Tasse: Berlusconi lungimirante, riforma prioritaria

– Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, deputato del PdL:

“Per ritrovare la via della crescita, dopo la crisi ma soprattutto dopo quindici anni di stagnazione, l’Italia ha bisogno di una robusta riduzione del carico fiscale, per eliminare un potente disincentivo al lavoro e all’investimento. E’ quindi molto positivo  e lungimirante che Silvio Berlusconi abbia annunciato l’impegno del Governo ad un piano di riforma fiscale che possa portare alle due aliquote Irpef del 23 e del 33 per cento, come già prevedeva la riforma Tremonti del 2003. Questo può e deve essere l’obiettivo di questa legislatura, e bene ha fatto il premier a indicare la riforma fiscale come quella prioritaria.

Abbattere la pressione fiscale senza danneggiare la tenuta dei conti dello Stato è possibile, perché nel bilancio pubblico vi sono i margini per una riduzione strutturale della spesa e perché – come prevede il programma elettorale del PdL – a questo si può accompagnare un piano di abbattimento del debito pubblico attraverso la valorizzazione e la collocazione sul mercato di una quota importante di patrimonio pubblico”.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

11 Responses to “Tasse: Berlusconi lungimirante, riforma prioritaria”

  1. Michele Albo ha detto:

    Concordo con te Benedetto, tutti gli enti pubblici dovrebbero vendere o dare in concessione il patrimonio pubblico ai cittadini e con i ricavi azzerare il debito pubblico, solo cosi la promessa di Berlusconi che si ripete da 15 anni si può realizzare.
    Ci sono Enti pubblici, controllati dal PdL, come il Policlinico di Milano,1 miliardo tra case e terreni, che invece sta vendendo il Proprio patrimonio per la gestione scialacquona corrente.
    Ti ricordo di darci una mano per costruire il partito libertario italiano.
    Michele Albo

  2. seltsam ha detto:

    Ma di che patrimonio stiamo parlando? Le partecipazioni statali sono in buona parte state dismesse da Prodi, Ciampi e compagni. Rimangono le quote di controllo di ENI ,ENEL e poi che altro? Il patrimonio artistico è certamente notevole e non è valorizzato: anzi spesso si traduce in uso di risorse pubbliche. Ma il mercato di beni artistici è limitato e sarebbe facile far crollare i prezzi con un’offerta troppo abbondante. Anche per il mercato immobiliare vale più o meno la stessa cosa. E poi cos’abbiamo: scuole, università, tribunali e ospedali. Del rimanente il più cedibile è il settore sanitario. Privatizzazione della sanità? Eliminazione dei costi connessi e possibilità di tagliare allora le tasse? incassando possibilmente anche qualcosa dalla cessione? Magari. Ma il clima di concordia col PD e con i sindacati ve lo sognate. E non è escluso che si manifestino anche ostacoli all’interno del centro destra visti gli interessi che la gestione regionale sanitaria comporta. Se si vuole fare così benissimo, fantastico, ma aspettatevi che la sinistra e i sindacati mobilitino le loro maestranze teatrali e facciano un grande grandissimo casino.

  3. Renzo M ha detto:

    Berlusconi parla di riforma tributaria riducendo le aliquote a due:
    23% e 33%.

    Oggi abbiamo in vigore queste aliquote:
    23% fino ad reddito di 26.000 euro, 33% da 26.000 a 33.500 euro, 39% da 33.500 a 100.000 euro e 43% oltre 100.000 euro.

    Secondo voi chi ci guadagnerà, i redditi più bassi o i più alti?

  4. koteko ha detto:

    Visto che si parla (ma e’ tutto da vedere) di 23% fino a 100000 euro e 33% dopo, ci guadagneranno tutte le persone con reddito da 26000 a 100000 euro, che non sono affatto poche e non sono neanche ricche (benestanti, ma e’ da ipocriti chiamarle “ricche”).

