Ridurre le tasse si può e si deve

di Benedetto Della Vedova da www.loccidentale.it

Il Ministro Tremonti, nell’intervista al Sole24Ore di domenica scorsa, ha ribadito che quella fiscale è “la riforma delle riforme” e che il tempo per farle inizierà dopo le regionali. Forse era meglio dirlo subito, evitando il fraintendimento su tempi più accelerati evocati dal Presidente del Consiglio. Ma tant’è: la questione resta centrale e ulteriori rinvii minerebbero la credibilità del PdL (a tutto vantaggio dell’alleato/competitore leghista).

Il punto è questo: una semplificazione ed una drastica riduzione del numero e del livello delle aliquote della tassazione del reddito è considerata una scelta strategica per accompagnare l’Italia fuori dalla crisi e ridare slancio all’economia? Se sì, si tratta di lavorarci come ad una vera priorità, anche prendendo qualche rischio, abbandonando la strada dei “correttivi”.

L’obiettivo della tenuta dei conti pubblici non è in discussione, naturalmente, ma di per sé non può esaurire l’orizzonte della politica economica e fiscale. Come prevedibile, la crisi non ha avuto alcun nuovo effetto palingenetico, e le grandi questioni della crescita e della competitività si ripropongono per il nostro paese esattamente come negli ultimi quindici anni: se non si è competitivi non si cresce, se non si cresce non si crea occupazione e non si produce nuovo gettito fiscale.

Prima di tutto si deve procedere ad una drastica semplificazione del sistema tributario. Oggi le norme sono costruite al fine di tentare di impedire gli abusi, cioè l’elusione e l’evasione fiscale. Il fine non viene raggiunto e nel frattempo si finisce per rendere letteralmente impossibile la vita dei contribuenti leali.

Penso che si debba ribaltare l’impostazione: il fisco va disegnato per essere amichevole nei confronti di chi paga. Chi non paga va sanzionato in altro modo, possibilmente più efficace. Lo spostamento dell’imposizione dalle “persone cose”, ergo dal lavoro al consumo, potrebbe servire anche in questa direzione.

Si è detto spesso, al di là di ogni discussione sulla curva di Laffer, che aliquote e modalità di pagamento delle imposte più ragionevoli sono il primo passo per rendere credibile la lotta all’evasione fiscale: se ci si crede fino in fondo bisogna procedere senza indugi, giacché un’evasione fiscale così diffusa rappresenta un elemento di corruzione non solo dell’economia nazionale ma anche del tessuto civile ed istituzionale.

In questi giorni in molti hanno sottolineato come in Germania i sondaggi mostrino un’opinione pubblica restia ad appoggiare riduzioni fiscali perché spaventata da possibili tagli allo stato sociale. Un segnale importante, ma che dice poco sul nostro paese, giacché le condizioni di partenza sono completamente diverse. In Germania la pressione fiscale negli ultimi lustri anni è diminuita ed è attualmente inferiore a quella italiana che invece nel frattempo è aumentata; la percezione dell’efficacia della spesa pubblica per i tedeschi è, a ragione, decisamente migliore di quella che hanno i contribuenti italiani della spesa pubblica nostrana; il livello di evasione fiscale è in Germania più basso che da noi. Ciò non di meno, alle ultime elezioni il successo del centrodestra tedesco è stato assicurato dalla vittoria dei liberali “antitasse”.

Da ultimo i conti pubblici e il problema del debito. Nel programma del PdL (scritto, come è stato ripetuto, nella consapevolezza della crisi) è previsto un piano di aggressione del debito pubblico per via patrimoniale e non reddituale (cioè senza considerare diminuzioni di spesa e avanzi di bilancio), cioè con un grande piano di valorizzazione e alienazione di una parte del patrimonio pubblico: questa è la strada per rendere ancor più credibile, anche nel breve periodo, una grande riforma fiscale, mettendola al riparo da eventuali momentanei cali nel gettito.

Un lavoratore dipendente che paghi tutte le tasse, non solo quelle sul reddito, oggi lascia allo Stato almeno due terzi del suo costo aziendale (compresi naturalmente i contributi previdenziali, la cui gestione rientra di fatto nella sovranità di Governo e parlamento). E’ troppo, e non solo in considerazione di cosa i contribuenti ottengono in cambio.

