– Giusto il tempo di riassaporare il profumo del ’94, e già siamo a sentire qualcosa che somiglia lontanamente all’odore del ’96 e poi del 2006.

L’Italia ha fatto ampia esperienza di una coalizione, quella del centro-sinistra prodiano, post-prodiano e neo-prodiano, che, nelle sue figure migliori, interpretava il rigore di bilancio in termini immobilistici (il debito è alto, la spesa pubblica non si può toccare, quindi le tasse neppure) e solo nelle peggiori teorizzava la  “vendetta fiscale”.

Un “centro-sinistra due”, anche se nominalmente berlusconiano e tremontiano, potrà governare – appunto – in modo più responsabile, facendo in modo che la spesa non scappi e la tassazione non sia costretta ad inseguirla, ma non sarà per questo più riformatore né porterà quel cambiamento che da un quindicennio il Cavaliere va predicando.

Non basta non alzare le tasse, visto che la pressione fiscale può crescere in rapporto al Pil, anche se non aumentano le aliquote. A conti fatti, anche se a fronte di un minore gettito, il 2009 potrebbe essersi chiuso peggio del 2008, con un dato superiore al 43%. E non basta, anche se al momento funziona, rifugiarsi in corner sostenendo che le tasse possono scendere quando le cose vanno bene, ma non quando vanno male: che è argomento di non pregevole valore “scientifico” (vogliamo una tassazione rigidamente prociclica?) e di disarmata impotenza politica.

Dopo avere sostenuto per un quindicennio, con enfasi sincera, che sulla questione fiscale si giocava la più importante questione civile che il Paese avrebbe dovuto affrontare, il centro-destra ha scelto di navigare in acque più tranquille. E’ una scelta comprensibile, che la crisi internazionale non ha necessitato, ma reso politicamente più digeribile ad un elettorato a cui gli tsunami finanziari hanno fatto riscoprire il gusto dello stato forte.

Ma una discussione sulle tasse fatta di finte e controfinte, di veroniche e di passaggi in orizzontale è meno, molto meno, di quello che si poteva sperare e, perfino, che ci si poteva attendere, malgrado il pieno dei consensi e il vuoto di alternativa non sia il migliore incentivo alle riforme per una coalizione saldamente al potere.

La riforma istituzionale più importante, quella per ristabilire un effettivo equilibrio di poteri tra stato e società, passa dalle tasse.  E dalle tasse passa anche il “rialzarsi” di quell’Italia che un mix di tassazione punitiva e di spesa pubblica invasiva ha fatto pericolosamente piegare. Il Pdl non può oggi far finta di non averlo mai detto o, perfino, di non averlo mai pensato.

Di seguito, un’intervista sul tema fatta da Radio Radicale a Benedetto Della Vedova.

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