    Si parla poi di una “no tax area”, che sarebbe ottima per i redditi bassissimi ma necessiterebbe di sistemi di controllo di evasione assolutamente piu’ funzionali di quelli di oggi.

    La speranza e’ l’ultima a morire, comunque temo sia solo una manovra elettorale per “propiziare il clima”. Staremo a vedere.

  5. seltsam ha detto:

    Caro koteko, e due aliquote lasciano molto perplessi sopratutto dal punto di vista dei redditi medio bassi. E in particolare se questo viene fatto aumentando la tassazione del risparmio (che la sinistra preferisce chiamare rendite). E’ evidente che con le due aliquote i redditi non elevati avranno vantaggi risibili se non marginali. E aumentando le tasse sulle “rendite” si andrà a colpire proprio il risparmio dei ceti medio bassi, visto che in genere i grandi patrimoni riescono a sfruttare altri mezzi come i paradisi fiscali per avitare imposte di tipo patrimoniale. In questo modo la maggioranza della popolazione italiana risulterebbe perdente. L’autogol di Tremonti e Berlusconi risulterebbe doppio, per la presa in giro sui redditi bassi e per l’inculata dovuta all’aumentata tassazione sul risparmio della gente comune. Questa sembra quasi una delle cialtronate di Visco e Prodi. Da elettore di centro destra (ma a questo punto in forse per il futuro) consiglio che se si vuole fare una riforma fiscale è meglio che non vi siano dei perdenti netti (soprattutto quando i perdenti netti sono la maggioranza degli italiani): se si decide di fare una riforma, le aliquote, comprese quelle sul risparmio, devono scendere per tutti o almeno rimanere invariate e le risorse devono essere reperite con tagli di spesa o con l’efficacia nella lotta all’evasione. Se non ci sono queste condizioni, meglio non fare nulla. Soluzioni come quella delle due aliquote prospettate accompagnate da un’accresciuta tassazione sul risparmio, scontentano un po’ tutti, a parte alcuni che vantano ottimi redditi e che magari hanno il conto in Svizzera. Attenzione perchè una riforma di questo tipo silurerebbe il consenso del PdL. Le “furberie” di Prodi e Visco dovrebbero aver insegnato qualcosa alla classe politica.

  6. Marco Faraci ha detto:

    Ci guadagnerebbero in primo luogo i tanti cittadini produttivi o altamente produttivi che non evadono il fisco.
    Diminuire la progressività delle imposte rappresenta per molti versi una svolta culturale meritocratica in quanto significa abbandonare il pregiudizio negativo nei confronti di chi ha successo nel mercato del lavoro.
    Tra l’altro il reddito rappresenta l’unico elemento di mobilità sociale. Tanto più si livella forzosamente il reddito, tanto più il tenore di vita delle persone sarà funzione solo della ricchezza già acquisita (eredita, etc.) e quindi in definitiva tanto più si rende statica la divisione in classi.

  7. Maurizio ha detto:

    Io sono un lavoratore parasubordinato (Co.Pro.) con un reddito lordo piuttosto alto… Ho un compito dirigenziale di alta produttività (sono ricercatore). Pago un’aliquota del 38% a cui non si accompagna alcun accantonamento per il trattamento pensionistico eccenzion fatta per un 4% a carico del mio datore di lavoro… Io non sono nè sarò mai un elettore di Berlusconi… Tuttavia, sono stufo di pagare un mucchio di tasse che neanche servono per il mio futuro.. Che ben venga, dunque, un’aliquota del 23% per il mio reddito, il che mi permetterà di accantonare una quota pensionistica integrativa, cosa che attualmente non posso fare dati gli oltre 1700 euro mensili che pago di trattenuta IRPEF… E’ ora che le tasse le paghino di meno tutti… Sono convinto che in molti che sono nelle mie condizioni di lavoro “mobile” saranno d’accordo…

