‘Il mondo non è guarito dall’antisemitismo’. Wiesel e la memoria del presente

Mentre Elie Wiesel prendeva la parola alla Camera per celebrare il Giorno della Memoria, venivano rese pubbliche le dichiarazioni rilasciate dalla Guida Suprema iraniana, Alì Khamenei, che tornava a promettere alla nazione islamica la distruzione dello Stato di Israele.

Così l’ebreo ungherese che ha raccontato l’orrore della Shoah è divenuto, in tempo reale, anche un testimone del presente, di un dopo-Auschwitz che  – a distanza di 65 anni dalla liberazione degli ultimi settemila ebrei che vi erano tenuti prigionieri, dopo che ne erano stati uccisi un milione e trecentomila – continua a preparare nuove-Auschwitz e a fare dello Stato ebraico, come dell’identità ebraica, un feticcio dell’odio e della violenza.

Di fronte alle più alte cariche dello Stato, in una Camera chiamata in seduta solenne dal presidente Fini ad ascoltarlo, Wiesel ha parlato in modo semplice di quel groviglio di follia e irrazionalità che la storia europea ha rovesciato contro gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, gli handicappati e gli altri “inferiori”, da cui la nazione tedesca, precipitata nell’orrore del nazismo, avrebbe dovuto ripulire il continente.

Il bene elementare della memoria, contro il male banale del nazismo. Il bene “debole” della ragione, contro il male “forte” della violenza disumana, di cui gli uomini chiedono ragione a Dio (“A Dio dirò solo: Perché?”, ha detto ieri Wiesel) e a se stessi, senza trovare risposta. Le tracce di questo bene e di questo male segnano ancora la mappa della politica e il programma genocida non divide più le nazioni europee, ma continua a riguardarle. Sessantacinque anni dopo “il mondo non è guarito dall’antisemitismo”.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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