Avatar, l’ecologismo anti-umano in 3D

– Avatar ha rivoluzionato il 3D. Avatar ha usato il meglio della tecnologia attualmente creata per divertire la gente al cinema. Avatar è un gioiello della tecnologia e dell’immaginazione grafica. Avatar è un insulto alla tecnologia e al progresso umano. Questa è solo la prima delle sue numerose contraddizioni: il film che rappresenta la punta di lancia dell’avanguardia cinematografica ha una sceneggiatura talmente ecologista e anti-umana (a favore della natura e contro l’uomo) da far impallidire Pecoraro Scanio, José Bové e Jeremy Rifkin. Quando i detrattori lo definiscono un film neopagano… hanno perfettamente ragione, non è un pregiudizio. E’ un’esaltazione alla dea terra (Gaia) che vince la sua battaglia contro l’uomo distruttore, materialista e inquinatore. L’uomo (anzi, in questo caso: l’alieno) vive solo se impara a restare in comunicazione costante con la natura, interpretata come un unico organismo interconnesso, i cui equilibri eterni non possono essere mutati.

Il regista James Cameron, che ha già dato prova di ortodossia nella lotta di classe mostrata in Titanic, ora va oltre: il capitalismo, non solo opprime, ma distrugge la natura e l’uomo stesso. Il capitalismo spinge a uccidere. Il capitalismo è il primo motore dell’odio. Giusto due accenni alla trama: in un futuro remoto, una multinazionale va alla ricerca di un nuovo minerale prezioso su un altro pianeta coperto di foreste, Pandora. Inizia subito a scavare miniere, ma, a causa di una maledizione che gli americani si portano dietro da secoli, anche lì la multinazionale è contrastata dai pellirosse. Che non hanno la pelle rossa, ma blu, ma mantengono gli stessi usi e costumi (e lingua) degli indiani d’America. Vivono dialogando con la natura, pregano per gli animali che uccidono nella caccia, non vogliono saperne di essere educati, né di ricevere strade e case. Non vogliono neppure spostarsi dall’albero gigantesco in cui vivono.

Che fare? Ripetere la pulizia etnica o trattare? All’inizio si cerca di trattare e si manda un marine paraplegico, mentalmente connesso a un corpo di un pelleblu (l’avatar del titolo), a imparare usi e costumi locali per negoziare meglio. Ma i mercenari al soldo della multinazionale hanno già deciso di fare la guerra e non l’amore (che il marine ha trovato in una ragazza del popolo primitivo). E, giusto per essere chiari, il generale cattivo al servizio della multinazionale usa le stesse parole di George W. Bush: “Bisogna attaccare preventivamente, bisogna combattere il terrore con il terrore”. Battute totalmente fuori contesto e fuori luogo, che avranno sicuramente strappato qualche applauso ai progressisti di tutto il mondo. Non vi dico come procede la trama, non solo perché vi rovinerei il finale, ma perché ormai, a questo punto del film, è già ampiamente prevedibile.

Un film ecologista radicale e in difesa dei popoli primitivi, non costituisce alcuna sfida nelle società occidentali industrializzate. Chi va a vederlo in un bel cinema multisala, parcheggiando il Suv lì fuori e andando a fare shopping nel centro commerciale lì accanto, dopo la visione non va certo a vivere su un albero. Nessuno vuole rinunciare ad aria condizionata, riscaldamento, a uno schermo piatto e alla consolle dei videogiochi per poter tornare a dialogare con la natura. L’ideologia ecologista, in sé, è già l’ammissione della sconfitta della causa anti-capitalista. Coloro che si sono opposti al mercato e alla libertà dell’individuo hanno sempre proposto un modello di sviluppo alternativo. Oggi come oggi, ci hanno rinunciato e urlano contro lo sviluppo. Hanno sempre guardato a un immaginario “sol dell’avvenire”, ma oggi, in piedi sulle macerie del muro di Berlino, preferiscono ripiegare sul passato e rimpiangere un immaginario buon selvaggio.

