Giorno della Memoria: alla Camera parla Elie Wiesel, testimone del prima e del dopo

– E’ difficile immaginare un invito più appropriato di quello fatto dal Presidente della Camera a Elie Wiesel per celebrare, per la decima volta dalla sua istituzione, il Giorno della Memoria. Elie Wiesel è un romanzo vivente e nei suoi romanzi e nei suoi racconti ha riversato la sua vita e la vita di un popolo.

Attraverso la sua narrazione, che sempre ti rapisce per la sua umanità e concretezza e al tempo stesso per il suo mistero e la sua dimensione mistica (fin da ragazzino si è inoltrato negli studi misteriosi e pericolosi della Cabala), Wiesel restituisce la potenza di tradizioni ed esperienze che attraversano i secoli, che la follia degli uomini del Novecento avrebbe voluto interrompere per sempre ma che lui, ancora oggi, rivive, riscopre e ci trasmette.

Vi è un racconto, tra i tanti da lui scritti, che mi colpì in modo particolare, tanti anni fa, quando lo lessi per la prima volta. Si tratta del Testamento di un ebreo di Saragozza (in L’Ebreo errante, Editrice Giuntina), dove Wiesel narra di un suo incontro casuale a Saragozza, di un documento scritto in ebraico risalente ai tempi di Isabella di Castiglia e della cacciata degli ebrei, della scoperta dopo cinque secoli di un’ascendenza ebraica, di avi marrani. Attraverso l’incontro tra due uomini,  il presente assume una nuova luce grazie a una voce dal passato che aveva impiegato cinquecento anni per farsi udire e il corso di una vita cambia alla ricerca di una identità restituita.

Questo breve racconto ci mostra la forza dei legami che gli uomini, contemporanei o divisi dai secoli, possono creare tra loro condividendo una storia, grande o piccola che sia, ma ci mostra soprattutto la potenza della speranza del riscatto:

Io, Moshé, figlio di Abraham, costretto a rompere i legami col mio popolo e con la mia fede, lascio queste righe ai figli dei miei figli e ai loro figli perché il giorno in cui Israele potrà nuovamente camminare sotto il sole a testa alta, senza timore e senza rimorsi, sappiano dove affondano le loro radici. Fatto a Saragozza, questo nono giorno del mese di Av, nell’anno del castigo e dell’esilio.

Secoli di persecuzioni e umiliazioni, la cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492, e tutte quelle precedenti e seguenti, i ghetti, i divieti e le segregazioni, i pogrom della fine del XIX secolo, e poi l’abisso della Shoah. Dopo tutto questo Israele esiste ancora, e non è più solo un popolo, ma un popolo con la sua terra, ed anche i figli della diaspora, ovunque si trovino, continuano la narrazione del popolo ebraico, come Elie Wiesel.

E’ difficile immaginare un invito più appropriato, dicevamo. Perché a distanza di sessantacinque anni dalla liberazione di Auschwitz, da Wiesel potremo ascoltare non solo le parole di un grande intellettuale e scrittore, ma le parole di chi ha attraversato la Shoah, lasciando dietro di sé la madre, il padre, la sorellina di pochi anni e la propria innocenza. Meglio e con più intensità di altri sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Wiesel è stato in grado di porci di fronte all’abisso sul quale il totalitarismo nazional-socialista e la complicità e l’ignavia di tanti comprimari ha portato l’uomo del Novecento; con la sua opera forse più nota e certamente più  drammatica, La notte,  ci ha restituito l’orrore e l’angoscia dell’esperienza del campo, a partire dal primo, infernale impatto  del quindicenne ungherese strappato al suo villaggio e giunto nel luogo oggi divenuto simbolo del Male:

Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualcosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto, l’avevo visto con i miei occhi … dei bambini nelle fiamme.
(…)
Io mi pizzicai la faccia: ero ancor vivo? Ero sveglio? Non riuscivo a crederci. Com’era possibile che si bruciassero degli uomini, dei bambini, e che il mondo tacesse? No, tutto ciò non poteva essere vero. Un incubo …
(…)
Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Wiesel è stato testimone anche del prima e del dopo. Del prima, dell’incubo che si avvicinava e dell’incredulità di fronte alle prime testimonianze, come quella dell’umile Moshé lo Shammash (il servo), che sopravvissuto ad uno dei primi eccidi di massa in Ungheria torna al villaggio per raccontare la sua storia e viene preso per matto, perché ancora non si era compreso che si era davvero scatenata una follia nel cuore dell’Europa:

E lui piangeva:
– Ebrei, ascoltatemi. E’ tutto ciò che vi chiedo. Non soldi, non pietà, ma che voi mi ascoltiate – gridava nella sinagoga, fra la preghiera del crepuscolo e quella della sera.
Anch’io non gli credevo (…) Avevo soltanto pietà di lui.

Testimone anche del dopo, del caos che segue la sconfitta della Germania, dei milioni di profughi vaganti per l’Europa, e lui tra loro, e della difficoltà di capire ciò che era accaduto e di restituire dignità ai sopravvissuti.
E’ davvero difficile immaginare un invito più appropriato, perché oggi nessuno meglio di Elie Wiesel ci può rammentare quanto male può albergare tra di noi e anche dentro di noi e che per questo la nostra coscienza deve essere vigile. Perché i nazisti e i loro complici erano uomini, come noi, non alieni malvagi scesi sulla terra, e come noi figli della civiltà occidentale.

E nessuno meglio di lui, con la sua vita e le sue opere,  rappresenta oggi una limpida testimonianza di come al male ci si possa ribellare, sopravvivendo, ricordando e mostrando che ciò che  si voleva cancellare dalla Terra è oggi più vivo che mai. Wiesel non ha cercato di trovare un senso a ciò che è accaduto, ma non ha mai cessato di guardare in faccia l’orrore e scavare dentro ai suoi meandri, non ha mai cessato di riflettere sulla colpa dell’Europa. Da lui non dobbiamo aspettarci risposte, ma solo un aiuto per guardare con consapevolezza al crimine che noi europei abbiamo commesso contro i nostri fratelli ebrei.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

5 Responses to “Giorno della Memoria: alla Camera parla Elie Wiesel, testimone del prima e del dopo”

  1. Domani ci sarò anche io a Montecitorio, grazie all’invito che mi ha inviato il Presidente della Camera dei Deputati… sarà una grande emozione.

  2. Claudio Saragozza ha detto:

    Penso che queste parole debbano farci riflettere intensamente,anche se lo si dovrebbe fare tutti i giorni dell’anno e non solo il 27 gennaio. Mai come in questo periodo stiamo rischiando il ripetersi della storia;forse in maniera ancora peggiore ,visto che le tre ideologie totalitarie,islamismo,nazismo e comunismo hanno stretto un patto di acciaio contro Israele e contro l’occidente.
    W Israele,Io amo Israele.

    Claudio Saragozza

  3. nemo profeta ha detto:

    Cerchiamo di non dimenticare:
    Il genocidio del popolo Palestinese ad opera dei Nazi-Israeliani;
    I milioni di anticomunisti massacrati dall’Unione Sovietica;
    I 70 milioni di europei morti nella seconda guerra mondiale;
    I cittadini di Dresda bruciati vivi dalle bombe al fosforo;
    I milioni di Giapponesi arsi dalle radiazioni atomiche;
    Lo sterminio dei Kurdi;
    I bambini Iracheni e Afghani vittime innocenti delle guerre democratiche;
    Le migliaia di Storici inprigionati nelle galere di tutta Europa, a causa della loro ricerca sulla verità Olocaustica.
    Io non dimentico!

  4. Sofia Ventura ha detto:

    “Il genocidio del popolo Palestinese ad opera dei Nazi-israeliani”: vedo che il linguaggio e la cultura antisemita sono dure a morire

  5. Claudio Saragozza ha detto:

    Sofia,sono d’accordo e preoccupato come te.

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