di Adriano Teso, pubblicato su www.studiliberali.it con il titolo “Bene, tassiamo le rendite. Ma esistono le rendite?” – Il prof. Boeri ha scritto su La Repubblica del 3 (gennaio 2010, ndr) un’interessante illustrazione sulla sua filosofia fiscale, apparentemente stile Robin Hood populistico, dimenticandosi forse di fare una piccola analisi tecnica sulla reale situazione. Gli ho ricordato pressioni fiscali del 78% (ma ancora più elevate per piccoli imprenditori che hanno possessi azionari superiori al 25%). Speriamo ne tenga conto per i suoi futuri suggerimenti di politica fiscale ed economica a Tremonti.

Io vorrei ora cercare di farmi spiegare come posso diventare un ”rentier”. Infatti, con i miei risparmi, con una decorosa esperienza industriale, economica e finanziaria, non riesco a trovare investimenti dove non ci sia da faticare e ovviamente rischiare non poco. Qualcuno vuol darmi un qualche suggerimento? In un mondo globalizzato, aperto, liberale, in concorrenza, le rendite esistono? Proviamo a prendere in considerazione i classici tipi di reddito considerati da certi “rendite”, in modo da aiutare chi le vuole tassare, a individuarle e a gravarle in modo ancora più pesante.

Un classico: Titoli di Stato. Avete mai provato a calcolare la reale tassazione su tale tipologia di reddito? Sul reddito in termini reali si “paga” oltre il 70% Interesse classico di un titolo con reddito del
5 %, in momenti di inflazione altrettanto classica del 3%. Ma per lustri vi sono stati redditi reali negativi, con tasse sull’inflazione e perdita del potere di acquisto dei propri risparmi. Bond con tassi superiori?
I maggiori tassi compensano normalmente e malamente il rischio. Argentina o Lehman Brothers vi dicono qualcosa?

Un altro classico: gli immobili ed i relativi affitti. Avete mai provato a costruire o ad acquistare, a vendere o affittare e gestire? Sapete che anche gli immobili si degradano e se non si fanno manutenzioni costose alla fine valgono zero? Quando va bene generano redditi di percentuali infime, se non addirittura perdite.

Allora tassiamo la Borsa e le Azioni. Bravi! Ma le aziende per esistere iniziano e si sviluppano solamente se qualcuno ci mette dei capitali e la Borsa è il sistema più democratico e partecipativo che esista. Non è un caso che tale tipo di investimento si chiami “capitale di rischio”. E trovare aziende che vincano è uno dei lavori più difficili che esistano.

Tutto il resto che conosco, perlomeno se si fa parte del mondo industrializzato, è duro lavoro, capacità superiori, impegno e rischio, grazie alle quali il mondo e il benessere sociale vanno avanti. A meno che non si posseggano giacimenti petroliferi – neanche più le miniere di diamanti sono una rendita – o non si sia in nicchie clientelari protette e finanziate dagli stati. Ma allora le soluzioni sono ben altre.