Avatar costituisce, invece, una sfida per le società post comuniste, come la Cina. Ed è questo il suo secondo grande paradosso. E’ un film contro il capitalismo, ma, mentre nei Paesi capitalisti macina soldi al box office, a sentirsi accusato è il grande Stato autoritario cinese. Che non ci ha pensato su per più di una settimana prima di ordinare il suo ritiro dalle sale. Le accuse che James Cameron rivolge alla multinazionale malvagia sono, in effetti, molto più pertinenti se applicate allo statalismo selvaggio cinese. Un sistema in cui il diritto di proprietà esiste solo da pochi anni e non è neppure protetto dagli abusi del governo. Un Paese in cui, all’ordine del giorno, i dirigenti locali del Partito Comunista, sequestrano le terre ai contadini per realizzare i loro progetti industriali altamente inquinanti, anche solo per speculazioni personali. Un impero, quello post-comunista cinese, in cui interi popoli, come gli uiguri e i tibetani, sono trasferiti a forza dalle loro terre, per permettere la realizzazione di grandi opere statali e per imporre l’ideologia progressista di Pechino.

Nel mercato, le multinazionali fanno offerte, negoziano e comprano terre da adulti consenzienti. Lo statalismo cinese sequestra e uccide: proteste di villaggi che chiedono l’indennità per i terreni espropriati sono represse da picchiatori reclutati dalle imprese pubbliche. L’agenzia Asia News aveva contato episodi di questo genere nel 2005: erano 50mila. Secondo la Laogai Research Foundation, nel 2008 le rivolte rurali sono state 80mila. A chi vuol rimpiangere il buon selvaggio e sognare di essere in contatto con la natura, insomma, conviene sempre vivere nell’Occidente capitalista, consumista, materialista e altamente industrializzato. Solo da questa parte del mondo si può anche dormire in pace su un’amaca appesa ai rami di un albero: in un villaggio vacanze, ben protetti dalla violenza della natura. O in una sala del cinema, con indosso un paio di occhiali ad alta tecnologia, davanti a un maxischermo che ci immerge in un’altra dimensione.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

8 Responses to “Avatar, l’ecologismo anti-umano in 3D”

  1. Giordano Masini ha detto:

    Ti dirò di più Stefano… Nella società idealizzata da Avatar, in questo flusso di energia che interconnette e annulla gli individui in un unica anima, più che il mito del buon selvaggio vedo qualcosa di simile al terzo Reich. Le ultime cerimonie collettive dell’occidente europeo non si sono tenute ai piedi del grande albero di Avatar, ma a Norimberga, e non le rimpiango.
    Non rimpiango una società verde e animista in cui bisogna essere per forza guerrieri. Leali, generosi, ma pur sempre guerrieri, attraverso rituali di iniziazione che ricordano le saghe wagneriane. Una società che prega per gli animali uccisi ma esclude gli inetti. O fai parte del Popolo (Wolk) o ne sei fuori.
    In Balla coi lupi, film di cui Avatar è la copia fotostatica fin dalle prime scene in cui il protagonista, ferito a una gamba, cerca riscatto alla frontiera del mondo conosciuto, c’è una scena che mi ha sempre colpito. Dopo una battaglia tra indiani buoni e indiani cattivi John Dumber afferma di provare ammirazione per una società in cui si combatte solo per l’onore. Bene, io preferisco una società dove si combatte per mille altre buone ragioni, e non per l’onore fine a se stesso.
    Ma almeno Balla coi Lupi, perlando di storia reale, raccontando la drammatica fine dell’universo reale anche se idealizzato dei nativi americani, ci mette in contraddizione con noi stessi e può suscitare sani dubbi negli spettatori.
    A proposito poi degli effetti speciali, quando si ha a disposizione una tecnologia del genere e la si usa per un prodotto così mediocre, il risultato è comunque pessimo. Per tornare allo stesso esempio, la scena della caccia al bisonte di Balla coi Lupi è molto più suggestiva della battaglia finale di Avatar.
    E a chi avesse dubbi sull’originalità della sceneggiatura, consiglio la visione di questo trailer:
    http://www.youtube.com/watch?v=iITZiZM0CtY&feature=related

  2. Stefano Magni ha detto:

    Assolutamente geniale l’Avahontas! Morale della favola: da quando gli americani hanno mollato John Wayne e hanno iniziato a sentirsi in colpa per i pellirosse, continuano a propinarci sempre lo stesso film!

