– L’avvento di Internet ha rappresentato una delle innovazioni più importanti degli ultimi anni, non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche e soprattutto da quello sociale e culturale.

La sua struttura a rete, la sua vocazione bottom-up, il suo carattere di immaterialità e di aterritorialità  sono stati degli elementi che in modo decisivo hanno fatto del web un’oasi di libertà in un mondo dove la politica pretende di regolare e di irregimentare tutto.
La novità di Internet ha colto i governi impreparati ed il ritardo con cui i politici hanno cominciato a prendere in considerazione la Rete ha regalato alla società civile un insperato spazio di libertà. Su Internet, in assenza delle regolazioni stringenti che colpiscono altri ambiti dell’economia e della società, un mondo diverso, anarchico ma tutt’altro che caotico, ha potuto crescere e prosperare.
Il rischio, tuttavia, è che questo terreno “tutto nostro”, che questo spazio di libera interazione che finora eravamo riusciti a tenere al riparo dall’ingerenza dello Stato cominci anch’esso ad essere vittima di visioni dirigiste.

Il recentissimo Decreto Romani rappresenta, da questo punto di vista, un tentativo della politica di entrare a gamba tesa nell’ambito dei servizi telematici introducendo una serie di norme che potrebbero colpire seriamente il web in Italia.
Il Decreto tocca vari ambiti, ma da cima a fondo sembra animato più che altro dall’ossessione del controllo. Le motivazioni sono come sempre encomiabili: evitare programmi che possano “nuocere allo sviluppo fisico, mentale o morale dei minorenni” o “che incitino all’odio basato su distinzioni di razza, sesso, religione o nazionalità”. Nei fatti però il decreto, così com’è, assoggetterebbe persino le webtv alle norme in vigore per le tv tradizionali, sottoponendole a necessità di registrazione e di autorizzazione ministeriale, attribuendo all’Agcom una vera e propria funzione di “sceriffo del Web” e responsabilizzando sempre di più i provider in merito ai contenuti immessi dagli utenti.

Evidentemente un simile aggravio regolatorio comporterebbe nei fatti la morte delle webtv italiane,  la maggior parte delle quali sono tra l’altro poco più che amatoriali, magari espressione di piccoli gruppi ed associazioni.
Anche le norme che si vorrebbero introdurre sul copyright appaiono per molti versi draconiane, al punto che si verrebbe a vietare il caricamento in rete di frammenti di pochi minuti tratti da programmi televisivi.
Si andrebbe in tal modo a colpire mortalmente un sito come Youtube che invece, con il suo ricchissimo database, ha una fondamentale valenza culturale e documentativa offrendo gratis un servizio che nessuna televisione offre neppure a pagamento.
Si badi bene che non si parla del diritto di “piratare” l’ultimo successo cinematografico o la diretta di Inter-Milan, bensì piuttosto del diritto di “salvare” e di rendere disponibili su Youtube una miriade di piccole cose – da un frammento di una finale del mondiale di curling ad uno spot pubblicitario anni ’90, da un discorso di un politico a cui si è affezionati ad una gag divertente – che realisticamente nessuna tv rimetterà più a disposizione in nessuna forma e che senza Youtube sarebbero “perse”.

Quello che è particolarmente insidioso, tuttavia, è affermare il principio della responsabilità del provider sui contenuti immessi in rete. Evidentemente per i provider l’overhead reso necessario dal controllo di tutti i contenuti sarebbe insostenibile, tanto che probabilmente sarebbero costretti semplicemente ad inibire tout court molti dei servizi telematici messi a disposizione.
Un’applicazione coerente e stringente di quanto il sottosegretario Romani propone rischierebbe di essere la fine dell’internet come l’abbiamo conosciuta in questi anni.

Siamo certo ancora in tempo per una correzione di rotta. In primis quello che sarebbe opportuno è che il governo si prendesse il tempo necessario per verificare con cura le possibili conseguenze di quanto sembra interessato a portare avanti, anche attraverso un serrato confronto con i providers, i fornitori di servizi e con le associazioni che si occupano delle tematiche digitali.
In ogni caso non fa piacere che le parole d’ordine del centro-destra, purtroppo non solo su questa questione, siano ormai “regulation, regulation, regulation”. Ci sembrano perdenti ed anche un pochino “tafazziane”.