stato prefigurato dalla legge Gasparri del 2004 per delimitare un mercato mediatico nazionale abbastanza grande da permettere anche al gruppo più rilevante, la Fininvest, di rimanere al di sotto della soglia antitrust del 20 per cento del fatturato. A tal fine sono state incluse nel Sic perfino le promozioni nei supermercati e il direct marketing. Ma si è dimenticata la pubblicità online per parole chiave. Nella relazione annuale, il presidente Calabrò cita tutti i gruppi più importanti e pure quelli di medio rango, ma non il grande motore di ricerca che si aggiudica la quasi totalità della pubblicità connessa alla funzione search”.

Tutto vero, per carità. Ma è anche vero che la Gasparri sul punto è abbastanza chiara: il Sic è quel settore economico che comprende le seguenti attività: stampa quotidiana e periodica; editoria annuaristica ed elettronica anche per il tramite di internet; radio e televisione; cinema; pubblicità esterna; iniziative di comunicazione di prodotti e servizi; sponsorizzazioni. E la legge dice anche che “non formano oggetto del Codice le disposizioni in materia di: a) servizi che forniscono contenuti trasmessi utilizzando reti e servizi di comunicazione elettronica o che comportano un controllo editoriale su tali contenuti”.

Google, nonostante i deliranti esposti della Fieg all’Antitrust sostengano il contrario, non fa attività editoriale, con Google News: semplicemente, aggrega piccole parti di contenuto liberamente fornite dagli stessi giornali on line tramite feed in automatico, fornendone una disposizione in elenco tramite filtri automatici. Il servizio si appoggia a un servizio dei giornali, e ci si può disiscrivere con una semplice operazione via internet. Chiamare Google editore in base a questi elementi è semplicemente insostenibile, così come è insostenibile pretendere una tangente per quei contenuti. Quando gli editori italiani lo capiranno, finalmente comprenderanno che per aumentare i ricavi non devono puntare sul taglieggiamento, ma sulla qualità.