– Qualunque sia il giudizio soggetivo che se ne può dare è difficile negare che il posizionamento di Gianfranco Fini rispetto al mainstream del PDL ha rappresentato uno dei fatti politici più rilevanti nel 2009.
Il presidente della Camera, proseguendo un personale percorso di evoluzione politica, ha rappresentato una significativa voce dissonante rispetto a molte scelte strategiche di fondo dell’attuale maggioranza di governo. Lungi dall’interpretare in modo notarile il proprio ruolo istituzionale ha voluto e saputo entrare nel dibattito politico su numerose questioni di merito e di metodo.
Nell’azione politica di Fini in questa legislatura emergono spunti di particolare interesse, ma al tempo stesso alcuni elementi che legittimamente possono alimentare dubbi e preoccupazioni e che  rischiano inficiare le reali chances dell’ex-leader di AN nella corsa alla successione berlusconiana.

Il primo elemento di debolezza della strategia finiana è quello di connotare la propria alterità rispetto alla linea guida del PDL da posizioni che nella convenzionale polarizzazione politica italiana appaino unilateralmente “di sinistra”.
In realtà un politico che aspiri alla leadership di un partito delle dimensioni del PDL e più in generale alla leadership dell’intera alleanza di centro-destra deve in primo luogo essere in grado di aggregare e di intercettare fasce di consenso diverse. In un certo senso deve essere in grado di sollecitare anime distanti e talora contrapposte, come è il caso di Berlusconi che in questi anni ha saputo parlare conservatori e liberali, tradizionalisti e libertari, cattolici e libertini.
La scelta di Gianfranco Fini di smarcarsi su tutti i temi esclusivamente “a sinistra” invece in gran parte lo sbilancia compromettendo la sua possibilità di essere realmente rappresentativo di tutti i settori del proprio schieramento.
Molti dei leader che, anche all’estero, si fanno strada sul versante destro della politica si presentano nei fatti all’elettorato in modo più “complesso” di quanto stia facendo il presidente della Camera. Magari sono, proprio come Fini, laici e “social tolerant“, però allo stesso tempo valorizzano altre sfaccettature del proprio profilo di maggior richiamo per l’elettorato più conservatore, ad esempio sono “contro l’immigrazione”, oppure sono “antieuropeisti”.

Un altro aspetto ragionevolmente dubbio del “finismo” è il fatto che in molti casi si affianca allo smarcamento sui contenuti uno smarcamento (più compromettente) sul piano dell’appartenenza.
Per molti versi quanto più  un politico si arrischia a differenziarsi sui contenuti dal mainstream del proprio schieramento, tanto più per prevenire prevedibili accuse di eresia, dovrebbe far leva sull’appartenenza e sulla lealtà al proprio partito ed alla propria coalizione – e va da sé – sulla contrapposizione netta allo schieramento avverso.
Nel caso in questione la ricerca sistematica della trasversalità e dell’interlocuzione bipartisan (dalle iniziative congiunte FareFuturo-ItalianiEuropei alla proposte di legge Perina-Veltroni) oltre che l’abitudine a esternare in contesti che non sono quelli della propria parte politica generano in parte importante dell’elettorato del centro-destra il sospetto che si stia puntando sotto sotto ad un’alternativa al PDL ed all’attuale coalizione di governo piuttosto che a ridiscutere nel merito molte posizioni del PDL e della coalizione.
Più convincente sarebbe se probabilmente se Fini e i finiani puntassero in primo luogo a chiamare a raccolta su basi nuove il popolo del centro-destra e di conseguenza parlassero di preferenza nei luoghi di discussione “di area”, non solo quelli di partito (che non abbondano) ma anche delle tante associazioni e movimenti politici che operano nell’alveo dell’attuale maggioranza.

Una delle accuse più frequenti che vengono mosse a Fini è, poi, quella di non essere legittimato democraticamente, tanto meno sulle nuove posizione che sta assumendo da qualche tempo. Non è questa un’accusa da sottovalutare.
Non c’è dubbio che ci sia una carenza di democrazia interna nel PDL e nel centro-destra e che Berlusconi gestisca il partito in modo autocratico.
Tuttavia negli anni i suoi rivali (come Casini o Follini) più che puntare a sfidare il Cavaliere apertamente con la richiesta di primarie di schieramento per la leadership, hanno preferito tentare di condizionarlo e di logorarlo, con un’azione costante di critica e di pressione.
Fini dovrebbe evitare di accodarsi a questa facile strategia e semmai muoversi per rafforzare la democrazia interna nel PDL, ponendosi l’obiettivo di una sfida trasparente a Berlusconi in un’assise congressuale – accettando naturalmente anche l’eventualità di uscirne sconfitto.
Per questa ragione preoccupano un po’ le barricate a priori che molti finiani hanno fatto ogni volta che qualche pidiellino di fede berlusconiana ha sortito la parola “conta”.
E’ chiaro che una conta immediata nel PDL sarebbe prematura, in quanto si tratterebbe in gran parte di contare persone nominate e cooptate sulla base di criteri cesaristici; essa sarebbe destinata inevitabilmente a confermare gli attuali rapporti di forza.
Tuttavia contarsi in un partito è un esercizio nobile e salutare. In tutti i grandi partiti ci si conta, dalla primarie del partito Repubblicano all’elezione del leader del Partito Conservatore e anche nel PDL ci si dovrà abituare a contare, definendo di volta in volta vincitori e sconfitti.
Del resto una minoranza il cui primo obiettivo non sia la richiesta di nuove occasioni di confronto numerico che le consentano di diventare maggioranza, bensì quello di fiaccare la maggioranza attuale in un’estenuante lotta di posizione, rischia seriamente di apparire più ademocratica della maggioranza che critica.

