Riflessioni sparse sulla vicenda Google-Cina

Cinque punti non esaustivi per inquadrare l’affascinante diatriba tra la multinazionale ed il governo cinese in una prospettiva più ampia:

1. Internet non è un “altrove” rispetto al mondo reale, non è una zona franca in cui l’intervento statale è sospeso. Al contrario, dopo qualche anno di “sbandamento” (dovuto in parte alla scarsa comprensione delle dinamiche del web), i governi hanno iniziato ad avere un atteggiamento viepiù invasivo. Mentre nei paesi più liberi l’intervento statale si è concentrato sostanzialmente sul fisco, sulla tutela della proprietà intellettuale e sulla diffusione di particolari contenuti (istigazione alla violenza, offese razziali, materiale pedopornografico, etc.), i governi autoritari – la Cina, ma anche l’Iran e tante altre realtà – puntano a condizionare la diffusione e lo sviluppo della rete presso l’opinione pubblica, piegando i contenuti diffusi alle proprie esigenze di regime. Per i sostenitori della libertà, si è ormai aperto un interessante fronte di scontro politico.

2. “Più alzi il muro, più fai venir voglia di scavalcarlo”. Le parole di una giovane blogger cinese rendono perfettamente l’idea di un fenomeno che pare diffondersi in Cina. Fino a qualche tempo fa solo uno sparuto numero di attivisti politici era solito usare delle applicazioni in grado di aggirare i filtri della censura cinese, permettendo ai computer di accedere al web attraverso dei server situati oltre confine. Ma il blocco di siti popolari come Youtube, Twitter e Facebook ha spinto sempre più utenti al cosiddetto fanqiang (scavalcamento del muro). Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, la presa di posizione di Google ha indotto molti attivisti politici a tenere corsi di fanqiang, sia nelle principali città cinesi che nelle province più remote, dove Internet muove i primi passi. Potremmo dire: eppur si muove… ed anche velocemente.

3. I responsabili di Google hanno dichiarato di essere preoccupati per la sicurezza e la libertà dei propri dipendenti in Cina. Mountain View teme eventuali interrogatori ed arresti. L’ipotesi ventilata dalla società californiana pone seri interrogativi di sistema sulla sicurezza dei dipendenti delle multinazionali ritenute “ostili” dal governo di Pechino. E’ un messaggio che i mercati non mancheranno di registrare.

4. La vicenda evidenzia come il governo cinese abbia ormai adottato nei confronti della pirateria informatica lo stesso atteggiamento morbido che ha da anni nei confronti delle violazioni della proprietà intellettuale e che ha permesso lo sviluppo di un gigantesco mercato nero nel settore audiovisivo e, più in generale, in tutti gli ambiti del copyright. Anziché lamentarsi per le delocalizzazioni ed il costo della manodopera, urlando contro chi aveva voluto l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, la politica avrebbe fatto meglio ad interessarsi di questo aspetto.

5. Indipendentemente dall’esito (Google negozierà una sconfitta onorevole con il governo cinese per non abbandonare quell’enorme mercato o persevererà fino alle estreme conseguenze?), la coraggiosa iniziativa di Mountain View avrà dei benefici effetti sull’immagine della compagnia. Google non dimentica di avere innumerevoli dossier aperti: i rischi per la privacy del suo modello di cloud computing, il tentativo di diventare un mercato non regolato dei servizi energetici, la controversia con gli editori. Un’immagine di multinazionale paladina della libertà di espressione e avversaria della censura cinese può senza dubbio giovare. Torniamo allora allo spunto del punto 1: l’ingresso degli Stati sulla rete impone ai grandi giocatori del web di trasformarsi in attori politici, come d’altronde sono da tempo soggetti politici le grandi compagnie automobilistiche, i vettori aerei o le società farmaceutiche. Eppure – sperando che l’analisi non sia distorta dall’essere il sottoscritto coevo di questo fenomeno – pare che il livello di scontro ed i margini di azione politica dei giganti della new economy siano superiori a quelli del passato. Finché questa maggiore “potenza” non verrà dirottata verso la pretesa di sussidi pubblici o di rendite, possiamo ritenerla una buona notizia.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

One Response to “Riflessioni sparse sulla vicenda Google-Cina”

  1. Luca Cesana ha detto:

    ottimo pezzo, Pier!

Trackbacks/Pingbacks