– Dalla vittoria del Midas alla sera delle monetine al Raphael, la parabola del craxismo non ha seguito un’unica traiettoria ed è stato un insieme complesso di azzardi e di paure, di rotture e di suture, di spirito riformista e di opposizione al cambiamento, di modernizzazione culturale e di affermazione di un “primato della politica” concepito secondo categorie ottocentesche, di idiosincrasia per il conformismo politico-costituzionale di stampo “resistenziale” e di incapacità di concepire la politica italiana fuori dallo schema dei grandi partiti consegnati alla storia italiana dalle vicende del dopoguerra.

Craxi ha giocato molte e diverse partite e i vari capitoli della sua storia politica non meritano un uguale giudizio.

E’ stato un leader socialista capace di affrancare il PSI dalla subalternità culturale e strategica al PCI, in un paese in cui molta parte della sinistra liberale e post-azionista continuava a ritenere ingiustificata la discriminazione di questa forza politica non solo democratica, ma – come si diceva – “costitutiva” della democrazia italiana.

Dal 1976 al decreto di San Valentino e anche oltre, lo schema dell’“alternativa di sinistra” è stato soppiantato da quello della “alternativa a sinistra”, che il socialismo craxiano ha imposto come terreno di scontro all’interno del fronte progressista. Da questo punto di vista, Craxi ha sdoganato gli spiriti animali dell’iniziativa privata e lo spirito anticonformista dell’individualismo liberale in una sinistra che, anche nelle sue componenti socialiste, rimaneva ancorata alla rigidità del collettivismo marxista e del perbenismo dottrinario.

Questo Craxi, compreso tra la conquista del partito e la prima fase dell’azione di governo come Presidente del Consiglio, è stato probabilmente quello “migliore”, in una prospettiva liberale e riformatrice. Se aveva visto con chiarezza che i socialisti non potevano rimanere truppe di complemento del PCI, mentre in tutta Europa stava per entrare in crisi lo stesso paradigma social-democratico e per prendere avvio la stagione delle rivoluzioni conservatrici, Craxi non è stato altrettanto acuto nel prevedere le conseguenze rovinose che il modello partitocratico, sia pure disancorato dal bipartitismo imperfetto DC/PCI e dalla logica consociativa, avrebbero comportato per la società italiana e per lo stesso sistema politico.

Il sistema che Craxi ha difeso fino all’ultimo (prima contro gli oppositori della deriva oligarchica del Caf, poi contro i referendum, infine contro gli homini novi dell’autoproclamata “società civile”) all’inizio degli anni ’90 non era più un “argine democratico” al PCI. La sua immagine era divenuta assai meno lusinghiera, anche presso settori di elettorato che, in mancanza di alternative, continuavano inerzialmente a votare per i partiti di governo (ed è accaduto fino al ‘92, pochi istanti prima del crollo).

L’immagine dell’Italia politica, che era stata dalla parte giusta del Muro di Berlino e non se l’era visto crollare addosso, era stata lentamente consumata: finì per strapparsi quando la bancarotta finanziaria del Paese, seppellito da una montagna di debito pubblico accumulato per comprare consenso e pagare la manutenzione della macchina partitocratica, e la degradante condizione di illegalità in cui era caduta l’amministrazione pubblica, divennero per larghissima parte dell’elettorato costi insostenibili e soprattutto inutili.

Così prima se ne andò il Nord, seguendo i pifferai della Lega, e quindi l’intero Paese, trovando i partiti di governo disarmati e inermi (e il PSI più degli altri), alle prese con i conti che la storia riversava loro addosso e con la stessa “giustizia ingiusta” che, dopo avere bivaccato per decenni alla mensa del re democristiano, era più che disponibile ad intronare i rappresentanti del popolo ex comunista.

Il corso degli eventi compresi tra la fine degli anni ‘90 e il 1993 non consente però di sostenere che la fine della Prima Repubblica abbia avuto un’origine giustizialista e che l’ipotesi “cospirazionista” sia quella confermata dalle più solide prove storiche. L’Europa, i mercati finanziari, i partners internazionali dell’Italia stavano per suonare la fine della ricreazione. E gli elettori avevano già lanciato il primo avvertimento, plebiscitando nel 1991 un referendum, quello sulla preferenza unica, che andava inteso come un’esplicita messa in mora del sistema politico, mentre i maggiorenti della partitocrazia italiana lo intesero invece come un’intemperanza senza conseguenze.

Quando Craxi, nell’aprile del 1993, si alzò in Parlamento a difendere orgogliosamente il sistema dei partiti e ad ammettere i finanziamenti illegali come pratica diffusa e comune, sfidando i colleghi a dissociarsi dalla chiamata di correo, la Prima Repubblica era già morta. Non per mano di Di Pietro e delle consorterie politico-giudiziarie che intendevano lucrare su questa morte (anche se a guadagnare lo scettro del comando fu il più craxiano e il più nuovo di tutti, Berlusconi). La bolla del consenso era scoppiata e nel listino della borsa politica italiana, i titoli dei partiti del primo cinquantennio repubblicano erano in caduta libera.

Craxi fu certamente il capro espiatorio di un sistema politico sbandato, che si piegò un culto ideologico della legalità dopo avere coltivato, in tutte le sue componenti, una pratica spregiudicata dell’illegalità. Ma, altrettanto certamente, “tangentopoli” non fu un’invenzione delle procure, né un’espressione tutto sommato fisiologica della costituzione materiale del Paese.

Il rischio è che oggi si onori la memoria di Craxi come se n’era, da ultimo, maledetta la persona in vita, senza misura e senza senso della realtà. Non mi sembra onesto, ma forse è inevitabile, quando si imbastiscono questi imbarazzanti processi postumi, per riscattare la figura di un politico, che un processo uguale e contrario aveva condannato da vivo alla damnatio memoriae.