Craxi, i nodi irrisolti e i tabù della politica italiana

– Non so quale giudizio gli storici, tra molti anni, daranno della complessa vicenda di Mani Pulite, delle cause scatenanti la fine della cosiddetta Prima Repubblica, dell’incidenza che, su questa fine, ebbe la corruzione diffusa e dei rapporti tra politica e magistratura negli anni ’90. Non lo so e non credo nessuno lo possa sapere, perché quegli eventi appartengono ancora al presente.

Quello di cui però sono certo è che la figura di Bettino Craxi verrà collocata, nella storia di questo paese, in un orizzonte che travalica di gran lunga quel periodo. Per due ragioni. La prima, più ovvia, riguarda il significato “di sistema” di alcune scelte politiche: la rottura dell’asse DC-PCI, la scala mobile, il Concordato, la responsabilità civile dei giudici, le scelte in materia radiotelevisiva, la politica europea e quella internazionale.  La seconda ragione è meno ovvia, ma altrettanto importante, perché la rilevanza “storica” di una politica non consiste solo nei risultati ottenuti (che certo debbono esserci), ma anche nella capacità di mettere a fuoco dei nodi strutturali della vita politica nazionale, scoperchiando alcuni tabù e suscitando degli interrogativi “epocali” che rimangono consegnati anche ai successori.

Nel caso di Craxi i nodi strutturali sono tre e sono tutti, ancora, estremamente attuali.

Il primo riguarda la questione della della c.d. governabilità e dell’ammodernamento istituzionale. Questione imposta concretamente all’attenzione politica, e non solo accademica o pubblicistica, proprio dall’iniziativa socialista alla fine degli anni ’70.

La seconda questione riguarda il profilo politico della sinistra in Italia. La sua identità, i suoi metodi, le sue visioni. Su questo terreno la triste vicenda del PD dimostra che ancora molta strada dev’essere fatta. E, forse, non solo di aggiustamenti si tratta. Nel confronto tra Psi e Pci negli anni ottanta e nei primi anni novanta si condensano tutti i nodi irrisolti della costruzione di un’area riformatrice (?), progressista (?) socialdemocratica (?). Anche le parole sono ormai consumate.

Certo fa molto effetto vedere nelle immagini di repertorio, più di vent’anni fa, Craxi che incontra due giovani leader del PCI di allora: Massimo D’Alema e Walter Veltroni. O leggere nell’autobiografia politica di Giorgio Napolitano l’amarezza con la quale egli ricorda gli attacchi subiti da Gerardo Chiaromonte ad opera di quello stesso D’Alema sull’Unità per il solo fatto di aver dialogato con il PSI. Segno di divisioni profonde, culturali, politiche, ideologiche. Dell’eterna alternativa tra riformismo e massimalismo, tra idealismo e pragmatismo. Come non pensare alla scelta di Veltroni che, nelle elezioni del 2008, dice sì a Di Pietro e no ai socialisti?

La terza questione irrisolta è quella della cultura del conflitto propria di una democrazia dell’alternanza. Anche su questo i problemi sono ancora davanti a noi. La strategia craxiana ha rotto, provocatoriamente, anche molto provocatoriamente, un certo clima unanimista che affonda le sue radici lontane nella cultura ciellenista e che transita nella storia italiana lungo tutti i decenni. L’idea della convergenza tra culture nel patto nazionale e nella progressiva inclusione di tutti nella vita dello stato. Mito straordinario e importantissimo, ma che può avere senso come mito fondativo, non come idea del governo quotidiano.

Questa difficoltà di conciliare l’unità sui fondamenti della convivenza con una sana cultura della competizione tra proposte politiche contingenti è il grande, enorme macigno che ci separa, pur dopo tanti progressi, dalla normalità delle democrazie mature. E non si può dubitare che la leadership craxiana abbia, con tutte le contraddizioni, sollevato per prima il tema dell’alternanza e della rottura consociativa, tema che Aldo Moro non era riuscito ad affrontare compiutamente perché la sua “terza fase” (come dimostra l’intervista postuma a Scalfari su Repubblica nel 1978) rimase allo stato di progetto irrealizzato e appena abbozzato a causa della tragica morte.

Piuttosto che cimentarsi in giudizi storici che non competono loro, credo gli attuali protagonisti della vita pubblica potrebbero rendere un sincero e adulto omaggio alla vicenda politica di Bettino Craxi, ripartendo da qui. Dalle stesse parole di Napolitano: “La considerazione complessiva della sua figura di leader politico (…) Non può dunque venir sacrificata al solo discorso sulle responsabilità sanzionate per via giudiziaria”. “Il nostro Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere”.