Per quanto riguarda le posizioni di merito del presidente Fini, alcune – come quelle sui temi eticamente sensibili – appaiono di indubbio interesse per chi sposi prospettive liberali, ma più in generale si ha sovente l’impressione di un’eccessiva ricerca da parte del presidente dalla Camera dell'”accettabilità” politico-culturale, quasi che la preoccupazione primaria sia quello di prefigurare una destra normalizzata nel solco del moderatismo continentale, segnando in tal modo una discontinuità pregiudiziale rispetto all’”eccezione berlusconiana”.
Le posizioni finiane sulla cittadinanza appaiono in particolare quelle più “out of touch”, non solo rispetto alla sensibilità dell’elettorato di centro-destra, ma soprattutto rispetto ad alcune evidenti dinamiche culturali, economiche e sociali dell’Europa di oggi.
La crisi (da Malmoe ad Amsterdam, alle banlieue parigini) delle politiche della porta aperta e di approcci puramente egualitaristi dovrebbe essere lo stimolo per concepire paradigmi nuovi di gestione del fenomeno migratorio, magari più improntati al modello svizzero e meno a quelle visioni di “repubblicanesimo sociale” che stanno da più parti denunciando i loro vistosi limiti.

Un ultimo tallone d’Achille del presidente della Camera è che in questo ultimo anno e mezzo ha esternato con forza il suo punto di vista su tante questioni, ma raramente ha parlato dell’argomento su cui principalmente si fonda la contrapposizione politica tradizionale, cioè l’economia.
Altri temi, come quelli civili o bioetici, hanno un’indubbia importanza ma all’atto pratico non determinano quasi mai la direzione del voto.
Le elezioni all’atto pratico si vincono sull’economia ed anche la leadership interna agli schieramenti conquista sull’economia.
Berlusconi vince perché si è assicurato il consenso delle categorie produttive, in primis del  lavoro autonomo. Fini potrà aspirare ad una leadership genuina, non a partire dalle questioni della bioetica o del senso dello Stato, ma solo contendendo la rappresentanza degli interessi delle categorie produttive a chi attualmente la detiene.
Poi chi vince sull’economia “vince tutto”, cioè è in grado di imporre la propria visione anche su altri temi.
Nei fatti al momento Fini non sembra avere una strategia ben precisa sull’economia, anche se forse più agevolmente che in altri campi sarebbe possibile elaborare una critica costruttiva ed autenticamente di destra all’attuale linea del governo , ad esempio intercettando il malcontento per la mancata riduzione delle tasse, proponendosi come paladino dei contribuenti.
Purtroppo l’ex-leader di AN appare invece troppo ingessato ed istituzionale per interpretare – come ben riusciva ai Berlusconi e ai Bossi dei “tempi d’oro” – i sentimenti anti-fisco e le pulsioni libertarie delle classi produttive.

Alla luce di tutto questo risulta difficile per molti liberali incoronare acriticamente Fini come un leader di riferimento – soprattutto per coloro che maggiormente si identificano con il PDL e con l’idea di un fusionismo politico a destra.
Tuttavia l’itinerario politico ed intellettuale del presidente della Camera merita di essere seguito con attenzione ed il proseguimento di una sua vivace attività politica andrà salutato con favore, in quanto solo attraverso il dibattito ed il confronto il PDL potrà costruire una sua solida identità politica che lo renda pronto ad affrontare le sfide dei prossimi anni.

Quello che è necessario, tuttavia, è che Fini comprenda l’importanza di portare avanti la sua iniziativa di stimolo con il PDL e dentro il PDL. Qualunque ipotesi diversa sarebbe un suicidio politico per lui, oltre che un tradimento del mandato inequivoco che il corpo elettorale ha dato per un governo Berlusconi ed un governo PDL-Lega Nord.
Al tempo stesso anche il PDL dovrà aiutare Gianfranco Fini a ricondurre la propria polemica politica strettamente all’interno dei confini del partito, predisponendo quegli spazi di interlocuzione e di dialettica di cui un partito che rappresenta circa il 40 per cento degli italiani non può fare a meno di dotarsi.
Posizionamenti come quelle di Fini possono essere condivise o meno ma devono avere pieno diritto di cittadinanza in un grande “partito paese”. Sono destinate magari ad essere confutate nel merito e sconfitte nei numeri, ma devono poter essere trasparentemente espresse e sostenute.
Al di là del “caso Fini” specifico, infatti, non è pensabile – e probabilmente neppure desiderabile – che un partito di governo sia sempre compatto come un monolite sulle posizioni del suo leader.
La vera sfida di un partito conservatore che voglia mantenere nel tempo la guida del paese è quella di sapere ricondurre le differenze e le divergenze – che sempre ci saranno – all’interno di spazi di dibattito appositi e di sistemi di regole che garantiscano comunque l’unitarietà delle decisioni e che mettano assolutamente al riparo l’opera del governo dalle dialettiche e dalle contrapposizioni interne.

Se queste basi la pluralità politica nel PDL sarà destinata ad essere fattore di forza, non di debolezza – consentendo di coniugare un’elaborazione politica continua con un sostegno corale all’azione del governo e del presidente del Consiglio.