  8. seltsam ha detto:

    Sulla riduzione della progressività possiamo anche essere d’accordo. Ma se la cosa viene fatta penalizzando il risparmio, questo vuol dire che chi paga questa riforma sono quelle persone che magari non hanno un alto reddito ma che comunque sono riusciti a fare dei risparmi. Se si vuole ridurre la progressività va bene. Ma non colpendo il risparmio della gente. Alla fine quel risparmio è proprio quello che si ottiene col lavoro. Inoltre tassazioni “patrimoniali” di questo tipo hanno effetti economici spesso sottovalutati e taciuti dalla sinistra stessa: spingono alla fuga i capitali e incoraggiano l’evasione fiscale a livello aziendale; aumentano le distanze sociali perchè i detentori di veri patrimoni possono utilizzare i paradisi fiscali per proteggersi da queste imposte (come i De Benedetti e gli Agnelli); inoltre l’appettibilità del paese Italia si riduce come luogo di residenza per le persone. Quest’ultimo fatto ha discrete conseguenze economiche. Paesi come la Svizzera attraggono professionisti, centri di ricerca e amministrativi proprio per la fiscalità favorevole verso le persone e verso le attività finanziarie dei residenti. Una tassazione bassa o meglio assente sul risparmio fa parte integrante dell’equazione.

  9. francesco zaffuto ha detto:

    Si ripete la strategia delle ultime elezioni politiche, quella sull’ICI per la prima casa: era un’imposta che interessava tutti ed è stata tolta a tutti.
    L’effetto della eliminazione dell’ICI sulla prima casa è stato:
    – chi aveva un vecchio monolocale ha avuto un beneficio x;
    – chi aveva cinque stanze in centro città un beneficio x+100;
    tutti accontentati allo stesso modo e tutti hanno votato allo stesso modo.
    Quando si fondò questa Repubblica si scrissero poche e chiare parole in materia di imposte e sono riportate nella Costituzione:
    Art. 53.
    Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
    Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

    Concorrere tutti in ragione della loro capacità contributiva, insieme al criterio della progressività, significa chiaramente che: il povero deve pagare anche lui qualcosa, un x; e i ricco deve pagare un x+100.
    L’imposta IRPEF, per il suo carattere di imposta diretta sul reddito, è quella che può essere meglio regolata sull’effettiva ricchezza del cittadino; a differenza dell’IVA che è un’imposta sui consumi che grava anche sui generi alimentari e di prima necessità e che non tiene conto della ricchezza.
    Se l’IRPEF, che è l’imposta base del sistema impositivo italiano che si può proporzionare alla effettiva ricchezza, con due sole aliquote avremo questa situazione:
    – gli italiani poveri esonerati dal pagamento dell’IRPEF ed anche esonerati da ogni lamentela; ai quali si potrà dire “ma stai zitto te, lo sai quanto pago di tasse io”;
    – la grande massa degli italiani al 23%; ben omologati in una strana eguaglianza dove chi guadagna 20.000 euro l’anno è uguale a chi ne guadagna 70.000.
    – e la fetta di quelli del 33%; i ricchi finalmente salvati dalla mannaia delle imposte al 37 e 40 percento.
    Non è questa la strada della giustizia impositiva, contribuzione di tutti e progressività comportano il ricorso a un ventaglio di aliquote che deve tenere conto dei vari stadi di ricchezza. Chi ha un reddito di poche migliaia di euro non è certo danneggiato se paga un 5% di IRPEF e può dirsi come tutti gli altri partecipe della contribuzione (tanto il suo esonero è solo fittizio perché paga l’IVA su ogni bene che acquista). Chi ha un reddito di 20.000 euro non può ricadere di punto in bianco nell’imposta del 23%, è giusto che la sua aliquota sia inferiore rispetto a chi ha redditi di 30 – 40 – 50 mila euro.
    francesco zaffuto http://www.lacrisi2009.com

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