– Il binomio «persona e territorio» rappresenta la base liberale per qualsiasi visione democratica. Si può ragionare sui meccanismi, ma il principio liberale sta nel rapporto diretto tra eletto ed elettore, tra l’eletto e il territorio di cui è espressione. Soltanto costruendo l’auspicabile e necessario legame tra un collegio elettorale, relativamente piccolo e circoscritto, e i suoi rappresentanti politici potremmo spostare l’asse delle candidature dai vertici della partitocrazia al popolo e ai cittadini. Soltanto così potrebbero delinearsi seri meccanismi di selezione democratica e primarie per la scelta dei candidati.

Insomma, si parte. Anzi, si ri-parte con le riforme. Per un liberale, si sa, la democrazia è imperfetta e perfettibile. Non esiste una democrazia compiuta perché la democrazia è incompiuta per definizione. Soltanto gli assolutismi sono sistemi – diciamo così –  “perfetti”. Ed è il motivo per cui i regimi assoluti hanno un’innata vocazione liberticida. In altre parole, non ammettono il dubbio né il dissenso né l’alterità, ma impongono la cieca adesione ad astratte e indiscutibili strutture dogmatiche, ideologiche, autoritarie, fanatiche o integraliste. E fondano, perciò, lo Stato non-democratico.

Una democrazia, invece, è tale quando il sistema che realizza è migliorabile, modificabile, convertibile perché basato sulla legalità e sullo Stato di diritto. Non sullo Stato etico. In altre parole, una democrazia è liberale quando la forma di Governo, dello Stato e delle Istituzioni si costruisce su regole e leggi rispettate innanzitutto dallo Stato stesso e dai suoi rappresentanti, non su baratti e compromessi né su menzogne, inganni e spartizioni sotterranee. Quindi, la democrazia vive sul rispetto delle regole, che infatti limitano i confini del Governo, limitano i poteri dello Stato e limitano anche gli stessi rappresentanti del popolo prevedendo pesi e contrappesi.

Non a caso, ogni democrazia si fonda in primo luogo su di una Carta o un accordo costituzionale, sul diritto e su princìpi o valori universali. Non su valori assoluti. Ecco, sul piano semantico, potremmo affermare che il termine “universale” ha un significato opposto a quello di “assoluto”. L’universalità, infatti, abbraccia tutti gli uomini mentre l’assolutismo tende a chiudere, a soffocare, ad escludere, a schiacciare, a eliminare. E così, i valori universali fecondano antichi doveri e nuovi diritti civili favorendo i princìpi democratici. Al contrario, l’assolutismo calpesta le regole, fa strage del diritto e nega le libertà provocando ingiustizia, arbitrio e disuguaglianza. Insomma, in un regime totalitario, teocratico o dittatoriale lo Stato assoluto sottomette il popolo al proprio governo e alla propria Legge suprema. E’ per questo motivo che possiamo definirlo un sistema “perfetto”! Perché non ammette errori. Mentre in un sistema liberaldemocratico è lo Stato stesso, con la divisione dei poteri, a sottomettersi alla Legge e al governo del popolo. Per questa ragione, la democrazia è un sistema imperfetto e deve, perciò, correggere sempre i propri errori distinguendo l’errore dall’errante.

La democrazia è un meccanismo, uno strumento, una macchina che ambisce a migliorarsi e, se essa si va perfezionando nelle sue strutture e nelle sue regole, a maggior ragione ha urgente bisogno di ampliare il proprio raggio riformatore interno, altrimenti rischia di ripiegarsi su se stessa e di incancrenire verso modelli partitocratici e non-democratici. La democrazia è un processo in movimento mentre il Potere fine a se stesso, tipico dei “Regimi”, è fermo, fisso, statico, immobile, bloccato. La democrazia, perciò, deve continuare a riformarsi al proprio interno altrimenti rischia di retrocedere e di perdere terreno rispetto a se stessa.
La democrazia, insomma, se non ha la forza di rinnovarsi millimetro dopo millimetro e giorno per giorno, se smette di trasformarsi dall’interno e resta invece immobile davanti alle nuove sfide del terzo millennio, allora nega se stessa e precipita in fretta verso il baratro. Verso un luogo stantio, vecchio, consunto, consumato, becero.

Si potrebbe rilanciare – proprio da qui, dal sito di Libertiamo – una riforma della legge elettorale in senso uninominale e maggioritario. Come proposto recentemente anche dal presidente della Camera Gianfranco Fini. Si potrà, di conseguenza, ragionare su quale modello ispirarsi: se privilegiare quello anglosassone, se puntare sul modello americano o, in ultima istanza, se preferire il modello francese, a doppio turno, con i relativi meccanismi istituzionali, relativi alla forma di governo, presidenziale o parlamentare, che ciascuno di questi modelli supporta. Ma la riforma della legge elettorale in senso maggioritario e uninominale – sia per l’elezione del Parlamento sia per la legittimazione, diretta o indiretta, del Governo – è ormai divenuta imprescindibile per chi vuole, anche in Italia, una democrazia liberale. Che ancora non c’è.