  3. a.man. ha detto:

    Grande Stefano!

    a.man.

  4. Denis ha detto:

    A sembra dall’articolo ai commenti si voglia estremizzare la storia di questo film. Per primo se si vuole far passare un messaggio ambientalista che lasci il segno, un regista non può che esaltare il messaggio, altrimenti non resterebbe impresso di chi lo vede.
    Poi il termine capitalismo, che già di per sè lo trovo vecchio e consumato come comunismo, non può andar d’accordo con ecologia e rispetto delle culture diverse dalle nostre! E ricordiamoci che trattare come “primitivi” e “arretrati” popolazioni diverse da quella europea e nord americana, erano gli termini che permisero ai “capitalisti” americani fino a un secolo e mezzo fa di trattare gli uomini come schiavi!!
    E vogliamo allora parlare di come in Europa e negli Usa, per ragioni di “capitale”, la Cina è trattata con i guanti bianchi sui diritti umani? E vogliamo parlare della Russia di Putin?
    Questa vecchia mentalità di “capitalismo” è la stessa che chiudere non uno ma tutti e due, davanti a crimini di stato!!!
    Tra un messaggio sebben “estremista” di Avatar è quello che vedo succedere nei G8, G20 o il vertice di Copenhagen 2009, avrei pochi dubbi.
    La cosa che più mi fa arrabbiare, è che mentre l’ecologia può essere un immenso business, ancora siamo alla contrapposizione “soldi” contro “natura”, che visione miope!!!

  5. stefano ha detto:

    Guarda, condivido quello che dici della Cina (ma è solo colpa della Cina o anche colpa nostra che appunto chiudiamo gli occhi, forti coi deboli e deboli coi forti?).
    Non condivido il discorso multinazionali perchè davvero molto semplicistico. Le multinazionali si comportano così come dici dove sono costrette (e non sempre) ma dove non lo sono non si fanno scrupoli ad assoldare eserciti di bambini-operai per costruire scarpe o palloni, a pilotare le squadre della morte verso i sindacalisti colombiani o venezuelani (mai provato certo), etc. etc. Comunque alla fine siamo d’accordo che, vengano dallo stato o dalle multinazionali, per essere tutelati bisogna vivere in occidente.

    Per il discorso di una sceneggiatura sempre uguale e contenuti uguali, a scuola la mia maestra quando non capivo una cosa il giorno dopo la ripeteva e il giorno dopo ancora e ancora. Il fatto che ci sia bisogno che ci raccontino sempre la stessa storia è in fondo un po triste. C’è una frase nel film detta dal protagonista che ho sentito in non so quanti film: “Quando qualcuno ha qualcosa che noi vogliamo, lo si trasforma in nemico così possiamo andare a prendercelo”. Si sarà riferito a qualcosa di reale? Ma sopratutto, a quale, vista l’ampia scelta?

  6. Francesco Nicosia ha detto:

    Perdere del tempo per fare una disinformazione come quella del falso trailer di pochaontas lo trovo veramente folle?!
    Avatar non è un film da interpretare materialmente, ecologicamente o anti.capitalisticamente. Avatar è un film simbolico come lo è Matrix o che so io… Il labirinto del Fauno. Non va banalmente contro le multinazionali del mondo è un film che dice soltanto di vivere con la v maiuscola e non di FARSI VIVERE…
    Non mi dilungo perchè tanto chi non capisce quel che voglio dire con le poche parole che ho scritto non lo capisce nemmeno se ne spendo qualcuna in più…!

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