Senza buonismi e senza cattivismi. Parlare d’immigrazione in modo normale, per uscire da ‘immigratopoli’

– Si può confondere un popolo per anni e decenni, somministrandogli con arguzia dosi di droga (si vedano le  sconfortanti statistiche sulla diffusione della  cocaina, eroina ed altre droghe pesanti in Italia) e di sesso (sono credibili le stime di 9 milioni di clienti abituali di prostitute/viados in Italia? Intendiamoci non sono un bigotto, non giudico il comportamento del singolo, ma il fenomeno sociale nel suo complesso). O aizzando il tifo sportivo più esasperato. Mettendo i fratelli contro i fratelli,  con sapienti dosi di ideologia. Incutendo, ad arte, irrazionali timori per il capitale umano costituito da  stranieri e  italiani formatisi all’estero, indipendentemente dalle loro intrinseche qualità, capacità e meriti.

Ma, prima o poi, l'”Ulisse” che alberga in ogni popolo “torna ad Itaca” e non desidero essere tra “i Proci” (o tra i  loro servi) quando questo accadrà. Per questo motivo ha senso parlare di questi temi in modo sincero e razionale, senza buonismi pelosi e cattivismi efferati: cosa che proveremo a fare, a partire da oggi, in questa rubrica di Libertiamo.it

La “bomba mentale”, “ Mind Bomb”,  simboleggia il desiderio di “liberare” la nostra mente e quella dei lettori da pregiudizi, false rappresentazioni della realtà, schemi mentali e resistenze culturali, che – se pure sono comprensibili e vanno “studiate” come reazioni popolari e sociali ai fenomeni immigratori – non possono essere responsabilmente consolidate come base dell’azione politica, su di un tema che va invece affrontato senza concedere nulla al pregiudizio e al partito preso.

La nostra idea è quella di fornire i mezzi, le indicazioni tecnico-normative, i dati, per permettere ai lettori di acquisire un bagaglio di conoscenze sufficienti per farsi un’idea realistica  e non preconcetta dell’universo “immigrazione”. E per utilizzare al meglio tali conoscenze, per interesse personale-professionale, per essere in grado di conversare o chattare su questa materia con proprietà di linguaggio e cognizione di causa, per fare scelte politiche ponderate…. Ospiteremo di volta in volta interventi di tecnici e specialisti e, perché no? di immigrati e di expats perché ci “illuminino” su particolari argomenti e aspetti di questo tema.

Come primo contributo, penso che sia importante accennare alle ragioni per cui il nostro paese ha dovuto affrontare e in larga parte, inizialmente, subire un fenomeno di immigrazione di massa percepito nei termini di una “invasione”.

Sono passati oltre trent’anni da quando gli immigrati hanno cominciato in maniera consistente a dirigersi verso l’Italia. Da trent’anni i politici sapevano perfettamente che, in considerazione delle disastrose condizioni dei paesi di origine, flussi sempre maggiori di immigrazione “da offerta” si sarebbero diretti verso le penetrabilissime frontiere italiane.

Sulla distinzione tra migrazioni “da offerta” e migrazioni “da domanda” riporto un estratto di quello che scrisse nel 1992 Cristina Baldan in  “La presenza extracomunitaria in Italia: migrazioni “da domanda” e migrazioni “da offerta”, pubblicata sul n. 5 Maggio 1992 della rivista “Newsletter sulle Migrazioni” – Giovanni Papperini Editore:

“….In una migrazione “da offerta”…. la ragione del movimento risiede nelle condizioni socio-economiche dei paesi d’origine e quindi, non essendoci nessun fattore attrattivo che svolga una selezione qualitativa dei flussi, le tipologie degli stranieri in Italia sono le più varie, a partire dalle nazionalità, dalla formazione professionale, dalle differenze culturali ed etniche.
Non essendoci inoltre una strategia assimilativa nel paese di destinazione e non essendoci neppure particolari settori economici con posti vacanti (i settori in grado di accogliere la mano d’opera straniera in Italia sono infatti quelli interstiziali, marginali), ne derivano un’alta propensione all’instabilità, alla clandestinità, al lavoro irregolare e una conseguente precarietà generale. Il rapporto costi/benefici in questo modo, al contrario della migrazione da domanda dove è ben chiaro e perfettamente visibile alla società, viene completamente sfalsato e sbilanciato tutto sulla visibilità dei costi e non sulla percezione dei benefici, provocando conseguentemente conflitti sociali ed etnici. I flussi migratori “da domanda” del dopoguerra venivano attratti direttamente dai paesi di destinazione attraverso una precisa politica migratoria: veniva favorita l’entrata di gruppi piuttosto omogenei di stranieri, più che altro non qualificati, da indirizzarsi verso il lavoro dipendente, di solito in settori manifatturieri. I migranti venivano inseriti in tempi brevi e presentavano un’alta propensione alla stabilità, in quanto faceva parte della politica migratoria stessa del paese d’approdo, il predisporre strategie esplicite per favorirne l’assimilazione e l’integrazione….”

Per trent’anni i nostri politici hanno fatto sostanzialmente finta di niente, speculando alla grande sui “fondi per la cooperazione allo sviluppo” e sugli “aiuti per emergenze umanitarie”. Non creando così le condizioni necessarie per lo sviluppo di sane economie locali. Nel maggio del 1989 scrivevo sulla rivista “Progetto Impresa”  un articolo “Da immigrato a socio in affari”, illudendomi che i politici d’allora prendessero sul serio le mie parole. Ma cosa dovevo attendermi da politicanti poi inquisiti per “tangentopoli”, per lo scandalo degli “aiuti allo sviluppo”, per “associazione mafiosa”?

Solo ora si fa cenno a politiche di immigrazione “rotazionale”, alla formazione di  immigrati in Italia per poi “rimandarli”, con una professione in tasca, nei loro paesi di origine. Ma, su questo, voglio vedere i fatti concreti prima di esprimere giudizi.

Nei decenni,  intorno alla disperazione degli immigrati “da offerta”, insieme ad  organizzazioni serie e a individui che hanno veramente dato se stessi per aiutare gli immigrati ad integrarsi nella società o li hanno sostenuti perché divenissero imprenditori nei loro paesi di origine, sono proliferate come sanguisughe pseudo-associazioni di assistenza, svelte a spartirsi i fondi pubblici per l’integrazione e l’assistenza degli immigrati . Non ho in questo momento dati precisi sul fiume di denaro pubblico che da trent’anni è stato elargito a piene mani “in favore” degli immigrati, ma sono sicuro che se solo una decima parte fosse andata veramente nelle tasche degli immigrati, oggi in Italia non vi sarebbero solo 250.000 imprenditori individuali stranieri, ma a milioni si sarebbero riscattati, grazie ad uno spirito imprenditoriale innato e al desiderio profondo di  farsi valere per le loro capacità.

Non sembra anche a voi che ci sia una qualche similitudine  tra i soldi della “Cassa per il Mezzogiorno” sfilati sotto il naso dei meridionali e la marea di soldi che gli immigrati in molti casi non hanno neppure sfiorato, ma hanno, con la loro presenza, indirettamente alimentato? L’immigrazione è un fenomeno complesso, che è non semplice affrontare. Ma una cosa si può fare: evitare le speculazioni parassitarie, che comunque non fanno il bene degli immigrati, ma creano una reazione di sospetto e disappunto da parte del contribuente italiano.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

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