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Come difendere, senza fare fumo né danni, il valore delle pensioni

– Il Corriere della Sera è da giorni impegnato in una “campagna invernale” sulle pensioni. L’inizio non è stato dei più felici. In un editoriale, Massimo Fracaro ha lamentato che nel 2010, le pensioni saranno rivalutate solo dello 0,7%. Come se non bastasse, ai pensionati sarà trattenuto quanto percepito, in più del dovuto nel 2009, a titolo di perequazione automatica.

Assumere su di sé la causa dei pensionati in Italia è sempre una mossa che porta consenso, soprattutto se si accetta lo stereotipo che fa di ogni pensionato un povero in canna. Vediamo innanzi tutto di capire che cosa sta succedendo  e perché gli anziani versino in una condizione che non deriva da alcun atteggiamento punitivo nei loro confronti, dal momento che la rivalutazione dei trattamenti pensionistici si effettua sulla base del tasso di inflazione (calcolato dall’Istat per le famiglie di operai ed impiegati) riscontrato nel periodo precedente l’erogazione.

Nel 2009 le prestazioni hanno avuto un incremento del 3,2% (in sostanza in misura pari al triplo dell’inflazione riscontata); inizialmente era stato programmato addirittura un saggio del 3,3% (di qui l’esigenza di restituire lo 0,1% in eccedenza). Ovviamente, lo 0,7%, previsto per il 2010, tiene conto di un’inflazione che è la più bassa dal 1959, fermo restando che vi sarà il recupero, a fine anno, in caso di scostamento in aumento (come più probabile) o in diminuzione.

Dove sta allora il problema ? Quale altra funzione dovrebbe svolgere un sistema di perequazione automatica delle pensioni se non  quella di recuperare l’inflazione ? E se l’inflazione ha un encefalogramma piatto non può farci nulla il Governo. In sostanza, la verità è ben diversa da quelle descritta nei cahiers de doléance: nel 2009, l’<anno orribile> della crisi, i meccanismi in vigore sono stati in grado di difendere adeguatamente il potere d’acquisto delle pensioni (rivalutate in misura del triplo dell’inflazione).

Per dare, poi, un giudizio equilibrato dell’importo delle pensioni occorre tener conto di diversi elementi. Va ricordato preliminarmente che i pensionati sono 16,5 milioni mentre le prestazioni previdenziali e assistenziali ammontano a più di 23 milioni. E’ molto elevato quindi il numero delle persone – soprattutto  donne ai cui viene erogato oltre il 90% dei trattamenti di reversibilità – che percepiscono più di un assegno. Inoltre, nel giudicare con equità il livello delle prestazioni si deve sempre aver presente quello delle retribuzioni degli attivi alle dipendenze, visto che sono loro – con il 33% dei contributi versati – a finanziare il fabbisogno delle pensioni in essere. La questione delle pensioni, giudicate <povere>, non dipende dall’adeguamento al costo della vita, ma dalla perdita, nel tempo, del loro valore iniziale, da quando, nel 1992, è stato abrogato l’adeguamento dei trattamenti rispetto alla dinamica retributiva degli occupati (che si aggiungeva al recupero dell’inflazione).

I sindacati ne sono consapevoli, ma continuano a parlare d’altro perché sanno che è il taglio dell’aggancio alle retribuzioni a garantire il maggior contributo al contenimento della spesa (ben 5 dei 7 punti di Pil risparmiati, a regime, grazie a 15 anni di riforme). Sull’esigenza di rivedere i meccanismi di rivalutazione periodica ed automatica delle pensioni è il caso di riflettere su quanto espresso nella proposta di legge di cui sono presentatore alla Camera, mentre il sen. Treu lo è a Palazzo Madama. Noi ipotizziamo una formula mista (più o meno come era prima del 1992) che tenga conto tanto dell’inflazione quanto dell’evoluzione delle retribuzioni degli attivi. Soluzioni diverse da questa (compresa quella di definire una “scala mobile” specifica per i pensionati) non sono in grado di difendere il valore iniziale dell’assegno nel tempo.

Quanto ai costi dell’operazione, nella nostra proposta l’introduzione di forme di indicizzazione miste, coesiste, su opzione del lavoratore interessato, con la definizione di meccanismi dinamici di compensazione che prevedano trattamenti iniziali più ridotti. In parole povere, i trattamenti iniziali sarebbero più bassi degli attuali ma i sistemi di rivalutazione migliori. Tendenzialmente, dunque, senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

2 Responses to “Come difendere, senza fare fumo né danni, il valore delle pensioni”

  1. cesare c ha detto:

    Egr.Sig.Cazzola, non è forse vero che la rivalutazione della pensione del corrente anno avviene al tasso di inflazione di quello precedente ?Quindi il maggiore esborso per inflazione dell’anno precedente diventa un recupero dell’inflazione! L’intento da Lei espresso nasconde come è evidente solamente l’intenzione di ridurre la crescita delle pensioni che così risulterebbero inadeguate all’aumento del costo della vita.Ossequi.

  2. giuliano cazzola ha detto:

    no. perchè il 3,2 per cento non lo toglie nessuno è già incluso nell’assegno e lì resta. insisto. non attaccatevi a questo mito dell’inflazione quando il problema è un altro: l’aggancio all’andamento delle retribuzioni anche solo a quelle contrattuali

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