– Sul global warming la discussione pubblica è condizionata dagli esiti di un dibattito scientifico complesso e non sempre trasparente e dalle “soluzioni” improvvisate e irrazionali con cui la politica risponde agli allarmi dell’opinione pubblica. In questa analisi di Andrea Asoni, pubblicata tra ieri ed oggi, si ripercorrono le tappe del cosiddetto ClimateGate e le ricadute sul piano delle policy della discussione pubblica sul riscaldamento globale.  (Parte seconda – Parte prima, link alla parte prima).

Lo stato del dibattito pubblico

La scienza del clima discussa dai sostenitori del AGW e dagli scettici è complicata e impossibile da comprendere nei dettagli per un profano. Da apprendista economista che si interessa di politiche pubbliche, quindi, parlerò non del dibattito scientifico ma dei suoi riflessi sul dibattito di policy.
Un serio dibattito sul riscaldamento globale dovrebbe avere almeno tre livelli. La prima domanda a cui bisogna rispondere è se la terra si stia effettivamente riscaldando e di quanto. Su questa prima domanda l’evidenza empirica è abbastanza unanime: la terra si è leggermente riscaldata, per lo meno rispetto a centocinquanta anni fa (anche se non vi è stato riscaldamento negli ultimi quindici anni). Meno chiaro è se la terra sia più calda rispetto al Medio Evo.

Un fatto accettato fino a poco tempo fa era che la terra nel Medio Evo era calda almeno quanto adesso, se non di più. Di questo abbiamo sia evidenza scientifica sia evidenza aneddotica: i vigneti scozzesi e inglesi raccontati da Chaucer e la colonizzazione da parte dei vichinghi della Groenlandia che fu chiamata, appunto, Terra Verde (e non “distesa di ghiacci”). L’evidenza sembrava indicare un periodo medievale caldo seguito da una “piccola era glaciale” conclusasi verso il 1850, ma questa idea è stata messa in discussione nel 1998 da Michael Mann.
In un articolo scientifico Mann ricostruì (con un metodo spiegato in dettaglio qui) le temperature globali degli ultimi mille anni. Secondo quanto indicato nel suo articolo la temperatura del pianeta non ha mostrato alcun trend, risultando “piatta” fino alla metà del diciannovesimo secolo, quando invece iniziò a salire piuttosto rapidamente, in corrispondenza dello sviluppo industriale. Una forma che ricorda un bastone da hockey.
Il dibattito sul “bastone da hockey” ha segnato buona parte del dibattito climatico degli ultimi anni. La metodologia di Mann è stato successivamente messa in discussione da altri autori, e altri scienziati hanno “riscoperto” il periodo caldo medievale (si veda ad esempio questo grafico , preso da questo articolo scientifico di Craig e Loehle, che mostra chiaramente come le temperature fossero chiaramente più alte nel Medioevo rispetto ad oggi ). Qui si riassume la storia del “bastone da hockey”.

La seconda domanda che naturalmente segue alla prima è quale sia la causa del recente aumento della temperatura. Il clima infatti è influenzato da diversi fattori, molti dei quali naturali. La teoria del riscaldamento globale suggerisce che l’uomo, attraverso la produzione di anidride carbonica, stia alterando il naturale equilibrio terrestre. Se questa teoria si basa su un fatto incontrovertibile – l’anidride carbonica “cattura” il calore e lo trattiene sulla terra – non è chiaro se non vi siano altri meccanismi che agiscano in direzione opposta. Ad esempio, più anidride carbonica favorisce la crescita delle piante e delle alghe nell’oceano che di fatto sono trappole per CO2; una temperatura media terrestre più alta causa un aumento del vapore acqueo nell’aria, con un duplice effetto: da un lato il vapore acqueo contribuisce ad un aumento della temperatura agendo come gas serra (il vapore acqueo, e non l’anidride carbonica, è il principale gas serra), dall’altro più vapore acqueo implica una più spessa coltre di nubi, che contribuisce a riflettere i raggi del sole lontano dalla terra.
Un altro motivo di dubbio è dato da questa considerazione: oltre al fatto che l’anidride carbonica rappresenta una percentuale minima dell’atmosfera – quindi non è chiaro quanto effettivamente possa influenzare il clima -, è universalmente riconosciuto che l’attività umana produce una quantità limitata di tale anidride carbonica.

Altri scienziati suggeriscono altri fenomeni del tutto naturali come motori del clima. Il Sole è il principale indiziato. L’effetto del Sole sulla Terra è abbastanza intuitivo: un aumento dell’attività solare, solitamente misurata attraverso le macchie solari, tende a riscaldare la Terra . Recentemente un fisico canadese ha proposto una teoria che, basandosi sull’effetto combinato dei CFC e dei raggi cosmici, spiega non solo il riscaldamento terrestre tra il 1950 e il 2000 ma anche la più recente mancanza di riscaldamento. La sua ricerca conclude che ci aspettano cinquanta anni di raffreddamento, altro che riscaldamento globale!

