Agricoltura e sfruttamento, meglio evitare i luoghi comuni

– Uno dei luoghi comuni che si sentono ripetere più frequentemente in questi giorni a proposito della rivolta di Rosarno e delle sue origini è quello secondo il quale se non si pagasse tanto poco la mano d’opera, l’agricoltura della Piana di Gioia Tauro andrebbe in crisi. Le arance e i mandarini non costano nulla, si dice, e costa molto produrli. Per questa ragione sarebbe necessario, anzi indispensabile, ricorrere al lavoro nero.

Se l’agricoltura è in crisi, se il rapporto tra i costi di produzione e le rese è così svantaggioso, le ragioni non vanno ricercate nel costo della mano d’opera. In agricoltura il lavoro non è particolarmente costoso rispetto ad altri comparti, e lo Stato interviene nei periodi in cui il lavoratore deve rimanere fermo con indennità di disoccupazione consistenti. Oltretutto è vero che in agricoltura si ricorre spesso e volentieri al lavoro sommerso, perché a volte si ha bisogno di mano d’opera talmente occasionale da rendere comunque troppo oneroso un vero e proprio contratto, ma credo che nessuno si sarebbe scandalizzato troppo se nella Piana di Gioia Tauro avessero pagato dei lavoratori sì al nero, ma li avessero pagati decentemente.

Dalle mie parti se vuoi che qualcuno ti venga a dare una mano devi tirar fuori 8 – 10 euro l’ora. Nei periodi in cui le giornate si allungano, come all’epoca della trebbiatura, quando una giornata di lavoro può durare anche 12 ore e più, un operaio pagato al nero arriva a portare a casa anche 120-150 euro. Che è all’incirca il costo di 6 immigrati pagati con le tariffe di Rosarno. Ed è sicuramente più di quanto costerebbe lo stesso operaio se fosse sotto contratto, visto che in agricoltura la mano d’opera regolare viene pagata a giornate e non a ore. Questo spiega come nelle campagne l’uso di lavoratori al nero non è diffuso tanto per l’elevato costo del lavoro regolare, come per esempio avviene nell’edilizia, quanto per ovviare a situazioni di emergenza, o perché spesso sono lavoratori già impiegati regolarmente altrove in cerca di “arrotondamenti”.

Piuttosto, le cause della crisi dell’agricoltura andrebbero ricercate nel sistema di contributi e sussidi europei, che incidono pesantemente sul naturale sistema di determinazione dei prezzi, condizionandolo al ribasso. Per cui è probabilmente vero che coltivare agrumi nella Piana di Gioia Tauro rende poco, ma l’agricoltura calabrese non versa in condizioni peggiori di quella del resto d’Italia e, si potrebbe dire, d’Europa. Altrove però non viene presa in considerazione la possibilità di superare le difficoltà ricorrendo alla schiavitù, perché di questo si tratta. Chi prova a spiegarci che impiegare degli immigrati a quelle condizioni è in qualche modo “necessario”, dovrebbe provare a spiegarci anche la necessità di usarli come tiro al bersaglio. Dovrebbe spiegarlo ai tanti agricoltori italiani che, di fronte a filiere divenute improvvisamente improduttive, hanno convertito le loro aziende verso altre colture o hanno dovuto, dignitosamente, cambiare mestiere.

Siamo maestri nel gioco dello scaricabarile, ma di fronte alla miseria (morale, più che materiale) venuta alla luce nella Calabria del 2010 sarebbe legittimo aspettarsi un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni, tutte, del nostro paese. Nel meridione d’Italia si sono perse completamente le coordinate etiche e materiali che fanno di un popolo una Nazione. Una metropoli materialmente sommersa dalla spazzatura e l’istituzionalizzazione della schiavitù nelle campagne (per non parlare della criminalità organizzata) sono evidenze troppo clamorose per essere ignorate. Continuare a cambiare discorso riproponendo luoghi comuni ormai logori, significa sostanzialmente dire che le cose vanno bene così.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