Se qualcuno ha altre ricette si faccia avanti, ma resto convinto che ridurre le tasse si può, ma soprattutto si deve: per amore dell’Italia libera e del suo futuro.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

5 Responses to “Ridurre le tasse si può e si deve”

  1. Maralai ha detto:

    apprezzo molto questo articolo che “girerò” al mio blog che da giorni insiste perchè non si operino rinvii sulla riforma del fisco, quindi sul taglio delle tasse, ma non vedo trattata da Benedetto l’urgenza di promuovere i tagli alla spesa pubblica, iniziando dai costi della politica, come sulla riduzione di parlamentari e di consiglieri delle regioni d’Italia. Chiedo a Benedetto Della Vedova: è sottintesa la “questione tagli” e riduzioni, oppure l’hai voluta sorvolare con ragione? Mi potresti spiegare, caro Benedetto?
    Maralai
    (mario nanni)
    ^^^
    chiedo il consenso per la pubblicazione di questo art. sul mio blog.
    grazie
    mn

  2. Alessandro Caforio ha detto:

    Salvo dove diversamente specificato i documenti pubblicati su questo sito sono rilasciati con licenza Creative Commons: Attribuzione 2.5: devi solo indicare il link alla pagina originale

  3. Maralai ha detto:

    x-> a. caforio. la precisazione va bene; ma sui tagli e sulle riduzioni, che si dice?
    M

  4. L’articolo di Della Vedova mi lascia assai perplesso. Sappiamo bene tutti come la via maestra per fare del nostro Paese un aggregato moderno e produttivo di ricchezza ben generata ed equamente diffusa passi attraverso la integrale revisione della qualità e della quantità della spesa. E ciò significa una integrale modifica della struttura pubblica progettata ed attuata non in funzione delle lobbies e delle conventicole ma di razionalità e funzionalità organizzative. Mi rendo perfettamente conto di come ciò presupponga quale postulato un consenso diffuso, generalizzato e profondo il quale solo può essere frutto di cultura e consapevolezza prima e di meccanismi elettorali che consentano all’eletto di governare in base al consenso ricevuto sulle affermazioni programmatiche per le quali sia stato votato, e non sul consenso derivante dall’esercizio minuto e discrezionale della spesa. E questo non appare essere al nostro orizzonte, almeno immediato. Nello stato attuale lo spostamento sic et simpliciter del carico fiscale dal diretto all’indiretto ferma la struttura qualitativa e quantitativa della spesa potrebbe avere effetti dirompenti sui consumi, specie finali, per aumento dei prezzi indotto dall’aumento per fasi del carico fiscale lungo tutta la filiera. Il risultato sarebbe quello di inaridire i consumi da un lato, o, al contrario, ridurre la generazione di risparmio delle famiglie, con conseguente illanguidimento finale della produzione del sistema della PMI e la correlata diminuzione della generazione di flusso fiscale che ne conseguirebbe dall’altro.
    Il sistema così come si è andato configurando e strutturando non consente interventi di razionalizzazione e miglioramento a costo zero, ferma restando la sua natura e la sua configurazione. Ed il costo reale di interventi di tal fatta potrebbe essere esiziale al sistema stesso. Il che potrebbe essere un vantaggio per tutti ma non certo nell’immediato del disastro che ciò significa. Specie in mancanza di alternative comunque le si voglia configurare.
    Preparare le alternative ridisegnando la Funzione Pubblica e la struttura dello Stato in tutte le sue articolazioni, sia pure a livello di modello e di simulatore, potrebbe essere non esercizio retorico ed accademico ma ottimo servizio al Paese. E questa potrebbe essere la mission di un gruppo di teste lucide, libere e forti e delle forze che esse potrebbero catalizzare ed organizzare a tal fine.

  5. filipporiccio ha detto:

    La considerazione finale non vale solo per i dipendenti ma anche per molti lavoratori autonomi. Chi non evade è tartassato anche più di un dipendente, e l’esperienza tipica di un lavoratore autonomo è veder “transitare” sul suo conto enormi quantità di denaro, che entrano dai clienti ed escono a favore di stato, INPS et similia.
    Intanto giungono voci che il governo si appresti a decretare l’imposizione della “tassa SIAE” anche su computer e cellulari, a conferma del fatto che l’azione di questo governo va in direzione esattamente contraria ai principi liberali. Ma naturalmente non si tratta di una “tassa”, immagino, visto che nonostante sia un’imposizione da parte dello stato è a favore di un “privato”…

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