Lo spiraglio sugli ogm e l’avversione ideologica di Zaia

- La notizia della sentenza del Consiglio di Stato che dà ragione all’agricoltore friulano Silvano Dalla Libera, vicepresidente di Futuragra, consentendo a lui e agli agricoltori italiani di coltivare varietà di mais OGM in ottemperanza alla normativa europea è sicuramente una buona notizia. E’ una buona notizia perché supera l’ostruzionismo del ministro Zaia e delle regioni in una materia dove finora i pregiudizi sono stati inverosimilmente tenuti in maggior conto delle ragioni della scienza.

Nonostante nessuno finora sia mai riuscito a dimostrare (e ci hanno provato in tutti i modi) che le colture OGM siano dannose per la salute o per l’ambiente, il ministro leghista reagisce alla sentenza con un gergo e delle argomentazioni che sembrano tratte dal blog di Beppe Grillo, parlando addirittura di “un consumo che divide la popolazione in abbienti che hanno la possibilità di alimentarsi con cibi biologici e certificati e di classi socialmente disagiate che devono adattarsi al cibo geneticamente modificato; un mondo agricolo che viene privato del valore dei semi, che inevitabilmente finiranno nelle mani delle multinazionali”.

Ma la questione degli OGM richiama un problema più ampio: fino a che punto può essere consentito alle regioni, al ministero, all’UE, di sindacare su ciò che coltivano gli agricoltori sui loro terreni? Dove finisce la libera scelta di un imprenditore agricolo di operare sul mercato come meglio crede? In realtà la sentenza del Consiglio di Stato dà ragione a Dalla Libera in base a una normativa europea comunque molto restrittiva, che fornisce un elenco già abbastanza limitato di varietà di mais e, se non sbaglio, soia OGM di cui autorizza la coltivazione. Ben poca cosa rispetto a ciò che avviene in altri continenti. E perché poi solo il mais e la soia? Chi coltiva grano ha ben poche speranze di vedere riconosciuto il suo diritto equivalente, almeno finché non cambia la normativa europea. Ma, a ben vedere, se guardiamo i criteri su cui si basano le politiche agricole regionali, nazionali e comunitarie, di libero c’è ben poco. Tutto ruota intorno a quote, sussidi, disciplinari, denominazioni d’origine creati in teoria per tutelare gli agricoltori, i consumatori e i territori ma che hanno finito per immobilizzare il comparto agricolo in un precario status quo.

Se voglio piantare un vigneto, tanto per fare un esempio, devo avere in mano i cosiddetti “diritti di reimpianto”. Ovvero, dato che la superficie vitata nel nostro paese è contingentata, devo acquistare il “diritto” di piantare un vigneto da qualcuno che ha espiantato una superficie equivalente, oppure attingere a una “riserva” gestita dalle regioni che indirizzano queste “quote” come meglio credono, in genere verso zone a denominazione d’origine controllata. Questo, oltre a ledere il diritto naturale di ciascuno di coltivare e commercializzare a casa sua ciò che ritiene più opportuno, ha creato un sottobosco di compravendite di “quote” e “diritti”, spesso più fruttuoso (o costoso) delle produzioni stesse, in cui la parte degli intermediatori è svolta dagli uffici regionali e dalle associazioni di categoria.

Se aggiungiamo che la possibilità di commercializzare i prodotti è garantita dall’adesione ai disciplinari, cioè criteri produttivi, anch’essi imposti dall’alto, il quadro è completo. Il valore dei terreni all’interno delle cosiddette zone DOC è schizzato alle stelle, mentre per chi possiede terreni vocati alla viticultura al di fuori di esse aggredire un mercato così protetto è di fatto un’impresa titanica. Un’impresa a cui si finisce per rinunciare in partenza. Il vantaggio per la rendita fondiaria è evidente, ma dove sia il vantaggio per il sistema agricolo nel suo complesso e per i consumatori è tutto da scoprire, a meno che non consideriamo un vantaggio acquistare a prezzi elevati un prodotto la cui qualità è certificata all’origine e non dal gradimento dei consumatori.

Chissà se i viticoltori californiani avrebbero avuto lo stesso successo nel proporre al mercato mondiale vini di qualità a prezzi ragionevoli se la loro produzione fosse stata sottoposta a un sistema di vincoli così stringente. Chissà se avrebbero superato le resistenze dei consumatori di vino italiani e francesi se avessero ottenuto dal loro governo un’etichetta con scritto “vino buono” pagandola con la libertà di fare il vino come pareva a loro, cioè ricercando il prodotto migliore al prezzo migliore.

L’arrogante presunzione di volere indicare agli agricoltori e ai consumatori ciò che è giusto produrre e consumare che traspare dalle parole di Zaia è la stessa che ispira le politiche agricole del nostro continente ormai da decenni, ma che sta portando al collasso l’intero settore. Ai contribuenti può essere richiesto di mantenere l’agricoltura e gli agricoltori con i sussidi, ma pretendere poi, per giustificare ideologicamente questo sistema, che paghino anche un sovrapprezzo sull’etichetta dei prodotti che consumano sembra francamente troppo.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

7 Responses to “Lo spiraglio sugli ogm e l’avversione ideologica di Zaia”

  1. “Eppur si muove…”
    In ogni tempo v’è sempre un qualcuno, magari con spicchietti più o meno significativi di potere e relativa potenzialità a far danni, che pretende essere il sole a ruotare attorno alla terra e non viceversa.
    Come al solito si trattano “politicamente”, vale a dire emozionalmente e senza nessuna competenza tecnico-scientifica in materia, argomenti che sono trattabili, invece, solo a livello di competenza tecnico-scientifica di vertice.
    I ministri, scelti per appartenenza e non per competenza, sono troppo spesso epigoni del Cardinal Bellarmino di galileiana memoria.
    Speriamo che, nel caso specifico almeno, non debbano passare quattro secoli perché il Bellarmino di turno si ravveda.

