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Berlusconi e Tremonti: sulle tasse, indietro tutta. Il ’94 è lontano anni luce

– Ora che ci siamo lasciati alle spalle (molto più rapidamente che in passato) l’ennesima suggestione di una riduzione della pressione fiscale, è opportuno compiere alcune riflessioni su questo tema carsico, che ipnotizza gli italiani da ormai oltre un quindicennio. Il dato ormai acquisito è che questa maggioranza di centrodestra non ha il “coraggio” per procedere alle riforme di cui il paese necessita, preferendo di gran lunga la gestione di una quotidianità fatta di interventi al margine, come quello assolutamente necessitato (nel breve termine) dell’estensione della cassa integrazione, presentati come epocali e determinanti per la sopravvivenza del paese.

Oppure come i grandi annunci, a prevalente contenuto onirico, sulle “Grandi Riforme” che avverranno in un futuro che continua a spostarsi più in là, per motivi che tendono ad essere attribuiti a cause di forza maggiore esterna, oppure ad una “opposizione” proteiforme, identificata di volta in volta con chiunque obietti sulla razionalità e sull’efficacia delle misure adottate dal governo. Il perimetro di questa opposizione è ormai vastissimo, spaziando “dalla Cgil alla Banca d’Italia”, per usare l’espressione usata dal ministro del Lavoro. Banca d’Italia arruolata tra le fila dell'”opposizione” per il solo fatto di aver tentato di delineare, in un paper di ricerca, quale potrebbe essere una definizione di inoccupazione più ampia di quella tradizionale, che presenta molti limiti metodologici, quali il non considerare gli scoraggiati (cioè il tasso di attività) e il numero dei cassintegrati. Sappiamo perfettamente, infatti, che non tutti i lavoratori in cig torneranno al lavoro, men che meno in un quadro congiunturale come l’attuale, dove la profondità della crisi costringerà a profonde e dolorose ristrutturazioni.

In un contesto dove anche la ricerca accademica è accusata di essere diventata espressione di sentimento antinazionale, per usare l’espressione di Ilvo Diamanti, restano assai pochi argomenti suscettibili di essere trattati in un pubblico dibattito. Ipotizzando che il fisco possa essere tra quelli (non è dato sapere fino a quando, però), è utile confrontare le tesi contenute nel Libro Bianco sul fisco del 1994, elaborato da Giulio Tremonti, con l’attuale mainstream della maggioranza. Diciamo subito che il Libro Bianco era un modello a cui ispirarsi, per modernità e razionalità delle scelte. Lo spostamento della tassazione dalle persone alle cose, la riduzione della pendenza della curva delle aliquote, la drastica semplificazione del numero dei tributi sono tutti capisaldi di una strategia offertista che abbiamo sempre condiviso e che perseguiamo politicamente. Quello che è accaduto negli anni successivi, al comune sentire ed all’estensore di quel Libro Bianco, sarà valutato dai posteri, ma per parte nostra possiamo già trarre alcune inferenze e valutazioni.

In primo luogo, nel corso degli anni il dibattito sul fisco è degenerato, nel centrodestra, da grande visione riformista a intervento spot ed incoerentemente populista. L’esempio palmare è quello della soppressione dell’Ici sulla prima casa. Un’imposta che doveva essere riconvertita in uno dei pilastri del federalismo fiscale prossimo venturo, responsabilizzando i comuni (ai quali doveva essere attribuita anche la gestione del catasto). Invece si è scelta la scorciatoia della sua eliminazione tout court, a furor di campagna elettorale. Può non piacere, ma il fisco non è fatto solo di imposte personali sul reddito, ma anche di imposte sulla proprietà e sul patrimonio, combinate in modo da stimolare la crescita o almeno da non disincentivarla. E’ così in tutti i paesi con i quali ci confrontiamo. Abolendo l’Ici sulla prima casa si è compiuta un’operazione regressiva, si è aumentata la dipendenza della finanza locale da trasferimenti compensativi dal centro, cioè il suo carattere “derivato”, e in sintesi si sono violati i principi contenuti nel Libro Bianco del 1994.

L’Italia, comparativamente agli altri paesi Ocse, presenta una maggiore aliquota media di tassazione del lavoro (cioè l’incidenza di imposte dirette e contributi sociali rispetto al reddito da lavoro dipendente così come misurato in contabilità nazionale), una tassazione d’impresa lievemente superiore alla media europea (per aliquota nominale) ed una tassazione delle attività finanziarie dei residenti inferiore. Questi sono i caratteri persistenti del nostro sistema fiscale, queste le aree sulle quali occorre intervenire, soprattutto quella sul lavoro. Nulla di tutto ciò è stato fatto, dal 1994 ad oggi. O meglio, per essere più equi, dal 2001 (anno di vero inizio di governi di legislatura del centrodestra) ad oggi.

