– Riguardo al rifiuto del giudice Tosti di celebrare udienze nelle aule giudiziarie in cui è esposto un crocifisso si può pensare ciò che si vuole. La sua battaglia solitaria gli è costata il posto di lavoro, dato che la sezione disciplinare del Csm lo ha rimosso dall’ordine giudiziario.

Lo stesso non era successo nel 1999 ai due giudici di Brindisi che avevano “dimenticato” in carcere 63 persone. La sentenza della sezione disciplinare del Csm in quel caso è stata di assoluzione. Continuando a citare alcuni casi raccolti nel volume Magistrati. L’ultracasta di Stefano Livadiotti, nel 2007 è stato solo ammonito il giudice di Ancona con l’abitudine di sbloccare le indagini ipnotizzando i testimoni, mentre è bastata la censura per il sostituto procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia di Roma che nel 1998 ha lasciato in carcere un tale sospettato di un sequestro nonostante il vero colpevole avesse già confessato.

Così come non sono mai state ravvisate ipotesi di reato per il giudice di Oristano che nel 1981 minacciava azioni giudiziarie contro il Comune colpevole di non aver reso edificabili alcuni suoi terreni, mentre il procuratore di Torre Annunziata che aveva omesso di registrare 85.938 procedimenti penali di sua competenza non è stato neanche convocato di fronte alla commissione per spiegarsi. E non voglio dilungarmi sul celebre caso del magistrato pedofilo di Milano beccato nei bagni di un cinema romano con un ragazzino nel 1973 e reintegrato in ruolo dal Csm nel 1981.

Nonostante “in tema di procedimento penale a carico dei magistrati, la gravità dell’infrazione commessa dall’incolpato (…) e la determinazione della sanzione adeguata rientrano tra gli apprezzamenti di merito affidati alla sezione disciplinare del Csm, il cui giudizio è insindacabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione congrua e immune da vizi logici e giuridici”, come è stato riconosciuto dalle sezioni riunite della Cassazione il 19 novembre 2002, è abbastanza nota l’indulgenza con cui i magistrati giudicano l’operato dei colleghi.

Scrive Livadiotti:

nel 2007, ha rivelato Giovanni Bianconi sul “Corriere della Sera” del 22 dicembre del 2008, la corte ha esaminato 1479 pratiche. Solo in 103 casi ha esercitato l’azione disciplinare davanti al CSM. In pratica ha scartato, giudicandole infondate o comunque inaccoglibili, 1376 denunce, il 93% del totale. Stessa storia nel 2008, quando su 1475 fascicoli solo 99 sono stati spediti a Palazzo dei Marescialli. Il resto è diventato carta straccia. Di norma, dunque, solo qualcosa come il 6 o il 7% delle lamentele nei confronti dei magistrati arriva al vaglio della sezione disciplinare. Dove la scrematura continua. Eccome. I numeri parlano chiaro. Quelli raccolti da Daniela Cavallini, ricercatrice in ordinamento giudiziario, si riferiscono al periodo 1999-2006. E parlano di 1004 procedimenti disciplinari. 812, pari all’80,9%, sono finiti a tarallucci e vino: con l’assoluzione o il proscioglimento. 126 con l’ammonizione, ossia un buffetto sulla guancia del magistrato. 38 con la censura, che equivale a una lavata di testa. Solo 22 con la perdita di anzianità (che si traduce in un rallentamento della carriera). Appena 2 con la rimozione e 4 con la destituzione (risultati in linea con quelli di un’altra ricerca della stessa autrice, limitata ai procedimenti per i ritardi tra il 1995 e il 2002: 251 alla sbarra e 55 ritenuti responsabili, con una sola condanna alle sanzioni più gravi). Senza considerare che uno stesso giudice o Pm può essere stato incolpato più volte, vuol dire che una toga ha 2,1 possibilità su 100 di incappare in una condanna. E anche che negli otto anni oggetto di studio della Cavallini a rimetterci la poltrona è stato solo lo 0,065% dei magistrati.

Per il giudice Tosti è stato usato, evidentemente, un altro metro di giudizio. Non so se le sue “colpe” giustificassero, codici alla mano, un provvedimento del genere, che ha suscitato dubbi e scandalo anche tra molti “addetti ai lavori”. Istintivamente provo simpatia per chi difende le proprie idee mettendoci la faccia e rimettendoci del suo. Pensare che un magistrato in Italia possa rendersi responsabile di mancanze, omissioni e addirittura reati senza rischiare sostanzialmente nulla e perdere invece il posto se diventa moralmente troppo intransigente, dovrebbe fare quantomeno riflettere.

Dovrebbero riflettere coloro che continuano a sostenere che l’organo di autogoverno della magistratura rappresenti una garanzia di imparzialità e di indipendenza da interessi di natura politica o ideologica. Ma allo stesso tempo, proprio nei giorni in cui si discute e si approva il cosiddetto processo breve e non si discute più di riforma del Csm, separazione delle carriere, responsabilità dei magistrati, revisione dell’obbligatorietà dell’azione penale, gestione manageriale delle procure e quant’altro, sarebbe utile ricordare quali sono i principi a cui avrebbe dovuto essere ispirata una riforma seria ed efficace del sistema giudiziario italiano. Un’altra occasione mancata.