6 Responses to “Agricoltura e sfruttamento, meglio evitare i luoghi comuni”

  1. Francesco ha detto:

    Tecnicamente lavoro nero significa lavoro eseguito in assenza di accordo contrattuale ed in presenza di totale evasione contributiva. Nel caso di Rosarno si ha la tentazione di evocare il termine “schiavitù” semplicemente a causa del miserabile compenso erogato a fonte di una prestazione lavorativa … Per questo, nel nostro immaginario, pensiamo alla schiavitù piuttosto che al lavoro nero …
    A questo punto la domanda sorge spontanea: dov’è l’ispettorato del lavoro? dove sono prefettura e questura? dove sono carabinieri, polizia e vigili urbani?
    Dalle mie parti, durante la raccolta stagionale delle olive, questi organi di controllo battono sistematicamente il territorio, garantendo di fatto un dignitoso compenso agli immigrati stagionali. I contributi per i lavoratori agricoli, se paragonati a quelli dell’edilizia, sono veramente ridicoli: perché evaderli? Pensate che da noi l’ispettorato del lavoro arriva al paradosso di chiedere l’installazione dei wc chimici in campagna, in presenza di aziende agricole della dimensione di un ettaro! Per le olive la concorrenza nordafricana e greca è diventata problematica, stante le diverse condizione di garanzia per i lavoratori di quei paesi. Ma per i limoni e le arance è finita! Restano all’albero, se è vero che raccoglierle in posti diversi dalla Calabria costa 4 volte di più.

  2. “Nel sistema di contributi e sussidi europei, che incidono pesantemente sul naturale sistema di determinazione dei prezzi, condizionandolo al ribasso.”
    Potresti argomentare al di là del solito e banale qualunquismo e pressapochismo? La trasmissione dei prezzi è ormai globale sui mercati internazionali dal wto in poi; è piuttosto il dumping sociale dei paesi che si affacciano sul mediterraneo dove la manodopera è sfruttata e dove le imprese non devono rispettare ferree regolamentazioni a rendere il prezzo di mercato mondiale non remunerativo dei capitali investiti e del lavoro impiegato.

  3. gobettiano ha detto:

    Potresti argomentare al di là del solito e banale qualunquismo e pressapochismo?
    Non faccio l’avvocato difensore dell’autore ma solo per mettere le cose nnella dimensione che, credo, sia appropriata.
    Ecco, una risposta forse ancora pressappochistica sta nell’oesservare che l’agricoltura è la voce più cospicua del bilancio europeo. Poi si può proseguire nell’analisi. Ma non mi pare fosse questo il tema del post.
    luigi zoppoli

  4. Giordano Masini ha detto:

    @Francesco. E’ vero, uno dei motivi per cui si ricorre spesso al lavoro nero è una legislazione sulla sicurezza del lavoro scritta col copia e incolla da altri settori che non tiene minimamente conto delle specificità dell’agricoltura e delle dimensioni anche minime di un impresa agricola. Spesso un agricoltore è scoraggiato dall’assumere regolarmente anche un solo operaio a causa della quantità di interventi costosi che sarebbe costretto a operare sulle infrastrutture della sua azienda.
    @Francesco Caracciolo. Il problema della crisi dell’agricoltura europea e delle sue ragioni e argomento complesso. Le tue argomentazioni sono senz’altro valide, ma se sono stato banale e pressappochista forse la ragione è che stavo, sostanzialmente, parlando d’altro.

  5. piero ha detto:

    ma qualcuno si domanda mai quanti siano i rosarnesi (o i meridionali in genere) ridotti in schiavitù (o che più semplicemente, senza scomodare gli schiavi, che sono obbligati a lavorare in nero per potere “campare”?)

    Quanta gente, a Rosarno, gente onesta e leale, non mafiosa, vivono con molto meno di 800€ al mese? E lavorano in nero. Quanti sono i meridionali che lavorano in nero, senza contratto di lavoro e senza alcuna tutela sindacale?

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