  2. Giovanni scrive:

    Condivido tutto eccetto le affermazioni sui disciplinari delle zone DOC. Il disciplinare è solamente un regolamento a cui decidono di aderire liberamente degli imprenditori e secondo me non è imposto dall’alto, anzi viene dal basso. Inoltre non tutte le DOC godono di valutazioni da capogiro. In Sicilia ce ne sono tante sconosciute che non credo abbiano contribuito ad alzare i valori dei terreni.

    Cosa diversa invece i diritti che a me sembrano una assurdità come il contributo all’estirpazione.

    Giovanni Trovati

  3. Giordano Masini scrive:

    Quello che a me stava a cuore, Giovanni, era sottolineare come si è venuto a creare un sistema di recinti protetti, comodi per chi ne fa parte e difficili da superare per chi ne è escluso. Ci sono senz’altro aspetti positivi, ma quando si discute dei limiti geografici delle zone DOC, specie quelle più importanti, si aprono questioni paragonabili a quelle per i piani regolatori delle grandi città, tali e tanti sono gli interessi in gioco.
    A me piacerebbe che anche in agricoltura la competizione fosse tra imprese, più che fra sistemi territoriali, e che il successo o l’insuccesso venisse determinato dalla qualità e dalla creatività che ciascuno riesce a mettere in campo, con tutti i rischi e le opportunità che la cosa comporta, e non dal peso politico che ogni sistema territoriale riesce a mettere sul tavolo dei neagoziati, a livello locale, nazionale o europeo. Spero che l’apertura sugli OGM permetta di fare un piccolo passo in questa direzione.

  4. Giovanni scrive:

    Adesso mi trovi concorde. Si, in quel caso ti do ragione. Grazie della precisazione.

  5. Andrea Ruini scrive:

    Sono contento che si stia dissolvendo la ragnatela di pregiudizi che ci ha impedito di giudicare obiettivamente il valore scientifico delle biotecnologie e il contributo che possono offrire al nostro benessere. Ostacolare la ricerca e lo sviluppo scientifico, bloccare senza alcuna ragione le sperimentazioni in campo aperto regolarmente approvate dai comitati competenti, significa avere un atteggiamento miope che ci impedisce di considerare nella giusta prospettiva il reale rapporto tra rischi e benefici delle biotecnologie.
    In Francia e Spagna ci sono circa centomila ettari di mais geneticamente modificato. In Italia non c’è neppure un ettaro. I coltivatori italiani di mais vorrebbero provare la varietà di mais Bt, geneticamente modificata per resistere all’attacco di alcune specie di insetti, in modo da produrre un mais con un basso livello di micotossine, in linea con i requisiti sempre più rigorosi fissati a livello internazionale. Oggi metà del mais italiano contiene una sostanza tossica di origine microbica, la fumonisina, in quantità superiore ai limiti previsti dall’Unione Europea, mentre il mais Bt presenta un livello di fumonisine molto inferiore a quello del mais tradizionale. Per evitare un rischio inesistente, quello del mais Bt, si preferisce far correre ai consumatori un rischio reale per la salute, quello delle tossine prodotte dalle muffe.
    Sugli OGM sono stati eseguiti migliaia di test sperimentali ed esami di laboratorio, e gli scienziati hanno prodotto migliaia di ricerche. In tutta questa vasta documentazione scientifica non c’è nulla che indichi la presenza di rischi per la salute e per l’ambiente. Ma nonostante tutto il credito che a parole diamo alla scienza per migliorare le nostre condizioni di vita, non crediamo alla scienza quando ci dimostra che l’ingegneria genetica consente di spostare esclusivamente i geni desiderati, controllando i risultati e prevedendo gli effetti sulla salute e sull’ambiente in modo preciso e accurato prima di immettere sul mercato i prodotti così ottenuti. Secondo Max Planck una innovazione scientifica importante raramente riesce ad imporsi convincendo gradualmente i suoi oppositori, ma solo quando i suoi oppositori muoiono e la successiva generazione familiarizza con questa idea fin dall’inizio. Speriamo che questo non sia il caso dell’ingegneria genetica. Anche perché oggi, con la crescita della domanda di cibo dall’Asia che fa impennare i prezzi delle derrate alimentari, gli OGM rappresentano l’unica possibilità di aumentare in modo consistente la produzione e calmierare il mercato, riducendo l’uso dei pesticidi chimici e diminuendo l’impatto delle coltivazioni sull’ambiente. Si stima che grazie agli OGM la produzione agricola potrebbe raddoppiare nei prossimi vent’anni. E non più soltanto mais o soia che crescono meglio perché capaci di resistere agli insetti e alle malattie, ma anche cereali che hanno bisogno di meno acqua e meno fertilizzanti e che possono sopravvivere alla siccità. Ci sono enormi opportunità per fornire una alimentazione migliore: per poterle cogliere è però necessario evitare le paure irrazionali, ma ci si deve basare sul buonsenso e sulla scienza, che non ha mai trovato prove di rischi per la salute o per l’ambiente che siano connessi alle piante e ai cibi geneticamente modificati.

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] europa, futuragra, incentivi, mercato, ogm, pac, vincoli, zaia by Giordano Masini published on Libertiamo – […]

  2. […] lazio, ogm, quote, vincoli, vino, viticoltura by Giordano Masini Alcuni giorni fa, commentando su Libertiamo ( e su l’Occidentale) la notizia della sentenza del Consiglio di Stato che autorizza la […]