Lo sciopero degli stranieri ha molte ragioni, ma poche possibilità di successo

– Pare che il 1° marzo assisteremo ad una sorta di sciopero nazionale degli immigrati, proclamato con l’obiettivo di dimostrare che, senza il loro lavoro, il Paese non va avanti. Se così sarà chi scrive sarà sicuramente solidale con i lavoratori stranieri e con il loro atto dimostrativo.

Purtroppo, se dovessi scommettere sul suo successo, non mi azzarderei a farlo. Iniziative di questo tipo hanno bisogno di un impegno organizzativo che i lavoratori stranieri non sono in grado di esprimere. Sarebbe opportuno allora che i media si occupassero di questo progetto (garantendo almeno una corretta informazione all’opinione pubblica) e che anche le grandi confederazioni sindacali fornissero il loro appoggio. C’è bisogno di una svolta, di spezzare cioè una deriva anti-immigrazione dettata da meri motivi elettoralistici.

Nei giorni scorsi il Sole 24 Ore ha scritto che almeno un milione di lavoratori stranieri è in attesa del rinnovo dei permessi, dal momento che il disbrigo delle pratiche richiede in media circa 10 mesi anziché i 20 giorni previsti dalla legge. Ciò è la migliore prova dell’esistenza di una <zona grigia> tra irregolarità e regolarità che deriva direttamente dalla difficoltà di applicare le normative vigenti e dalle disfunzioni della pubblica amministrazione. Uno Stato che voglia avere l’autorevolezza – morale prima ancora che politica – per combattere i fenomeni del lavoro clandestino e le sue conseguenze, deve essere prioritariamente in grado di dare applicazione alle leggi vigenti.

Il problema però, prima ancora che di natura politica, ha un discreto risvolto economico e sociale.   Quelli che parlano di chiudere le frontiere all’immigrazione allo scopo di dare lavoro agli italiani in questa fase di difficoltà economica si sono domandati seriamente quanti italiani (magari in cassa integrazione o persino disoccupati) sarebbero disposti a svolgere quei lavori  per i quali vengono assunti gli stranieri ? Si sono chiesti quanti giovani sarebbero pronti a lavorare in fonderia o in edilizia ?

Se queste domande venissero poste e si traesse un bilancio consuntivo delle effettive indisponibilità di gran parte dei nostri giovani si potrebbe ben presto concludere  che quello dell’immigrazione è un processo ineluttabile in un Paese come l’Italia in forte declino demografico, con un’offerta di lavoro che non è in grado da tempo di soddisfare la domanda, soprattutto in taluni settori, mentre in altri esiste un problema di costo del lavoro legato alle grandi questioni della competitività.

Si prenda il caso dell’agricoltura e segnatamente della raccolta della frutta. Si meno scandalo quando si scopre che gli immigrati svolgono queste mansioni con salari di 25  euro al giorno. Ma può l’agricoltura costretta a vendere i propri prodotti a prezzi stracciati, remunerare in modo più sostanzioso ed equo il lavoro agricolo, mandando ancor più fuori mercato prodotti che già lo sono di suo ?

Nell’opinione pubblica, poi, è crescente un senso di insicurezza, spesso esagerato, che si accompagna alle destabilizzazioni che le trasformazioni intervenute, a seguito delle grandi migrazioni, determinano nella vita quotidiana di ciascuno quando deve prendere atto di vivere a fianco di <diversi da noi>. E’ compito di una classe dirigente che si rispetti non alimentare le paure, ma persuadere i propri concittadini facendo appello alla razionalità, senza per questo sottovalutare i problemi reali.

Vi sono dei punti fermi che vanno ribaditi con forza. Gli immigrati non rubano il lavoro a nessuno, ma nella stragrande maggioranza dei casi svolgono attività che la manodopera italiana rifiuta. Vi sono interi comparti economici importanti per la nostra vita economica e sociale (sicuramente l’agricoltura, il turismo, le costruzioni, tra qualche anno persino l’industria manifatturiera) che senza l’apporto dell’immigrazione dovrebbero dare forfait per mancanza di addetti disponibili.  Tutto il settore dell’assistenza alle persone (non solo le badanti, ma anche il personale delle Istituzioni) è in grado di operare grazie agli stranieri. Tra qualche anno sarà solo la possibilità di assumere infermieri stranieri a consentirci di far funzionare gli ospedali, dal momento che i nostri giovani rifiutano persino un lavoro qualificato e alle dipendenze della pubblica amministrazione come è appunto quello dell’operatore sanitario.

Tutto ciò premesso, i dati dimostrano l’efficacia di provvedimenti (come la legge Bossi-Fini) che hanno voluto collegare l’immigrazione al lavoro. Ma vi sono anche lamentele a cui si deve prestare ascolto, come è stato fatto nel caso della <sanatoria> per colf e badanti (di questi problemi nessuno parla più). Prima della brusca frenata degli ultimi mesi molte preoccupazioni provenivano dal mondo delle imprese, le cui richieste di assunzione di personale immigrato finivano nel <mucchio> e veniva evaso solo con enorme ritardo e senza il riconoscimento di alcuna priorità.

Al dunque, quando l’economia ripartirà il contributo di braccia e menti straniere diventerà essenziale e indispensabile. E’ bene rendersene conto una volta per tutte. Il 1° marzo l’antico apologo di Menenio Agrippa tornerà di attualità, quando – ci auguriamo – l’Italia si accorgerà che anche le braccia sono indispensabili.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

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