– di Benedetto Della Vedova, da il Secolo d’Italia del 23 gennaio 2010 –

La candidatura di Emma Bonino alla guida della Regione Lazio è certamente il segno della drammatica debolezza del Partito Democratico. Ma ha poco senso, a questo punto, chiedersi se la mossa di Pannella, che ha messo il PD di fronte al “fatto compiuto” della candidatura di Emma,  sia un gesto di arroganza politica, che umilia e indebolisce Bersani, oppure se abbia paradossalmente rappresentato una ciambella di salvataggio per un partito dilaniato dagli scontri e dalle invidie interne. Il risultato è che l’incursione pannelliana ha fatto scaturire dalla debolezza del PD una candidatura forte per la sinistra.


Emma Bonino è una donna nota, che gode di credito all’estero e in Italia, con buone referenze e solida credibilità istituzionale, per le esperienze di governo a Bruxelles e a Roma. E’ una politica navigata (era in Parlamento già nel 1976), ma la sua immagine non è usurata. Con lei la coalizione “progressista” scommette su di una fisionomia netta, socialmente innovativa, che guarda alla sinistra delle altre capitali europee, da Parigi a Berlino. E soprattutto scommette sull’esistenza di un voto di opinione diffuso, capace di premiare il candidato migliore e non quello più rappresentativo degli interessi costituiti e delle lobbies, che “intermediano” tradizionalmente il consenso elettorale.

E’ una coincidenza – se lo è – fortunata, dunque, che il centrodestra avesse già scelto nel Lazio una candidata come Renata Polverini. Non sono mai stato un “donnista”, ma registro con soddisfazione e come segno di positiva evoluzione della politica italiana il fatto che una delle sfide più importanti del prossimo turno elettorale sia tutta al femminile, e che questa scelta non sia maturata in omaggio al principio delle “quote rosa”, ma in base ad una valutazione onesta delle qualità dei possibili candidati.

La Polverini ha saputo rompere il monopolio sindacale della trimurti CGIL-CISL-UIL imponendo la presenza del sindacato “di destra”, grazie alla vague politica dell’ultimo quindicennio, naturalmente, ma anche o soprattutto al suo approccio pragmatico e aperto. Anche chi, come me, non nutre una particolare simpatia per il sindacato italiano complessivamente inteso, riconosce a Renata Polverini una storia di successo, carisma e leadership.

L’ex leader dell’UGL è ora chiamata ad un salto di qualità, che le consenta di guidare uno schieramento moderato e liberale, maggioritario nel Lazio come nel paese, dove le istanze tipiche del sindacato storico della destra hanno un posto probabilmente non marginale, ma certamente non maggioritario. La vittoria di Renata Polverini sarà tanto più sicura quanto più all’insegna di una “modernizzazione tranquilla” delle istituzioni, dell’economia e della società.

Trasporti locali, sanità, assistenza e istruzione: su questi temi una proposta del centrodestra improntata alla sussidiarietà, al mercato, all’efficienza, al risparmio, alla semplificazione burocratica e ai tagli fiscali è più credibile e innovativa di quella che un centrosinistra impannucciato sulle sue “coperte di Linus” ideologiche potrà proporre, nonostante la Bonino, agli elettori. Anche nel Lazio, il centro-sinistra non sembra in grado di esprimere una cultura di governo diversa e migliore di quella che, ormai, gli assicura la  supremazia solo negli storici feudi rossi, governati con il pugno di  ferro della cooptazione sociale ed economica, nonché in alcune aree del mezzogiorno, piagate da un clientelismo inconcludente.

Su questo sarà la sfida: sulla capacità di giocare la carta “lombarda” della concorrenza e della trasparenza anche nella gestione del sistema dei servizi, di rompere l’identificazione ideologica del “pubblico” con lo “statale” o con il “regionale”, di favorire uno sviluppo affrancato dalla servitù dell’intermediazione politica.

Fossimo nella Polverini, invece, non ci attarderemmo nella caccia al presunto voto cattolico. Prima di tutto perché abbiamo troppo rispetto, oltre che qualche conoscenza, degli elettori cattolici, che sono stati educati al “Non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli”, cioè a diffidare delle troppo esibite professioni di fede e si attendono che chi li governa dia prova di responsabilità politica e non di ortodossia dottrinaria. Come ha detto monsignor Salvatore Del Ciuco, il vicario del vescovo di Viterbo, al Foglio: “Qui la gente non si divide sui temi etici. Qui alla gente non importa nulla di questi argomenti”.

In generale, poi, se la Polverini venisse trascinata in una guerra ideologica, che facesse delle regionali un insensato referendum laici/cattolici, avrebbe, in questo, molto più da perdere che da guadagnare, rispetto alla Bonino.
Non sono in discussione le convinzioni personali, né ovviamente auspico atteggiamenti disattenti o ostili nei confronti degli elettori credenti. Ma penso che Polverini debba e sappia interpretare il ruolo di leadership in modo inclusivo, in una chiave europea, alla Sarkozy o alla Merkel, sapendo che la constituency moderata e liberale è fatta in uguale misura di credenti e non credenti e che non occorre armare, ma disarmare, una possibile guerra degli uni contro gli altri.

La Polverini deve vincere per rimettere in piedi un’istituzione dall’immagine degradata, in una regione che ha tutti i mezzi per guardare con fiducia al futuro. Questo è il suo nuovo mestiere. Non quello di esorcista contro il “diavolo” Bonino.