– Che strano. Nelle omelie del cardinale Tettamanzi, a catechismo, a scuola, nei giornali progressisti e cattolici, ci viene continuamente inculcato un unico concetto: aggiungi un posto a tavola. Poi vediamo che a Rosarno, un’intera comunità di immigrati era costretta a lavorare in condizioni di schiavitù. E non è una novità, perché già le coraggiose inchieste de L’Espresso lo avevano dimostrato. Non stiamo parlando di lavoro mal retribuito. Quella degli immigrati sfruttati dalle mafie locali è proprio schiavitù: gente che lavora a debito, che non può abbandonare il posto di lavoro, vittima di cacce all’uomo se prova a scappare.

E’ un fenomeno che sembrava relegato ad alcuni Stati arabi (dove i grattacieli sono edificati dal lavoro di moderni schiavi asiatici) e nel nostro passato pre-moderno, nei gulag russi e cinesi e nel Messico latifondista di un secolo fa. Perché c’è questo fenomeno anche nell’Italia del 2010? E’ raro vedere, nello stesso Paese, così tanta differenza fra la moralità ufficiale predicata e la realtà vissuta sul terreno. Qualcuno non ha imparato la lezione morale dell’accoglienza? Sicuramente. O è la stessa moralità altruista a causare questo fenomeno? Vediamo di scomporre il fenomeno per capirlo meglio. Domandiamoci prima di tutto: “cosa ci aspettiamo dagli immigrati”? Come diceva Winston Churchill per le aziende inglesi: per alcuni sono tigri feroci da abbattere subito, per altri delle mucche da mungere, ma pochissimi le vedono per quello che sono: un robusto cavallo che traina un carro molto pesante.

Per gli immigrati il discorso è più o meno lo stesso. Pochi, pochissimi li vedono come una forza lavoro in grado di creare ricchezza e disposta a subire grandi sacrifici. La moralità altruista corrente preferisce vederli come vacche da nutrire (e da mungere) per produrre scopi collettivi. Orfani del loro “sottoproletariato”, i post-comunisti vedono l’immigrato come la nuova forza sfruttata da proteggere. Per i cattolici progressisti, dall’alto del loro solidarismo, sono un nuovo gregge di pecore da commiserare e accogliere nell’ovile. Per i conservatori, in questo caso, sono pericolose tigri da abbattere: perché portano filosofie pericolose e fanno concorrenza ai nostri lavoratori.

Visioni distorte sull’immigrazione non possono che generare politiche sbagliate. La patologia progressista dissocia l’accoglienza dal lavoro. Si pretende di ospitare più gente possibile. Poi si chiede maggiore welfare, da estendere ai “nuovi poveri”, senza curarsi delle risorse necessarie per mettere in piedi un simile apparato in una società in cui le risorse sono già state ampiamente consumate dallo Stato sociale. La patologia conservatrice, invece, dissocia l’immigrazione dal lavoro. Non si vuole che gli immigrati lavorino, si impedisce la loro regolarizzazione. Anche i conservatori chiedono istintivamente più welfare: solo per italiani. 
La combinazione di queste due visioni distorte dell’immigrazione ci regala la situazione attuale: una massa di persone irregolari, la cui esistenza è “sconosciuta” alle autorità, pronte ad essere sfruttate dai primi mafiosi senza scrupoli, quando va bene, o ad essere indottrinati contro l’Occidente dai primi jihadisti predicatori di odio, quando va male.

Solo una corretta visione dell’immigrazione, che è una nuova offerta legittima sul mercato del lavoro, ci potrebbe permettere di intraprendere una politica corretta. Prima di tutto: aprire il nostro mercato a forze nuove, mentre oggi è chiuso nelle regole rigide dello Stato sociale, dettate dalla politica, dai sindacati e dalle corporazioni. Solo un mercato libero (libertà di stipulare contratti, di licenziare e assumere, di fissare prezzi e salari) può permetterci di assumere (non semplicemente “accogliere”) nuovi lavoratori, pretendere da loro il rispetto della legge e garantir loro tutti i diritti.

Non possiamo pretendere che una riforma liberista dell’economia possa sanare tutti i problemi legati all’immigrazione: gli schiavisti ci saranno sempre e andranno ancora puniti, così come resterebbero i problemi di integrazione ideologica (gli jihadisti sono nemici dell’Occidente ovunque, nei sistemi più chiusi e in quelli più aperti), ma almeno potremmo ridurre il danno. Quello che importa capire, adesso, è che la schiavitù “scoperta” a Rosarno non è un’espressione del “liberismo selvaggio”, ma è il più meschino effetto collaterale dell’attuale statalismo italiano e delle filosofie collettiviste che lo sostengono.