Israele e i suoi martiri, la difficile impresa di raccontare la memoria

E’ difficile parlare di questo libro. E’ come voler raccontare lo spirito di un monumento descrivendone gli elementi architettonici, cercare di trasmetterne l’essenzialità del significato senza, nelle poche righe a disposizione, cadere nella retorica.

Perché Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele, di Giulio Meotti, ed. Lindau, è un monumento. L’autore ha viaggiato per anni lungo le vie d’Israele, dai vicoli di Gerusalemme ai viali di Tel Aviv, fino alle strade polverose di Giudea e Samaria, raccogliendo le testimonianze dei familiari delle vittime del terrorismo islamico, invitando le persone a uscire dal guscio silenzioso del proprio dolore per raccontare la loro storia, ricordare le loro vite. Lentamente, quello che appare è un mosaico, prima sfocato poi sempre più nitido, un caleidoscopio multiforme e multicolore che traccia e definisce, racconto dopo racconto, pagina dopo pagina, l’immagine unica e straordinaria di un popolo e di una nazione.

Come si può, dunque, sintetizzare un racconto del genere? E’ necessario provare a spiegare cosa accomuna le stragi nelle scuole religiose, come quella degli studenti della yeshivah Merkatz Harav di Gerusalemme, dove morirono otto ragazzini innamorati della Torah nel marzo del 2008, agli attacchi ai kibbutznik carichi di ideali di giustizia e uguaglianza, come quello alla cooperativa Metzer, dove un commando palestinese è penetrato in una casa e ha massacrato una madre con i suoi due bambini, ritrovati senza vita abbracciati ai loro orsacchiotti. O quale filo unisce i reduci di Auschwitz e i loro familiari dilaniati al Park Hotel il 27 marzo del 2002 durante la celebrazione della Pasqua ai ragazzi di origine russa fatti a pezzi al Dolphinarium di Tel Aviv il 1 giugno 2001 mentre trascorrevano una serata di festa.

Oppure, viaggiando attraverso la storia, quale sia il profondo legame tra le vittime del pogrom di Hebron nel 1929, decine di uomini, donne e bambini mutilati, sgozzati, bruciati vivi presso la tomba dei Patriarchi, e gli uomini, le donne e i bambini che hanno continuato e continuano, generazione dopo generazione, a scegliere di affrontare l’odio e la morte per vivere vicino allo stesso luogo. E quale determinazione e quale speranza rende così simili gli insorti del ghetto di Varsavia, i primi a comprendere la dignità e la necessità dell’autodifesa, e i ragazzi che affrontano la naja più lunga e dura del mondo, pronti a tornare sotto le armi, con lo zaino in spalla, da riservisti, ogni volta che Israele chiama, fino alla pensione.

C’è qualcosa che lega le migliaia di vittime di ogni età del terrore fondamentalista, le loro famiglie, le migliaia di orfani. Essere ebrei, prima di tutto, e morire per il fatto di essere ebrei. Come sempre. Come nell’Europa nazista, come nella Russia zarista e in quella sovietica. La vuota distinzione ideologica che pretende di separare l’antisionismo dall’antisemitismo, che cerca di attribuire una qualche dignità al primo allontanando da sé il fantasma del secondo, si scioglie come neve al sole di fronte ai pacati ed essenziali racconti collezionati nel libro. Chi muore in Israele muore per il solo fatto di essere ebreo.

E attraverso la storia del popolo ebraico, nei racconti dei tanti sopravvissuti ai campi di sterminio giunti 60 anni fa in Israele per ritrovarsi oggi a piangere figli e nipoti massacrati dagli arabi, cresce pagina dopo pagina l’immagine del più solido dei perché di Israele: il diritto ad esistere, come individui e come popolo, oltre la morte, oltre la barbarie, e il diritto a difendersi, a non soccombere. A ricordarcelo c’è l’incredibile lavoro dei volontari di Zaka, ebrei ortodossi che arrivano nei luoghi degli attentati, in Israele e ovunque nel mondo, per fare ciò che nessuno avrebbe il coraggio di fare: cercare e raccogliere ogni singolo lembo di carne umana, ogni ciocca di capelli, tutto ciò che può servire a ricomporre una salma. Perché non accada più ciò che è successo quando i corpi degli ebrei d’Europa svanivano nel fumo e nella cenere di Auschwitz, senza che di loro rimanesse altra traccia se non la memoria. Nell’ostinata e oscena negazione della verità storica della Shoah da parte degli estremisti islamici di ogni luogo, da Gaza all’Iran, dall’Egitto all’Europa, c’è la prova in negativo di questa profonda e solida radice.

Sono talmente tante le storie raccontate in questo libro, che è difficile sceglierne qualcuna come esempio senza avere la sensazione di fare torto alle altre. Una delle più toccanti è quella di Tali Hatuel, una giovane assistente sociale. Durante le proteste contro il piano di ritiro di Sharon da Gaza, un commando palestinese prese d’assalto la sua auto. Uccisero lei, incinta all’ottavo mese, e poi, una per una, con un colpo alla testa, le sue quattro bambine: Hila di 11 anni, Hadar di 9, Roni di 7 e Merav di 2. Il giorno in cui suo marito David è stato costretto ad abbandonare la sua casa, ha messo cinque sedie sulla veranda di casa, e una candela su ognuna di esse.

Mentre la grande maggioranza dei media occidentali relegava l’episodio alla voce: “coloni uccisi”, un quotidiano canadese scrisse: “Perché il mondo resta in silenzio di fronte all’uccisione di una donna incinta di otto mesi e delle sue quattro bambine?” E’ una domanda a cui non è ancora stata data una risposta convincente. Ma la memoria di Tali, delle sue bambine e delle altre migliaia di martiri costituisce un patrimonio unico, un affresco che Giulio Meotti è riuscito a tracciare. Se oggi a Sderot, la città più colpita dai razzi Qassam, ci sono più residenti di quanti ce n’erano all’inizio della seconda intifada, il merito principale risiede proprio nella forza rigeneratrice della memoria.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

One Response to “Israele e i suoi martiri, la difficile impresa di raccontare la memoria”

  1. Luca Cesana ha detto:

    Ho appena iniziato a leggerlo, mi pare un libro straordinario nella sua unicità!

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