L’auspicio è dunque che non si rimuovano e che si affrontino quei nodi irrisolti, strutturali, antichi, che anche Craxi (dopo altri) ha prepotentemente imposto all’agenda politica, non solo della nostra cronaca, ma anche della nostra storia.


Autore: Giovanni Guzzetta

Nato a Messina nel 1966, è un costituzionalista italiano. Presidente nazionale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) dal 1987 al 1990, attualmente è professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico presso l'Università degli studi di Roma "Tor Vergata", nonché titolare della cattedra Jean Monnet in Costitutional Trends in European Integration nel medesimo ateneo. Presidente del comitato promotore dei referendum costituzionali, ha elaborato gli attuali quesiti referendari ed è stato, nel 1993, l'ideatore, insieme a Serio Galeotti, dei quesiti per il referendum sulla legge elettorale. È coautore di un manuale di diritto pubblico italiano ed europeo, nonché autore di diverse monografie.

One Response to “Craxi, i nodi irrisolti e i tabù della politica italiana”

  1. E’ di tutta evidenza come la sinistra italiana, ingessata dai suoi ideologismi senza tempo poiché, ormai, fuori tempo e prigionieri di sé stessi, non riesca che a considerare Craxi altro che un bandito da strada – il senso del suo appellarsi Ghino di Tacco, per sfotticchiarli un gran bel pò – opportunamente sanzionato dal braccio secolare e, purtroppo per lor signori, sfuggito all’Inquisizione solo grazie a complicità esterovestite.
    Craxi ha avuto il merito da vero statista – e lo dico vergine sia di servo encomio che di codardo oltraggio non essendo mai stato altro che un liberale fuori sistema che non ha mai votato Craxi né i suoi nemici – di comprendere in quale abisso dittatoriale colloso e tartufo si fosse trasformata l’utopia ciellenistica volta a fare di visioni del mondo irreconciliabili quali quella catto-marxista e quella liberale il melting pot dal quale tirare fuori una nuova Italia. Ha tentato di rompere il cerchio e l’assedio, anche con posizioni internazionali eterodosse e l’ha pagata con la riduzione allo stato di latitante e il tentativo quasi riuscito di totale damnatio memoriae.
    L’odio feroce contro Berlusconi – suo dichiarato amico di ieri e di sempre – nasce e si alimenta delle stesse situazioni e motivazioni da quando quest’ultimo mise al tappeto con un formidabile colpo d’incontro la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto e compagni. E le metodiche con le quali si esercita questo odio viscerale sono le medesime: scomuniche pontificali alla Scalfari ed uso delle varie articolazioni del braccio secolare del quale hanno il totale, esclusivo controllo.
    La sofferenza, evidente (e nobile), del Presidente Napolitano – colpito dai suoi stessi sodali di partito molte e molte volte nel suo pluridecennale personale percorso di evoluzione dalle posizioni ortodosse del PCI verso una visione più libera e pacata del mondo e dei suoi problemi – che si estrinseca tutta nella frase riportata dll’Autore, dovrebbe far riflettere la sinistra italiana sulla propria riottosa e presupponente autoindotta marginalità nel mondo moderno e darle la spinta definitiva verso l’abbandono del suo elitismo fuori epoca e fuori motivazione, strillato ed inconcludente. L’URSS non è più e Livorno è assai lontana nel tempo.
    Mi ricorda tanto, la sinistra italiana, quell’Aventino che si beava della sua offesa dignità mentre la dinamica della realtà l’aveva già travolto sul nascere. La differenza è che l’Aventino non aveva l’esercizio del bosco e del sottobosco del potere politico ed amministrativo ed il controllo degli apparati pubblici dei quali oggi la sinistra dispone e che, non da ultimo, Berlusconi non è Mussolini e gli anni venti del novecento non sono i dieci del nuovo secolo. Per paradosso, quindi, oggi come allora ai tempi di Craxi, il problema dei problemi è la liberazione dalla Liberazione.
    Non so, però, quanto il popolo italiano sia compiutamente maturo per un simile salto di qualità, atteso che come scrisse un Grande “ogni popolo ha il governo che si merita”. I dubbi mi vengono sia dal successo del referendum che abrogò la riforma costituzionale del centro destra sia dall’insuccesso di quello che si proponeva di scardinare il sistema attraverso la modifica della legge elettorale del quale l’Autore è stato dominus con il prof Segni.

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