Apprendistato, obiezioni ideologiche. Così si nega il valore formativo del lavoro

– Ha suscitato un vespaio di polemiche (di timbro acuto nelle prime ore, poi, strada facendo, sempre più flebili e strumentali)  un emendamento, presentato da chi scrive al «collegato lavoro» in occasione dell’esame della Camera in terza lettura. Si tratta di una norma che stabilisce che l’obbligo decennale di istruzione previsto dalla legge finanziaria del 2007 possa essere assolto anche nei percorsi di apprendistato.

L’argomento è sicuramente delicato, ma le critiche rivolte all’emendamento non sono giustificate, soprattutto perché non tengono conto del contesto normativo (già vigente) in cui la nuova disposizione viene a collocarsi. Non si tratta, infatti, di una norma frettolosa ed estemporanea – come è stato detto – o di un tentativo rozzo e brutale di riportare indietro l’obbligo d’istruzione. Il provvedimento è saldamente incardinato nel sistema previsto dall’articolo 48 del decreto legislativo attuativo della legge Biagi (dlgs n.276 del 2003), che disciplina proprio l’apprendistato per l’espletamento del diritto-dovere di istruzione e formazione (il primo dei tre livelli previsti dalla Legge n.30 del 2003).

Non è dunque una novità che l’apprendistato riformato possa essere utilizzato dai ragazzi anche per adempiere al diritto-dovere di istruzione. Il rapporto in parola è a causa mista e ad alto contenuto formativo (l’apprendistato può accompagnare, nel suo sviluppo, il giovane fino al diploma e alla laurea combinando i contenuti educativi e formativi con lo svolgimento di un’attività lavorativa), finalizzato, nell’arco di tempo massimo di un triennio, «al conseguimento di una qualifica professionale».

In sostanza, dunque, l’apprendistato rappresenta già adesso, secondo la legislazione vigente ancorché in attesa di applicazione, un modo di adempiere al diritto-dovere di istruzione. L’emendamento si limita a raccordare questa norma con quella dell’elevazione a 16 anni dell’obbligo d’istruzione, colmando una discrepanza normativa del tutto evidente. E lo fa ribadendo tutte le garanzie previste dal citato articolo 48, dove, nel comma 4, è previsto che «la regolamentazione dei profili formativi dell’apprendistato per l’espletamento del diritto-dovere di istruzione e formazione è rimessa alle regioni e alle province autonome di Trento e Bolzano (per inciso l’emendamento si ispira proprio alla positiva esperienza della Provincia di Bolzano), d’intesa con il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e del Ministero dell’Istruzione….sentite le associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale» nel rispetto di alcuni criteri e principi direttivi altamente precisi, qualificanti e posti a garanzia del giovane.

Tra questi principi ricordo, tra gli altri, la previsione di un monte ore di formazione, interno ed esterno all’azienda, adeguato al conseguimento del diploma di qualifica (non si tratta quindi delle 120 ore attuali, ma di quanto sarà ritenuto necessario allo scopo), la certificazione dei risultati, il libretto formativo, la presenza di un tutor. Già oggi la legge stabilisce, inoltre, che l’obbligo di istruzione possa essere assolto anche mediante la frequenza di percorsi organizzati dalle strutture, pubbliche e private, del sistema della formazione professionale regionale. Non vedo una sostanziale differenza tra questa facoltà riconosciuta al giovane e la possibilità di completare, se lo vuole, il biennio di obbligo dopo il diploma di scuola media mediante un rapporto di apprendistato – che non è quello vigente – ma quello prefigurato nella legge Biagi, la cui concreta applicazione è affidata al percorso indicato con grande chiarezza nel comma 4 dell’articolo 48.

Il Governo e la maggioranza hanno fatto bene a non rinunciare al senso dell’emendamento perché sono convinti di offrire in questo modo un’opportunità in più a dei giovani che si trovano in un passaggio molto critico e difficile, destinato a condizionare il loro futuro. Ciò premesso, l’accusa di voler riportare  a 15 anni l’età minima per l’accesso al lavoro è respinta al mittente. Il Governo, infatti, non ha mai inteso di modificare la norma che ha elevato a 16 anni tale soglia. A nessuno sarà consentito di fare l’operaio o l’impiegato a 15 anni. Chi vuole potrà fare l’apprendista solo perché si riconosce a tale rapporto, se riformato secondo quanto previsto, nelle procedure, nei principi e criteri direttivi, dal citato articolo 48 del dlgs n.276/2003, un contenuto prevalente d’istruzione e formazione.

E’ inaccettabile il disconoscimento del grande valore culturale e formativo intrinseco all’esperienza lavorativa.  Il lavoro non è solo fatica, sudore, alienazione, ma anche e nello stesso tempo compiacimento dell’opera, realizzazione ed autenticazione di sé e delle proprie capacità, occasione di coesione sociale e relazionale. Chi lavora non è necessariamente un giovane che ha fallito nello studio; la teoria non è incompatibile con la pratica,  la scuola con l’impresa. Le statistiche confermano l’esistenza di un passaggio critico nel biennio che segue la conclusione della scuola media di primo grado.

