– Sono lieto di essere stato invitato ad intervenire nel dibattito in corso in tema di “cittadinanza breve”, nato intorno alla proposta bipartisan Granata-Sarubbi di riforma dell’attuale normativa sulla cittadinanza.

Mi occupo ormai da decenni professionalmente di immigrazione e cittadinanza e non per tale motivo sono “di sinistra” . Negli anni ’70 a Roma andavo in un liceo “rosso” con in tasca “Il Borghese” e il “Candido” e non avevo paura allora di professare le mie idee politiche e tanto meno l’ho adesso, anche a costo di essere considerato “di sinistra” da chi si limita a ragionare “per slogan” e non comprende l’evoluzione della società e l’importanza di un giusto accoglimento degli immigrati, che non devono essere classificati a priori come “di sinistra” o come islamici fanatici.

Non desidero addentrarmi in tecnicismi procedurali relativi alla cittadinanza, ma limitarmi ad alcune considerazioni di natura generale:

a) attualmente la discrezionalità della Pubblica Amministrazione in tema di riconoscimento/concessione della cittadinanza è troppo elevato, ed il grado di trasparenza delle procedure è molto approssimativo. Ciò rende possibile il verificarsi di episodi di vera e propria corruzione e/o di “malagestione” delle pratiche amministrative. In conseguenza di ciò, persone che effettivamente meritano il riconoscimento della cittadinanza sono “messe in coda” rispetto a persone “con entrature” maggiori.

b) l’accorciamento del periodo di anni di regolare residenza in Italia necessario per poter richiedere la cittadinanza per residenza ha senso se contemporaneamente si facilita l’integrazione socio-economica degli immigrati. Se già oggi la maggior parte dei respingimenti delle istanze di naturalizzazione deriva dallo scarso reddito conseguito negli ultimi tre anni dalla presentazione della domanda, vi è il concreto rischio che tale percentuale di respingimento dell’istanza aumenti in proporzione alla riduzione degli anni di residenza regolare. Pertanto è opportuno attuare azioni volte, ad esempio, a facilitare l’auto-imprenditorialità degli immigrati, per dimezzare i tempi medi per “mettersi in proprio” in maniera non precaria da parte di un immigrato. Attualmente tali tempi si aggirano sui 10 anni, troppi.

c) ritengo che sia ormai inevitabile introdurre  lo jus soli in Italia, con accorgimenti procedurali tali da evitare guai per persone provenienti da stati che non riconoscono la doppia nazionalità. Quindi deve essere comunque mantenuto un margine di scelta individuale/diritto all’opzione non necessariamente al conseguimento dei 18 anni, ma anche prima, ad esempio al raggiungimento dei 16 anni, un’età dove si raggiunge un sufficiente grado di maturazione e capacità di scelta autonoma.

d) l’istituto del riconoscimento della cittadinanza per “meriti speciali” dovrebbe essere usato anche oltre ai classici campioni sportivi, per permettere, ad esempio, la concessione della cittadinanza ad un certo numero di “cervelli” stranieri che tanto mancano alla nostra economia.

e) ritengo che siano eccessivamente enfatizzati i pericoli di “islamizzazione” dei gangli vitali della nostra società a conseguenza della concessione della nostra cittadinanza a cittadini di fede islamica (senza limiti di sorta come invece avviene negli USA dove non è possibile per un “naturalizzato” divenire presidente). Ritengo, al contrario, che le particolari caratteristiche del popolo italiano siano in grado di far nascere in Italia un movimento di pensiero islamico moderato. Movimento in grado di opporsi, con maggiore efficacia rispetto alla pura forza militare, al vortice  del fanatismo/martirio superficialmente indicato nei mass media nell’etichetta di Islam. Vortice nel quale, ad esempio, pare sia implicato meno del  5% della popolazione del Pakistan, che conta più di 180 milioni di persone.