La Russia, i diritti, il petrolio

– Quando gli esperti hanno dato un’occhiata alle ultime statistiche provenienti da Strasburgo erano davvero in pochi a pensare che potesse accadere quello che è successo il 15 gennaio. Troppi i casi pendenti contro la Russia e quindi nessun interesse alla ratifica del protocollo che prevede sostanziali novità procedurali per la Corte europea dei diritti dell’uomo da parte di Mosca.
Eppure al termine di una lunga disputa con il Consiglio d’Europa e ad un mese dalla conferenza di Interlaken, che discuterà delle possibili riforme del sistema europeo di protezione dei diritti, il Cremlino mette la parola fine ad una vicenda che durava dal lontano 2004.
Con 392 voti a favore e 56 contrari la Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, ha approvato la ratifica del protocollo 14 che introduce sostanziali modifiche nel funzionamento della Corte europea dei diritti dell’uomo. La ratifica sarà comunque definitiva solo dopo il voto del Consiglio della Federazione. Le modifiche introdotte non serviranno a risolvere totalmente i problemi dell’eccessivo numero dei ricorsi, ma consentono semplificazioni sostanziali della procedura. (qui il testo del protocollo 14).
La vicenda va però ben oltre i tecnicismi giuridici ed assume i contorni, ben più interessanti, del giallo geopolitico. Storie di corrotti e di corruttori, di faccendieri e di petrolieri. Seguitemi.
In primis il giallo giuridico. Una delle modifiche introdotte dal protocollo 14 prevede che i casi possano, in una prima fase, essere esaminati da un singolo giudice. Un grande potere dunque. La Russia si è sempre opposta a questa modifica e, secondo quanto riporta RadioFreeEurope, nei negoziati ha ottenuto che un giudice russo sia sempre presente quando si decide un caso contro la Russia. I casi pendenti contro la Russia sono moltissimi. Nel 2006 importanti risarcimenti sono stati garantiti a famiglie cecene che avevano visto scomparire i loro cari per opera dei servizi segreti russi. Ed il problema in questi casi è che quando il ricorso arriva a Strasburgo le autorità domestiche devono inviare tutti i fascicoli, cosa che la Russia ha costantemente cercato di evitare al fine di non rivelare informazioni importanti (la London Metropolitan University ha iniziato un apposito programma di ricerca sui rapporti fra la Russia e Strasburgo). Allora perché ratificare un protocollo che rende la corte più efficace e rapida nella risoluzione delle controversie visto che la Russia viene costantemente condannata? Qual è l’interesse di Mosca?
E’ interessante notare come la ratifica russa arrivi proprio mentre la Corte decide di rinviare a marzo il caso di Mikhail Khodorkovski. Ed è qui che le strade dei diritti umani incrociano  quelle del  petrolio. Un primo rinvio era stato deciso a novembre quando Valery Mussin, giudice ad hoc russo che sedeva nel panel, si è dimesso dopo esser stato nominato nel c.d.a di Gazprom.
Ma torniamo a Khodorkovski, ex proprietario della compagnia petrolifera Yukos, l’ oligarca russo era stato condannato ad otto anni di prigione per frode ed evasione fiscale. Sin dal primo processo ha costantemente negato le accuse sostenendo di esser stato perseguitato per il supporto finanziario offerto ai gruppi dissidenti vicini agli occidentali. Secondo Khodorkovski, la bancarotta di Yukos è stata causata dal governo russo che ha voluto in questo modo riappropriarsi degli assets della compagnia. Un sito dedicato approfondisce gli aspetti di questo processo da 98 miliardi di dollari che si annuncia come uno dei più importanti nella storia della corte.
Da sottolineare che, di recente, in Petrostate: Putin, Power and the New Russia Marshall I. Goldman ha evidenziato come tutta la politica petrolifera di Putin si sia basata sulla nazionalizzazione delle compagnie precedentemente privatizzate al fine di centralizzare tutto il potere nelle mani di Mosca. Le strade dei diritti umani incrociano dunque quelle del petrolio.
Secondo Nikolai Petrov l’improvviso interesse di Mosca per i diritti umani è dettato dalla necessità di ammorbidire i giudici ed il Consiglio d’Europa in vista di questa importantissima decisione nel caso Yukos. Da Strasburgo ovviamente negano ogni addebito.
Aleksei V. Makarkin, analista del Center for Political Technologies di Mosca, commentando per il New York Times ha invece sottolineato come queste decisioni siano il frutto  di un sostanziale cambio di paradigma nelle relazioni fra la Russia e l’Occidente. “Non abbiamo più paura che gli occidentali vogliano supportare delle rivoluzioni”. Sarà un bene?


Autore: Pasquale Annicchino

Nato a Maratea (PZ) il 13 Dicembre 1982, vive a Firenze. Fellow del Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell'European University Institute. Ha insegnato e tenuto seminari in numerose università italiane ed internazionali: Siena, Alessandria, Como, Salerno, Tallin, Berkeley Law School, Brigham Young University School of Law. E’ stato Editor in Chief della University College London Human Rights Law Review ed è membro della redazione dei Quaderni di diritto e politica ecclesiastica del Mulino. Ha pubblicato saggi scientifici su varie riviste fra cui: Ecclesiastical Law Journal, George Washington International Law Review, University College London Human Rights Law Review, Studi e Note di Economia, Droit et Religions.

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