Il 13,6% degli studenti, in media, è bocciato nei cinque anni della scuola secondaria, ma con una percentuale doppia nei primi due anni, mentre in ciascuno dei primi due anni delle scuole secondarie  resi obbligatori dalla Legge Fioroni una percentuale superiore al 40% è rimandato a settembre con debiti. Il fatto che, tra i 14 e i 17 anni, oltre il 70% degli studenti abbia dei problemi deve indurci a chiedere se non siano inadatti i modi con cui la scuola, oggi, pretende di istruire e formare le nuove generazioni.
La verità è un’altra: contro lo spirito delle leggi Biagi e Moratti si è scatenata la più gigantesca opera di interdizione e di ostracismo ideologico mai vista nei 150 anni della storia delle politiche formative dell’Italia unita.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

5 Responses to “Apprendistato, obiezioni ideologiche. Così si nega il valore formativo del lavoro”

  1. Alessandro Cascone ha detto:

    l’emendamento in oggetto prevede che “l’obbligo di istruzione” si possa assolvere “anche nei percorsi di apprendistato per l’espletamento del diritto dovere di istruzione e formazione”.

    L’art. 48 comma 1 della Legge Biagi dispone che: “1. Possono essere assunti, in tutti i settori di attività, con contratto di apprendistato per l’espletamento del diritto-dovere di istruzione e formazione i giovani e gli adolescenti che abbiano compiuto quindici anni.”

    La legge Biagi non dice che l’obbligo in questione si può assolvere ANCHE, ossia in alternativa, ma solo che si può fare apprendistato a partire dai 15 anni.

    Perchè non si corregge l’emendamento eliminando la parola “anche” in modo che sia chiaro a tutti che non c’è alternativa a quell’ultimo anno ma solo eventualmente integrazione così come era (presumibilmente) nella mente del compianto prof. Biagi ?

  2. giorgianni ha detto:

    ottima iniziativa che condivido in pieno.
    Il mondo della scuola è tuttora il maggior feudo della sinistra e quindi qualsiasi innovazione che sappia di concorrenza al monopolio scatena subito il suo bieco conservatorismo.
    Per il loro egoistico interesse preferiscono allevare giovani destinati , a 19 o 25 anni , alla frustrazione della disoccupazione o degli stages non retribuiti.
    Quando ci libereremo di questa zavorra di zombies che non si rassegnano a essere archiviati ,malgrado i colpi che continuano a prendere dalla realtà ,nel passato , allora avvieremo un nuovo futuro liberale e rivoluzionario. Forza caro Cazzola, vada avanti!

  3. Alessandro Cascone ha detto:

    conoscendo i tanti e onerosi impegni di una persona come Giuliano Cazzola aspetto pazientemente una risposta al quesito postogli.

  4. giuliano cazzola ha detto:

    rispondo al sig. coscone. la legge fioroni, successiva alla legge biagi, ho portato l’espletamento del diritto dovere di istruzione a 16 anni. noi ci siamo mossi in tale contesto. così abbiamo lasciato al giovane l’opzione di stare a scuola fino a 16 anni o di fare come apprendista l’ultimo anno (l’apprendistato è quello della legge biagi, non quello vigente). al di là di questo caso l’accesso al lavoro resta a 16 anni

  5. Alessandro Cascone ha detto:

    egregio onorevole, è chiaro quello che avete fatto. Il problema è proprio questo: concedendo con legge dello Stato la possibilità ad un ragazzo di scegliere se fare l’ultimo anno tra i banchi di scuola + bottega, o SOLO in bottega (come da vostro emendamento), di fatto avete portato l’obbligo scolastico, seppur facoltativamente, a 15 anni contrariamente a quanto stabilito dalla riforma Fioroni (clicca qui) che stabiliva chiaramente all’art. 1 del decreto richiamante a sua volta l’art. 1 comma 622 della L. 296/06 (clicca qui), che l’obbligo fino a 16 anni doveva essere espletato TUTTO all’interno della scuola.

    Concludendo, l’emendamento proposto dal PdL in questi giorni differisce non solo dalla legge Biagi ma anche dal decreto di riforma di Fioroni. Rimane pertanto aperta la questione da me posta: perchè non eliminare quell’avverbio (anche)dall’emendamento in oggetto onde togliere ogni dubbio sulle accuse da parte dell’opposizione di voler ridurre di un anno il periodo di obbligo scolastico di un anno ? faccio presente che l’OCSE ultimamente ha messo in evidenza proprio l’importanza di allungare i tempi di scolarizzazione dei cittadini in quanto unico modo per consentire all’Europa una maggiore competitività e opportunità lavorative.

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