– Tanti auguri! Buon anno nuovo!
Ogni Capodanno è così, come se le 24.00 del 31 dicembre segnassero un confine netto, per lasciarsi alle spalle qualche problema e trovare invece qualche fantastica novità. Ed è giusto che sia così, perché è nella psicologia dell’uomo pensare ottimista, come se l’ottimismo di per sé fosse una forza biologica e riproduttiva. E allora se è un elemento psicologico quello che segna la gioia della mezzanotte, lo scoppiettio dei fuochi d’artificio e il tintinnare dei bicchieri di spumante, allora l’augurio per il 2010 deve essere quello di mettersi in tasca e portarsi dietro qualcosa di ottimista, utile alla mente, positivo.

Auguri, quindi, per un anno d’oblio. Sì, proprio l’oblio, la dimenticanza, il superamento delle memorie. L’oblio che serve all’Italia per costruirsi il futuro, per superare tutte le memorie spacchettate capaci, oggi, di alimentarie solo una politica d’odio e di scontro, senza dialogo. Ci sono, infatti, certe ferite legate alla storia di un Paese che devono essere dimenticate per fare in modo che quello stesso Paese sia capace di cambiare, di evolvere, di sentirsi libero davvero. Non è una questione di pura e semplice dimenticanza, ma è un meccanismo benefico, quello di non ricordare tutto, perché permette una certa igiene mentale, così come intesa da Freud, adatta a fare superare i traumi, le violenze, a non perpetuare sempre gli stessi errori.

Questo augurio, concettualizzato nella speranza dell’oblio, potrebbe suonare strano, magari dare fastidio a chi crede che le vecchie identità, quelle etichette rigide e statiche, e i valori, “termine contenitore” che non si sa mai bene a cosa corrisponda, siano simulacri sacri e salvifici, da cui non prescindere mai. Da portarsi sempre dietro, come un vessillo, per riconoscersi in un mondo forzatamente manicheo. In un’Italia dove i cattivi hanno sempre diritto d’asilo perché sono i vecchi cari nemici. E invece no. L’oblio serve proprio a superarle, quelle etichette, quella retorica dello scontro concepita come elemento essenziale e centrale del dibattito, nella convinzione profonda, per nulla superficiale, per nulla estemporanea, che la storia non può che essere condivisa.

La politica, infatti, ha a che fare con la storia accogliente, capace di abbracciare tutti, ma non ha nulla a che fare con le storie, personali, individuali, da piccolo gruppo di famiglia. Come quelle raccontate da Pansa o da Telese, sempre pronti a ricordare come le cose siano andate per l’una o per l’altra famiglia, mai per il Paese intero. La politica, invece, ha a che fare con la storia raccontata da Francesco De Gregori, quella collettiva, quella “siamo noi, nessuno si senta escluso”, ma proprio nessuno, la storia grande dei “cuochi” di ogni parte, il cui obiettivo è sempre lo stesso e sempre nuovo. Fare l’Italia, fare il futuro di una Patria. E per realizzarlo la politica non può più ragionare e comportarsi aggrappandosi ad appartenenze che spettano, nel bene e nel male, alla storia del Paese intero.

La modernità, in fondo, si misura anche così: nella capacità, nel coraggio, nell’audacia di tradire, di uscire dalla casa dei padri. Dalla casa dei nonni. E anche da quella dei bisnonni. Nell’audacia dell’oblio. Se la politica si accontenta di essere deposito di memoria, diventa una discarica abusiva in cui infilare tutto, dove solo le cose riciclate trovano nuova vita, nuove forme, nuovi perché. Aveva ragione, invece, Maurice Martin du Gard: “la vita sarebbe impossibile se ricordassimo tutto”. Tutto sta a scegliere quello che si deve dimenticare. Ecco, buon 2010 a tutti, buon anno di un sano, salutare oblio.