– La visita di Benedetto XIV alla Sinagoga di Roma per il momento ha diviso le rappresentanze politiche e religiose dell’ebraismo italiano, e non ha avvicinato ad esse una Chiesa che appare assai più distante e disattenta di quella di Giovanni Paolo II.

Sotto il Pontificato di Ratzinger non si sono certo moltiplicati i segni di distensione diplomatica, né consolidate, in termini culturali, le reti del dialogo interreligioso. Le incomprensioni sono state molte e di non poco rilievo: sul caso Williamson, “graziato” dal Papa insieme ai levefriani, malgrado le professioni di antisemitismo; sulla preghiera “Pro Iudaeis” del messale tridentino, generosamente “liberalizzato” per soddisfare le esigenze dei cattolici anticonciliari;  e infine sul processo di beatificazione di Pio XII, il Papa del doloroso e addolorato silenzio sulla deportazione degli ebrei nel 1943.

Questo spiega perché una parte del mondo ebraico non sia disposto a dare il benvenuto a Benedetto XVI, che ha gestito il dossier dei rapporti con l’ebraismo senza preoccupazioni né cautele politiche, in una prospettiva meramente intra-ecclesiale.

Proprio per questo è però importante che Benedetto XIV scelga, almeno in parte, di ripercorrere i passi di Giovanni Paolo II, di cui non ha evidentemente né la sensibilità, né la vocazione politica e non solo nei rapporti con l’ebraismo. Dopo tanti segni di apparente o reale chiusura, la visita alla Sinagoga di Roma tiene aperta una porta, che non conviene a nessuno, né ai cattolici né agli ebrei, richiudere a chiave.