Oggi Tremonti parla della necessità di studiare attentamente in quali aree intervenire, per evitare di fare “macelleria sociale”. Innegabile, ma forse ha già avuto lunghi anni a disposizione per farlo, stando al governo ed all’opposizione. Il punto è che lo stesso Tremonti ha avuto una profonda evoluzione (o meglio, una involuzione) nel corso di questi tre lustri abbondanti. Da liberalizzatore antistatalista a difensore del primato dell’intervento pubblico micro-regolatore, in base alla fallace premessa che “il liberismo ha fallito”. Non è certo il liberismo quello che ha fallito in Occidente in questi anni, quanto il centauro fatto di cattura regolatoria e abdicazione dello stato dal ruolo di regolatore (senza discrezionalità) dell’infrastruttura di mercato. C’è motivo di temere che il Tremonti di oggi, che usa il termine “etica” un numero inquietante di volte, non riscriverebbe più quel Libro Bianco, preferendo dedicarsi alla scrittura di norme fiscali volte non alla massimizzazione del gettito ed alla minimizzazione delle distorsioni che la tassazione esercita sul mercato, quanto a microgestire l’economia secondo discrezionali giudizi di valore, morale e moralistico, socialmente invasivi. Il tutto moltiplicando le imposte e frenando crescita e gettito.

Ma forse siamo noi a sbagliare. Forse in questo paese, al dunque, la maggioranza degli elettori resta conservatrice dello status quo. Anche per effetto di slogan come quelli sulla “macelleria sociale”, che negli anni sono serviti solo a mummificare l’Italia e a farla scivolare indietro nelle classifiche internazionali di crescita economica. La paura del cambiamento è una potente leva degli orientamenti politici ed elettorali. Forse è questa la ragione del successo bipartisan dei sindacalisti in politica. Sfortunatamente, agli elettori non viene detto che la conservazione dello status quo non è un’opzione realmente praticabile. La storia giudicherà il berlusconismo (ed il tremontismo) soprattutto su questo.


12 Responses to “Berlusconi e Tremonti: sulle tasse, indietro tutta. Il ’94 è lontano anni luce”

  1. Liberale ha detto:

    Beh..io che sono lavoratore dipendente da poco ( tornato in Italia da poco ) non posso che sottolineare ancora una volta come il reddito da lavoratore dipendente sia il vero scandalo Italiano. I lavoratori dipendenti ( privati si intenda ) non sono tutelati nè dalla destra, nè dalla sinistra, nè dai liberalcapitalisti filo americanofili, nè dai new keynesians nè tantomeno dai vetero sidancalisti parastatali cattocom..Io partirei da questo presupposto. Fintantochè non si capirà che un ingengere in Italia non può guadagnare meno di una badante Moldava °( con il massimo rispetto per le badanti Moldave ) non andremo da nessuna parte! Chiamatemi pure liberale involuto, ma a me delle rivoluzioni simil americane e delle tasse tout court me ne importa quanto del sesso degli angeli..le lobby in Italia son dure a morire, e l’evasione fiscale dei professionisti ed il malcostume dei dipendenti statali quelle si che sono delle realtà contro le quali ogni ipotesi di riduzione delle tasse comincia a darmi sui nervi.

  2. Antonluca Cuoco ha detto:

    ..conservazione dello status quo: PDL

  3. Ancora una volta non posso che essere – piacevolmente e spiacevolmente – d’accordo con l’Autore.
    Piacevolmente perché fintantoché è possibile leggere opinioni libere e forti, espresse con chiarezza e piena comprensibilità anche da chi non è aduso all’argomento trattato ciò vuol dire che la dittatura collosa e tartufa che ci soffoca non è del tutto onnicomprensiva ed onnipervasiva.
    Spiacevolmente perché ciò che Seminerio afferma ed argomenta fotografa una situazione di regressione nell’impostazione del centro-destra politico e dei suoi responsabili i quali tornano alle loro impostazioni originarie di natura socialista e ne fanno asse dell’azione di governo. E l’azione di governo in nulla ha afflato proiettivo ed in nulla incide sulla struttura del disastro nel quale decenni di connubio fra marxismo e cattolicesimo integralista hano immerso il nostro Paese. Il fallimento della speranza liberale è certificato dall’acquiescenza alle forze antimercato, sindacali e corporative, che, purtroppo, la fanno indisturbate da padrone in casa nostra.
    La vera macelleria sociale ci sarà quando l’assoluta mancanza di competitività del sistema Italia, a petto della competitività dei nostri “competitors” nel percorso di uscita dalla crisi, sarà alla base di un tracollo interno per implosione dovuto al tracollo del sistema dei consumi e della produzione diffusa (il che costituisce il classico serpente che si morde la coda). Costo dell’energia, costo del lavoro, costi fiscali ed amministrativi, costo delle materie prime, costo del denaro, mancanza di ricerca e sviluppo, fanno del piccolo produttore italiano un soggetto debole il quale, ove non supportato più da fattori peculiari interni, distorcenti ma rassicuranti, non potrà reggere la concorrenza di attori omologhi ben altrimenti supportati dai rispettivi sistemi paese. E se il mercato interno si contrarrà ulteriormente per tagli spontanei dei consumi non necessari, l’area complessiva del “non lavoro”, certo molto, molto più estesa di quella coperta dagli ammortizzatori sociali, diverrà drammaticamente estesa ed irrecuperabile. Allora sì che ci si accorgerà di quale disastro siano responsabili tutti coloro che avrebbero potuto operare a tempo debito e non lo avranno fatto.