Quello descritto sopra è un dibattito strettamente scientifico, un dibattito tra scienziati, in cui i politici e i policy-makers non hanno nulla da dire. Il terzo livello è il dibattito di policy, che dovrebbe rispondere alla domanda: una volta acclarato l’effetto dell’attività umana sul clima e sul riscaldamento globale, che fare? Sfortunatamente tale dibattito è o completamente assente, o di scarsa qualità. La ragione è duplice: da un lato vi è il tentativo di una parte del movimento ambientalista – e di politici interessati come Al Gore – di eliminare ogni discussione fin dall’inizio e far accettare non solo una posizione scientifica (“the science is settled”, ama ricordare Gore) ma anche una serie di politiche pubbliche volte a contrastare la crisi. Dall’altro vi è la generale mancanza di cultura analitica quando si tratta di politiche pubbliche.

Nel resto di questo articolo porrò una serie di domande alle quali un serio dibattito di policy dovrebbe rispondere, e che invece non solo rimangono senza risposte, ma sono completamente ignorate nel dibattito attuale. In primis, anche ammesso (e, come abbiamo visto, siamo lontani da una solida teoria scientifica del cambiamento climatico) che la teoria del AGW sia corretta e le previsioni del IPCC siano anch’esse corrette, ovvero la terra si riscalderà in media di uno o due gradi, siamo sicuri che sia necessariamente un male? Il riscaldamento globale porta benefici e non solo costi: la maggior parte del riscaldamento avverrà nelle zone fredde del globo (i poli, il Canada e la Siberia), aumentando non solo la vivibilità di tali posti ma anche, per esempio, la produttività agricola di tali regioni (non ovviamente dei poli). Un aumento dell’offerta di prodotti agricoli è necessario, visto l’aumento costante della popolazione. La stessa ONU prevede che la popolazione terrestre dovrebbe crescere fino a 9 miliardi prima di cominciare a diminuire.

In secondo luogo, anche ammesso che l’aumento della temperatura sia un male (per la scarsità delle risorse d’acqua o la sparizione delle Maldive o altri effetti negativi sul clima), siamo sicuri che il modo migliore di affrontare tale problema, o più in generale di accrescere il livello di benessere del pianeta, sia limitare le emissioni di CO2 ai livelli dei primi del Novecento, ovvero limitare la produzione e il consumo di quell’energia che riscalda le nostre case e manda avanti le nostre fabbriche? Oppure esistono altre soluzioni? Quali sono le soluzioni migliori dal punto di vista dei costi e dei benefici?

Un gruppo di economisti e altri scienziati, il Copenhagen Consensus, per esempio, ha proposto una lista di priorità e di possibili interventi volti a migliorare la situazione del nostro pianeta, basata sulla capacità di tali politiche di fare una vera differenza nella vita delle persone. In cima alla lista vi sono la lotta all’AIDS/HIV ed alla malnutrizione e la promozione del libero commercio. Solo in coda alla lista compaiono una carbon tax e il protocollo di Kyoto.

Ma se anche si dovesse per forza accettare che il riscaldamento globale sia causato dall’uomo, che sia un male e che sia una priorità – notate quante cose bisognerebbe dare per assodate – siamo sicuri che le limitazioni draconiane alla produzione di CO2 rappresentino il miglior provvedimento da prendere? Una possibilità alternativa alle limitazioni delle emissioni di CO2 è l’adattamento locale: costruire dighe dove servono, migliorare i sistemi idrici per la produzione e la distribuzione dell’acqua, usare le tecnologie OGM per creare piante capaci di crescere con meno acqua e più resistenti, costruire case e palazzi più resistenti ai cicloni etc etc. Purtroppo non esistono studi sistematici, ma non è difficile pensare che questo tipo di interventi costino meno delle politiche invocate da certi ambientalisti.

Da ultimo mi si permetta di notare che c’è un illustre assente anche a questo livello della discussione. Ammettendo che il riscaldamento globale sia causato dall’uomo, che sia un male, che sia una priorità e che sia meglio limitare le emissioni di CO2, che le riduzioni proposte da trattati come Kyoto siano sufficienti (e non è necessariamente vero), perché non sostituire l’energia nucleare ai carburanti fossili invece che sperare nelle tecnologie eoliche o solari? Tali tecnologie non solo non sono ancora economiche e sviluppate, non solo non sono in grado di sostituire i carburanti fossili come principale fonte di energia, non solo probabilmente faranno addirittura aumentare il riscaldamento (almeno alcune di esse), ma rischiano, per esempio, di rendere più costosa la produzione agricola: la terra necessaria alla produzione dei biofuels o alle immense distese di pannelli solari è terra sottratta ai prodotti agricoli o all’allevamento degli animali.

Alla luce di queste considerazioni, la fretta e l’isteria di coloro che insistono sulla “settled science” e che evitano di affrontare un serio dibattito come quello proposto suggeriscono malafede (Al Gore ha numerosi investimenti in imprese che beneficiano dalle politiche “verdi”), semplice cecità ideologica o cinismo da parte di chi ha trovato un nuovo modo per “combattere il capitalismo” e sostituire ad un modello che si basa sulla libertà e sulla libera iniziativa un modello che si basa su controllo e dirigismo burocratico.