Il terremoto di Haiti e i barconi dei clandestini

Il terremoto di Haiti ha scosso profondamente l’opinione pubblica italiana e internazionale. Un disastro naturale di proporzioni immani in una terra già segnata e piagata da disastri civili, economici e sociali, non poteva che destare un senso profondo di sollecitudine e di pietà.

Se a ciò si aggiunge il senso di irrimediabile ingiustizia che i disastri “naturali”, più di quelli “artificiali”, suscitano nella coscienza di chi vi vede specchiata la debolezza della condizione umana, si comprende come la commozione e il senso di rivolta morale che quella tragedia accende diventino un problema politico, che Obama ha per il momento interpretato al meglio, anche nelle sue implicazioni simboliche.

Massimo Gramellini nel suo “Buongiorno” di venerdì scorso ha spiegato molto acutamente come in questa pietà vi sia un riflesso “egoistico” e come la simpatia umana che ci affratella ai disperati, di cui vediamo scorrere le immagini sul teleschermo, sia sincera e generosa, ma non animata da un puro e gratuito sentimento morale:

Non posso fare a meno di riflettere sull’incongruenza di una situazione che – complice la potenza evocativa delle immagini – mi induce a piangere per un bambino sepolto sotto i detriti, senza pensare che si tratta dello stesso bambino affamato che aveva trascorso le ultime settimane a morire a rate su quella stessa strada. Così mi viene il sospetto che a straziarmi il cuore non sia la sofferenza degli haitiani, che esisteva già prima, ma il timore che una catastrofe del genere possa un giorno colpire anche qui. Non la solidarietà rispetto alle condizioni allucinanti del loro vivere, ma la paura che possa toccare anche a me il loro morire.

D’altra parte, anche ad una lettura meno “profonda”, è abbastanza evidente che sul piano della psicologia sociale questi sentimenti non hanno durata e sostanza tale da costituire, nel medio-lungo periodo, una vera e propria “domanda politica”, in grado di condizionare in modo significativo l’azione di governo.  Spente le telecamere, finisce la paura e anche lo sgomento.

Perciò, a brevissimo, nei disperati che vedremo arrivare sui barconi che attraversano a fatica il Mediterraneo non vedremo il volto degli haitiani e non sentiremo per la loro sorte il medesimo senso di ingiustizia che le immagini di Port-au-Prince ispirano, oggi, a chiunque.

Ma sarebbe onesto che, senza buonismi e senza sentimentalismi, si ammettesse che i disperati che siamo costretti a respingere e, per una parte, a fingere di non vedere, sono trascinati sulle nostre coste non da un inconfessato complotto “immigrazionista” ma dalla stessa sventura che ha prima affamato e poi sotterrato Haiti. Si possono (anzi, purtroppo, devono) fare i respingimenti, senza calare sui derelitti, e sulla loro invadente disperazione, la maschera dei delinquenti e degli invasori.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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