  4. seltsam ha detto:

    Leggendo questo intervento sembra che l’autore sia d’accordo con le tesi sindacali per cui si dovrebbe finanziare la riforma fiscale spostando il carico fiscale sul risparmio dei residenti. E’ quello che suggeriva il De Benedetti dalle colonne del sole24ore alcuni mesi fa: ridurre il carico fiscale delle aziende tassando “pesantemente e permanentemente” il risparmio degli italiani. I patrimoni delle famiglie De Benedetti, Agnelli, Marchionne eccetera tuttavia non sono soggetti a tasse sul patrimonio. La semplice residenza fiscale in Svizzera lo consente. Il De Benedetti in pratica chiede di tassare i risparmi dei residenti italiani con quei gravami tributari di cui i suoi famigliari sono fatti esenti, il tutto per ottenere vantaggi fiscali alle aziende che la sua stessa famiglia controlla in Italia. Se questo è il liberismo del Seminerio, esso coincide col liberismo di De Benedetti, della sinistra e dei sindacati. Sindacati che hanno forti interessi nel tassare il risparmio degli italiani per dare vantaggi fiscali alle loro offerte di fondi pensione. Se il liberismo del Seminerio prevede una riforma in cui il carico fiscale si sposti dai redditi al risparmio, finendo per beneficiare i feudatari svizzeri alla De Benedetti, allora molto ma molto meglio lo status quo di Tremonti. Magari gli argomenti del nostro autore per una “riforma” fiscale di questo tipo non possono essere definiti populisti; ma una presa per i fondelli sullo stile di Prodi e della sinistra certamente sì.
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    QUESTO COMMENTO PROVIENE DA UN UTENTE IN PASSATO PIU’ VOLTE BANNATO PER COMMENTI OFFTOPIC ED ATTACCHI AD HOMINEM.

  5. Mario Seminerio ha detto:

    Seltsam, raramente mi è capitato di leggere un commento più offtopic e fuorviato di questo. Ma mi dicono che i commenti servono anche a questo, quindi andiamo pure avanti.
    Una piccola nota di servizio, ad uso dei lettori. Il commentatore Seltsam è lo stesso che commentava con il nick stranamore, Merkwurdigliebe (stranamore in tedesco), oggi con un nick che in tedesco significa “strano”. Questo lettore fornisce regolarmente email fake, l’ultima delle quali, a conferma della sua passione per un film francamente sopravvalutato è “Lovethebomb”. Utilizza anche un IP fastweb dinamico. Ora, è evidente che non è possibile passare le giornate a inseguire un personaggio che ha deciso di dare un senso alla propria esistenza a questo modo. Ma almeno i lettori seri, quelli che commentano a ragion veduta e con argomentazioni sempre puntuali (anche e soprattutto in confutazione), e che magari non si nascondono dietro a un nick e ad una email falsa, ne siano informati.

  6. Luca Cesana ha detto:

    ho avuto occasione, Mario, di polemizzare col citato “stranamore” e non riesco a trattenere il gusto, un pò masochista se vuoi, di dare di idiota a un’idiota:)
    personalmente preferisco firmare con nome e cognome, immagino a causa del mio ego iper-trofico…
    sul tuo testo, eccellente!
    La domanda conseguente mi pare dovrebbe essere: fino a quando gli elettori si accontenteranno di un “meno peggio” in cui il “meno” va progressivamente smarrendosi a vantaggio del “peggio”?
    Per chiarire: so bene e non mi scandalizza affatto che in tutto l’Occidente la gente vota col portafoglio.
    Ma, spero, ci sia un limite a questo atteggiamento montanelliano
    perchè io, laico e liberale, dovrei continuare a dare il mio voto a uno schieramento clerical-illiberale, se poi è pure statalista e neo-protezionista, si guarda bene dal realizzare riforme, da abbassare la pressione fiscale, dal liberalizzare alcunchè?
    Mi fermo anche se l’elenco sarebbe – ahimé – parecchio più lungo:)

  7. Alessandro Cascone ha detto:

    quoto molto l’articolo e quoto anche il post di Luca Cesana.
    E’ da un po’ che ci penso. Comincio a credere (processo di gestazione lungo) che l’Italia, in quanto costituita da un popolo bue (con il cervello dello sciacallo) come quello italiano, può sperare in una vera rivoluzione solo se su principi liberali che la affranchino dallo statalismo, dottrina politica-economica tanto cara ai buoi.

  8. bill ha detto:

    Eh, chiunque governi sul fisco si gioca tutto. E purtroppo, si gioca tutto anche il paese.
    E’ vero, l’avevo scritto in un altro commento: ma è mai possibile che si studi solo oggi in che modo intervenire per la riforma fiscale? E fino ad oggi cosa hanno studiato, il fenomeno delle eclissi solari?
    E’ facile constatare poi che all’opposizione, che è metà del paese, c’è una massa di brontosauri che manco ci pensa ad abbassare le tasse, perchè è anzi bellissimo il pagarle.
    Per cui, amici miei, siamo messi malissimo. Considerando anche, ed anche questo l’ho già sostenuto, che giudico realistica l’ultima considerazione fatta da Seminerio: una larga fetta degli elettori ha il terrore di qualsiasi cambiamento, ed a maggior ragione se questo cambiamento va in una direzione liberale ed antiassistenzialista.
    La paura di affrontare uno scontro sociale inevitabile fra assistiti e non, come fece invece la Tatcher nei lontani anni 80 in Inghilterra, condanna tutti e tutto all’immobilismo.

  9. bill ha detto:

    Tanto per dire, a proposito di assistiti: ce le vedete voi le banche che pagano le tasse con la mia stessa aliquota?

  10. piccadilly ha detto:

    A me non sembra fuori luogo il commento di seltsam. Alzare le tasse sulle “cose” per ridurle sui “redditi” suona da presa in giro. Io non ho votato centro destra per vedermi tassare casa, titoli di stato e azioni. Inoltre le due aliquote circolate recentemente sono di estremo beneficio solo per un’esigua minoranza di redditi alti. Come risultato chi ha un reddito medio basso avrebbe come vantaggio l’equivalente di una mancia, mentre allo stesso tempo si vedrebbe tassati i suoi beni mobili e immobili. Se questo è il liberismo, allora meno male che c’è Tremonti. Senza contare poi che bannare chi scrive commenti indesiderati è indice di scarsa maturità e pochi argomenti.

  11. Mario Seminerio ha detto:

    Piccadilly, se lei si sforzasse di leggere meglio i testi avrebbe potuto inferire che in nessuna parte dell’articolo c’è scritto che occorre “tassare casa, titoli di stato e azioni”. L’Ici è un’imposta federale, andava gestita devolvendone la gestione agli enti locali, non abolendola. In prospettiva, le tasse sul lavoro devono scendere, altrimenti avremo problemi molto seri. Questo vuol dire, fatto pari a 100 il gettito, che il peso della tassazione sulle cose (tra cui rientra la casa) deve aumentare, per motivazioni attinenti la teoria economica, ed era pure riportato nel Libro Bianco del 1994, che a mio umilissimo avviso era un eccellente testo supply-sider, di quelli che in questo paese non rivedremo prima di molto tempo. Dire che il peso relativo di una classe di gettito deve aumentare non vuol dire che la pressione fiscale deve aumentare. Occorre fare attenzione alle inferenze spericolate. Se io ragionassi così finirei col dirle che lei è contrario a tassare le attività finanziarie visto che il suo datore di lavoro è una banca (ogni riferimento è puramente voluto).

    Quanto al bannare chi posta commenti indesiderati, lei è male informato: si banna chi si produce in attacchi ad hominem, portati più volte e verso più commentatori in questo sito, ogni volta nascondendosi dietro false email. Occorre avere conoscenza di ciò di cui si argomenta, prima di farlo. La veda così: non tutte le “lettere al giornale” vengono pubblicate, e non credo che siano in molti a ululare al liberticidio.

    P.S. Il fatto che lei usi un IP dinamico Fastweb che è prossimo a quello del nostro commentatore bannato è solo una coincidenza, immagino.

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